Falsi orrori. Lo specchio scuro del cinema americano, 1978-1988

Marika Consoli

Il rischio che la coscienza collettiva subisca la fascinazione dell’orrore con la conseguente «lenta ma progressiva trasformazione del mondo in immagine» è ben presente a chiunque provi ad andare poco oltre l’insistenza degli schermi, che mostrano sofferenze disumane date in pasto alla vista, scandagliate con voyeurismo chirurgico: brandelli di umanità deturpata, fatta a pezzi, subordinata allo spettacolo disturbante delle proprie fragilità nascoste, specchio deformante in cui si guarda quando si assiste inermi alle rovine della Storia. 

Massimiliano Martiradonna

Is it future, or is it past? Pensavamo che le magnifiche sorti e progressive ci rendessero immuni, liberi per sempre da quel morbo che è il passato, con la sua alta probabilità di recidiva. Il passato, come la morte, avrebbe dovuto essere il tabu, donde la rimozione, meglio, il tentativo di rimozione posto in atto da questo tempo multiformemente accelerato. Invece no, il passato ritorna, sempre.

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Giovanni Festa e Gustavo Celedón Borquez

Il testo, rimaneggiato per il Dossier, è uno dei “fotogrammi” che compongono Fotograma(s), di Gustavo Celedón Borquez e Giovanni Festa (con prefazione di Julio Bressane e Eduardo A. Russo) uscito in Cile per i tipi di Montoneras. Il libro si può scaricare gratuitamente da qui: https://icah.cl/fotogramas/

«Assorto in quelle immagini illusorie dimenticai il mio destino di perseguitato. Mi sentii, per un tempo indeterminato, percipiente astratto di mondo». L'uomo che parla è Yu Tsun, il protagonista de Il Giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, e sta meditando sulla posizione e la conformazione del labirinto del suo bisnonno, l'obliquo Ts'ui Pen.

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Giovanni Festa

«Spesso è proprio spingendosi all’estremo nel particolare che si arriva al generale; portando al suo culmine la soggettività, si attinge all’oggettività». Così scriveva Michel Leiris in una nota di quello straordinario diario-cronaca di viaggio che è L’Afrique fantôme. Viene in mente proprio lo scrittore francese e la sua ricerca di documents intimi, fourbis teneri, biffures paradossali, montati insieme senza un progetto apparente, quando ci si accinge a riparlare dei mostri del cinema hollywoodiano degli anni ’80.

Domenico Saracino

Se si accetta l’assunto godardiano – straziante e inoppugnabile – secondo cui il cinema è l’arte che sistematicamente manca l’appuntamento con la Storia pur avendone registrato, nel suo inconscio ottico, ogni tremito e variazione sismica, allora Gremlins (Joe Dante, 1984), lungi dall’essere il semplice divertissement natalizio per famiglie che la campagna marketing della Warner Bros cercò di vendere a una classe media inebriata dalla Reaganomics, si pone come una vera e propria frattura in un punto di faglia.

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Davide Sette

«I tremble for my country when I reflect that God is just and that his justice cannot sleep forever». È evidente già da queste parole di Thomas Jefferson — incise nelle pareti del Jefferson Memorial a Washington D.C. — come la fondazione degli Stati Uniti d’America sia stata accompagnata, fin dall’inizio, dall’ossessione per la sua maledizione, dalla paura che qualcosa o qualcuno potesse, in ogni momento, frantumare il sogno americano appena nato e chiedere conto delle ingiustizie che avevano alimentato quell’illusione democratica. Lo stesso Jefferson — che di schiavi ne aveva posseduti a centinaia e da una di loro, appena quindicenne, ebbe numerosi figli — parlava addirittura di una possibile «supernatural interference» pronta a scatenarsi su di lui e sugli Stati Uniti appena fondati per vendicarsi di tali riprovevoli condotte.

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