Is it future, or is it past? Pensavamo che le magnifiche sorti e progressive ci rendessero immuni, liberi per sempre da quel morbo che è il passato, con la sua alta probabilità di recidiva. Il passato, come la morte, avrebbe dovuto essere il tabu, donde la rimozione, meglio, il tentativo di rimozione posto in atto da questo tempo multiformemente accelerato. Invece no, il passato ritorna, sempre.

A volte ritornano, Sometimes they come back, era il titolo di un racconto scritto da Stephen King nel suo periodo aureo, o meglio, nel suo periodo glitter, facendo coincidere la brillantezza creativa – la luccicanza? – del Maestro con gli anni 80, tra edonismo reaganiano, lustrini e paillettes. Questa infatti la percezione mia, che ho scavallato quel decennio da adolescente: forse non ce l’avrei fatta senza dosi massicce di romanzi del Re, o dello Zio, o di come si ami chiamarlo. Percezione in parte ingannevole, una questione di tempo fuor di sesto: alcuni dei romanzi incardinati nel mio immaginario vedevano la luce – o l’abisso – negli anni ‘70 (anche se un capolavoro resta, intrinsecamente, senza tempo).

Erano i primi, sanguinolenti frutti della mente di un genio da subito consegnato alla leggenda nella sua autoindotta seclusione, lo scrittore che non si schiodava dalla più remota provincia del Maine, preda di un metaverso futuribile di incubi e deliri scatenati, dicitur, dalla dipendenza da alcool e droghe. Come tanti precog coevi a lui o precedenti a lui, come Philip Dick, ad esempio.  Precog, come scriveva appunto Padre Dick, è il precognitivo. Il profeta. La Cassandra.

Nel 1979 Stephen King dà alle stampe La zona morta, The dead zone. Si ispira alla fantasmagorica storia di Peter Hurkos, un fenomeno da televisione che sosteneva di aver ricevuto la seconda vista – “the gift of second sight”, canteranno gli Iron Maiden nel 1989 – a seguito di una botta in testa, e che sciamanava sulla qualunque, in specie sui casi Manson, Zodiac, Boston Strangler. Roba di true crime da prima serata quindi, il morboso che è tutt’oggi la piaga suppurante della società dello spettacolo. Romanzo di lunghezza ragguardevole La zona morta, apparentemente già pronto per una trasposizione cinematografica, come tantissime opere di King.

In realtà, l’adattamento è quanto mai travagliato, fino a che uno script da più mani rabberciato arriva nelle mani di David Cronenberg. Astro nascente del cinema dei nuovi corpi, non necessariamente cibernetici, Cronenberg si mette all’opera su un soggetto che, ovviamente, semplifica di molto la complessità del romanzo. Scorrono i titoli, e la desolante – desolata – provincia americana appare in fermi immagine senza tempo, con alcune macchie che occludono piccoli lembi di pellicola, Le macchie sono un lettering che va a comporre il titolo appunto, The dead zone, ma stanno anche a significare, forse, che tutta quella provincia è una zona morta.

Comincia il film e siamo a scuola, ecco il professor Smith, Christopher Walken. Sta recitando Edgar Allan Poe in favore di studenti, un brano tratto da Il Corvo:

"E il corvo, mai fluttuando tuttora siede,

tuttora siede sul pallido busto di Minerva

sulla porta della mia stanza.

E i suoi occhi hanno le sembianze

di un demone sognante.

E la lampada emana luce

che getta la sua ombra al suolo.

E la mia anima,

da quell'ombra che lì giace,

non sarà sollevata mai più."

Una dichiarazione di intenti, meglio, un epitaffio su colui che pronuncia questi versi, come fosse un uomo morto – dead man – che cammina.

