Il rischio che la coscienza collettiva subisca la fascinazione dell’orrore con la conseguente «lenta ma progressiva trasformazione del mondo in immagine» è ben presente a chiunque provi ad andare poco oltre l’insistenza degli schermi, che mostrano sofferenze disumane date in pasto alla vista, scandagliate con voyeurismo chirurgico: brandelli di umanità deturpata, fatta a pezzi, subordinata allo spettacolo disturbante delle proprie fragilità nascoste, specchio deformante in cui si guarda quando si assiste inermi alle rovine della Storia. 

Mi sono interrogata a lungo sul senso del “vedere”, mentre venivano consumate scene di morte con ferocia compulsiva, e allora mi è tornato alla mente un piccolo libro di un’intensità sconvolgente: L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine, di Federico Ferrari, tramite il quale questo scritto tenta di dare una spiegazione, solo una delle tante, a quella che si può definire una continua creazione di mondi nell’esperienza visiva, che apre infiniti possibili sotto gli occhi assetati; la materia dell’orrore che è mondo non è, dunque, soltanto immagine e non è più solo visione, se il “vuoto” rappresenta tutto ciò che “fa” delle “immagini” l’oggetto di questo insieme, di questa voragine che cattura e crea. Così l’autore scrive: «[…] Il problema dell’essenza dell’immagine, quindi, non è quello di un mondo ideale dietro al mondo materiale, ma è quello di un mondo materiale che si apra all’abisso che esso è per se stesso»: tenere dentro tutto e allo stesso tempo l’aprirsi del tutto senza trovare, davvero, niente che questo «abisso», null’altro se non le corrispondenze tra ciò che separa l’«immagine-mondo» dal «mondo-immagine». Ed è questa l’angolazione dalla quale provo a guardare al percorso cinematografico della regista statunitense Kathryn Bigelow, i cui snodi concettuali sono rintracciabili in un film ormai lontanissimo per data di uscita (1987) ma dagli esiti attualissimi: Near dark.

Sono passati trentotto anni che hanno portato al recente A house of dynamite, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia: opera dagli scenari inquietanti, che oggi impongono di chiederci dove siamo, dove è diretta l’umanità, e che mi pare presenti una connessione profonda con l’avvicinarsi del buio di quel lungometraggio degli ultimi anni ‘80, che si presta ad una riflessione che lo accosta a questioni contemporanee, affrontate, seppure con modalità differenti, anche nell’ultimo film: perché a proposito di storia e di modernità dell’orrore, persiste un horror reale che poco ha a che fare con la finzione cinematografica, che anticipa o deforma o maschera la vita con le sue domande conturbanti. I mostri che spaccano lo schermo – etimologicamente monstrum significa “prodigio”, “presagio” ma rimanda anche al verbo monstrare che vuol dire “far conoscere”, “rendere manifesto”, “ammonire” – precedono in qualche modo la luce che li genera, così come l’innovativo vampirismo della Bigelow nei suoi rapporti con le dinamiche sociali e di potere precede la «luce catastrofica» di tutte le problematiche relative alle minoranze sociali e della minaccia nucleare.

Amore si mescola a morte, umanità a degrado, malattia. I limiti etici sbiadiscono: si uccide per vivere ma si rischia di morire per non dover uccidere. Caleb si nutre del sangue della vampira con cui è nata una storia d'amore; del sangue di suo padre guarisce, tornando ad essere umano. Un cerchio in cui famiglia, individuo, società si confondono e si scontrano, dove la diversità muove il motore della lotta, che sanguina da ogni parte. È indimenticabile la scena all’ interno del locale, nella quale ai toni tipici del western si aggiungono le tinte fosche dell’horror, rese ancora più sconcertanti dal grottesco della risata e da musiche che sottolineano il dilagare della violenza. È un’opera che disegna i contorni della crisi, anticipando questioni che, a ben guardare, ci sembra di avere davanti agli occhi, restituendoci lo specchio di un mondo ammalato, nel quale i diversi, i reietti della società, sono destinati per necessità a muoversi nel buio, compiendo azioni terribili pur di affermare la propria esistenza: vampiri affamati di sangue, il cui morso disumanizza e pareggia i conti, oppure uccide. 

Eppure Near dark è un film d’amore. È un film in cui l’amore resiste.  Se Caleb (Adrian Pasdar) non muore dopo il morso di Mae (Jenny Wright) è perché tra i due è nata un'attrazione tale da indurre a includere l’individuo-Caleb – che in questo caso è il diverso, in un ribaltamento di ruoli rispetto al gruppo di mostri – all’ interno della famiglia di non-morti; se sopravvive, pur non arrendendosi all’ idea di uccidere anche lui, è perché Mae lo nutre del suo sangue. Ma la vampira stessa, che esercita sul ragazzo un fascino irresistibile, è diversa tra diversi, proprio perché dona il suo sangue al ragazzo semiumano che si rifiuta di uccidere, simboleggiando un compromesso fra due modalità opposte di visione del mondo, fra il buio e la luce. 

Il “diverso” nel quale la nostra civiltà si rispecchia, che in A house of dynamite è il mostruoso di qualcosa che arriva dall’esterno (l’avvicinarsi dell’esplosione), in Near dark proviene dal corpo e dal sangue, con la differenza che qui il “contagio” non è solo portatore di morte o di cambiamento ma anche di vita, nei casi in cui a salvare è l’amore: penso alla ψυχή (psyché) degli antichi Greci, il soffio vitale che in questo film, attraverso il sangue di Mae fatto bere da Caleb e poi del padre trasfuso nel corpo del figlio, dà vita. Ecco che l’umano torna umano, dopo che il “mostro” è stato contaminato da ciò che attiene strettamente all’uomo e lo rigenera, “ammonendolo” sulla necessità di restare, appunto, uomini. 

Il limen che lo specchio oscuro del mostruoso ci riflette come immagine del nostro contemporaneo e di noi stessi diventa dunque l’accesso a quell’«insieme vuoto» di tutto ciò che resta marginale, latente, cioè nascosto, e che non permette, pena l’incandescenza delle cose, di trovarsi di fronte alla verità desiderante in quanto forza primordiale che attrae, col suo mistero. Per questo Il buio si avvicina è, in senso lato, “resistenza”, riflessione sulle possibilità infinite per la vita – e per l’amore – di autorigenerarsi, nonostante l’oscurità.

E sull’impossibilità dei “mostri” di morire, se non per il fuoco del sole.