"La storia macchiata di sangue dei fiori": sequenze di cinema iraniano

Domenico Saracino

C'è una stanchezza cronica, un senso di vertigine e di attesa asfissiante nel modo in cui la geopolitica contemporanea disegna la perenne crisi tra Stati Uniti e Iran. È un braccio di ferro che i notiziari ci restituiscono ormai come un rumore di fondo, una narrazione iper-satura fatta di minacce nucleari, tavoli saltati, droni invisibili e sanzioni economiche. Eppure, dietro la cortina fumogena della diplomazia muscolare e delle retoriche di Stato, c'è un paesaggio umano che la cronaca non sa più inquadrare. Per ritrovare la densità del reale, bisogna abbandonare le mappe del potere e affidarsi al cinema, l'unico sismografo capace di registrare il tremore della terra prima che la faglia ceda.

Carmen Albergo

C’era il sogno e c’era il ricordo collegato ad esso.

L’immagine deve iniziare come una poesia 

(d’)Oggetti di valore puramente sentimentali 

(con) una Voce senza corpo fuori campo.

Gioco con la filmografia di Sara Rajaei, videoartista iraniano-olandese e il collage di titoli sparsi ricompone il programmatico incipit del suo cortometraggio City of Poets, presentato alla Berlinale Shorts 2024 e vincitore dell’European Short Film 2026.

City of Poets è infatti il sogno di una utopia, una promessa non mantenuta, una speranza perduta. 

Giovanni Festa

Uno. “Filmabilità”: This is not a film 

Roland Barthes inizia il suo corso al Collège de France dedicato alla “Preparazione del romanzo” con una parola magica: Scripturire. Il termine indica un gesto in potenza (simile a quello indicato da un poeta brasiliano, Francisco Manoel de Mello, quando diceva «sospendo la penna») dove non si tratta di scrivere o di non scrivere, ma di «voler scrivere», punto di partenza verso quella che il semiologo chiama (in italiano, rifacendosi a Dante), “Vita nuova”. In mezzo ci sarebbe un fantasma, una figura intermedia che è, nello stesso tempo, guida iniziatica e resto irriducibile, in una pratica che richiede clandestinità. Clandestinità; fantasmi (della storia); voler scrivere; transitare verso una “vita nuova”: è impossibile non pensare, davanti a questi lampi di critica, a Jafar Panahi, cineasta iraniano più volte condannato al silenzio dal regime degli ayatollah. Panahi ha trasformato il suo cinema in una prassi clandestina e sovversiva con, al centro, il fantasma di un’opera da fare o raccontata durante il suo farsi, e dove si può rintracciare un movimento di creazione abbastanza preciso, analogon dello scripturire di Barthes, che potremmo chiamare prima “filmabilità” e, poi, “montabilità”.  

Davide Sette

Il cinema di Mohammad Rasoulof è stato per anni costretto alla clandestinità nel proprio Paese di provenienza. Una pratica tristemente comune a tanti cineasti iraniani. Come Jafar Panahi (col quale venne arrestato nel 2010, entrambi accusati di «cospirazione»), a Rasoulof è stato impedito per anni di viaggiare al di fuori dell’Iran perché accusato di «propaganda contro il sistema e attentato alla sicurezza nazionale», reato di cui si sarebbe macchiato – secondo i censori – con il suo film del 2017, A Man of Integrity, presentato e premiato a Cannes. Una condizione soffocante, durata fino al momento in cui, tre anni fa, il regista dissidente ha scelto, a malincuore, di fuggire dal suo Paese d’origine, dove l’intensità della repressione aveva raggiunto un livello di violenza e invasività senza precedenti. In questo senso, una decisione differente da quella presa da Panahi, che invece in Iran ha scelto di tornare nonostante l’attacco militare di Stati Uniti e Israele.

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