Suona la campanella, e l’incantesimo è spezzato: curioso che il prof Smith assegni ai suoi studenti già dileguantisi la lettura de La Leggenda di Sleepy Hollow, che tanti anni dopo sarà un film di Tim Burton e vedrà proprio lui, Christopher Walken, nelle vesti infernali del Cavaliere Senza Testa. È il cinema che come sempre esorbita, prefigura, immagina. Ad ogni modo, Smith è uno mite, che ama, ricambiato, una collega. È venerdì, la porta al Luna Park – un Luna Park deserto, come un incubo romeriano –, poi l’accompagna a casa, rifiutando l’invito a passare la notte insieme. Il congedo è affettuosissimo, i due si promettono, castamente, il matrimonio. Succede però che il destino è quel che è, il prof guida per tornare a casa in mezzo alla tregenda, l’autosnodato davanti a lui si ribalta e lui si schianta. Buio. Coma.

Torniamo indietro al materiale sorgente, all’incipit del romanzo. Non c’è il professore, ma un altro personaggio, un piazzista, in flashback negli anni ‘50 del XX secolo. Si chiama Greg Stillson. Nella calura psicotica della provincia bifolca, costui vende bibbie ai buoni redneck timorati di Dio. Non ha tutte le rotelle a posto Stillson, anzi, è piuttosto incline agli scatti di ira, come spesso gli succede con sua moglie, nell’intimità del focolare domestico. Si ferma davanti alla fattoria sbagliata, nessuno in casa ad accoglierlo, fuori solo un cane che lo punta immediatamente. Lui accetta la sfida, gli dà un calcio, poi un altro, lo massacra, ne fa scempio. Greg Stillson è, come i più grandi personaggi dell’Olimpo kinghiano, il male in persona, così banale, così americano. Un castigo di Dio, ma il dio delle tenebre degli Stati Uniti, appunto.

Torniamo al film. Johnny Smith esce dal coma dopo 5 anni, menomato nel corpo e nello spirito. Tutto è cambiato intorno a lui, non ha più il lavoro, non ha più la donna, ha solo l’affetto dei genitori. La madre, fervente cristiana, dice di aver pregato senza posa per lui. La cristianità, già sottintesa nel rifiuto del prof Smith ad avere rapporti sessuali ante nozze, torna in una dimensione suppostamente salvifica: è stata la mano di Dio? Il risveglio è una grazia, o una condanna? Difficile dirlo, di certo quello restituito alla vita è un uomo in grado di vedere l’inferno, nel passato o nel futuro.

Toccando un’infermiera, Smith vede le fiamme che stanno divorando la sua casa – passato prossimo? Futuro semplice? – e ammonendola la spinge a correre dalla figlia per salvarla. Le fiamme, l’inferno. Se nel futuro le microstorie, le storie di microcosmi familiari minimali possono può cambiare («la storia può cambiare», diceva Marty McFly in Ritorno al Futuro, 1985), più difficile e cambiare il corso agli eventi originati dalla Storia, da un passato mostruoso. Toccando il dottore, Smith è folgorato dalla visione dei nazisti nel ghetto di Varsavia, da cui il dottore scampò, separandosi dalla madre. Il nazismo, il male, in qualche modo inoculatosi negli Stati Uniti attraverso coloro che ne furono vittime. Smith dice al dottore che sua madre è ancora viva, per quanto lui non ne abbia notizie. Ma il medico non vuole aprire la sliding door, accetta la sua realtà come essa già è, la chiama destino.

Il puzzle de La zona morta, quello che ne fa un film spaventosamente attuale, va componendosi: c’è l’America di provincia, una religione pervasiva (anticotestamentaria), che esige o regala veggenza, un male primigenio che non vuole smetterla di finire. Manca il potere, l’autorità deviante e deviata, ma arriva con lo sviluppo narrativo. Uscito dall’ospedale, solo e pensoso come si confà ad un uccello del malaugurio, ad un corvo, Smith viene trascinato nel true crime dalla polizia locale, sulle tracce di un serial killer che uccide all’arma bianca. Toccando le vittime, Johnny arriva in un crescendo di suspense a scorgere il profilo dell’assassino, per quanto offuscato da alcune zone d’ombra. Alla fine, la visione mentale è nitida: l’assassino è il vicesceriffo. Un uomo di legge. Bianco. Insospettabile. Un paranoico che vive secluso, protetto dalla mamma sua complice, ed una volta scoperto si ammazza con un paio di forbici.

A proposito della seclusione: è il tratto comune che accomuna tanti personaggi di King, ed è come accennato sopra un tratto evidentemente autobiografico. La chiusura che crea isolamento, disagio, e da cui scaturiscono deliri, follie, visioni. Complottismi. Cronenberg, che è canadese, è da sempre acutissimo osservatore – esterno – della paranoia made in USA, e ne La zona morta mostra di essere parecchio interessato agli abissi paranoici che la solitudine apre dietro le porte di casa, fino all’escalation.

In una delle rare volte che Smith mette il naso fuori di casa, si imbatte in un comiziante politico, un ciarlatano come tanti, che blatera di tabula rasa, rinnovamento e di azione a stelle e strisce. Lo tocca, ed ha la visione della catastrofe nucleare che costui causerà, quando sarà eletto presidente degli Stati Uniti. Costui è Greg Stillson, quel Greg Stillson, ma, a differenza del romanzo nel film, non ci sono tracce del suo passato da venditore porta a porta. C’è piuttosto la definizione della sua figura come di un gangster circondato da sgherri e picchiatori, che estorce, manipola e ricatta. È qui, finalmente, che La zona morta esce dalla dimensione solipsistica e diventa un thriller politico.

Smith si mette in testa di avere il dovere di ammazzare Stillson, perché il suo dono gli impone di salvare l’umanità. In uno dei dialoghi con il dottore afferma: «Se tu potessi tornare ai tempi della Germania prima che Hitler fosse al potere, sapendo ciò che sa ora, cosa faresti? Lo uccideresti?». Il film è ambientato nel pieno degli anni ‘80, come dimostrano alcune immagini del presidente Reagan che compaiono in diverse inquadrature. Stillson quindi sarebbe una deriva della politica spettacolo, del reaganismo, dell’imperialismo isolazionista repubblicano. Sembra ieri, eppure è oggi, perché forse nessuno di noi è uscito vivo dagli anni ‘80.

Uccidere Stillson, come uccidere Trump? Lo stesso King, intervistato durante il primo mandato presidenziale trumpiano, ha dichiarato che il suo personaggio è una rappresentazione ante litteram del Presidente, ma anche la proiezione del lato oscuro – la metà oscura? – degli Stati Uniti, intriso di crimine, di violenza, di cristianità manipolata e deteriore, di odio. Solo che in quella metà oscura non c’è solo la raffigurazione di Trump, o di Charlie Kirk, per dirne un altro. C’è anche la rappresentazione dei Thomas Crooks, dei Tyler Robinson, dei Luigi Mangione. Di tutti i cecchini fai da te che si sono armati con un’idea biblica nella loro testa, essere dei del proprio mondo, ed hanno attentato al Sistema per far sprofondare la Storia nell’entropia del loro nichilismo.

Smith spara a Stillson senza riuscire ad ucciderlo (Crooks vs Trump?), ma un fotografo scatta la foto che vede lo stesso Stillson riparararsi dietro un bambino usato come scudo umano, e sarà la foto – l’immagine – che cambierà il corso degli eventi. Così come la foto di Trump ferito di striscio, spiritato, portato via dai bodyguard con il pugno alzato in segno di vittoria, ha forse concorso al suo successo elettorale. Smith invece viene consapevolmente, mortalmente colpito dagli sgherri di Stillson.

Il suo è un suicidio, dice Cronemberg, come suicida era morto il vicesceriffo serial killer: un atto estremo di rifiuto di un destino, di un’appartenenza alla società. Se Stillson è un Trump ante litteram, Smith è un incel ante litteram, e allora valgono per lui le parole che Bifo Berardi ha usato per Crooks: «È lui, Thomas Crooks (e anche Smith, aggiungiamo noi), l’incel universale, la sola soggettività che mi interessa nel mondo americano in preda a una gigantesca convulsione psicotica. (...) Non Trump, non Biden, non la folla urlante di razzisti entusiasti del Messia che schiva le pallottole e alza il pugno, non i democratici preoccupati che l’America stia precipitando in un abisso indecifrabile. Costoro detengono il potere, ma non sono il soggetto della storia.

Il soggetto della storia è Thomas Crooks, il ragazzino del quale non sappiamo niente perché non c’è niente da sapere».

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