C'è una stanchezza cronica, un senso di vertigine e di attesa asfissiante nel modo in cui la geopolitica contemporanea disegna la perenne crisi tra Stati Uniti e Iran. È un braccio di ferro che i notiziari ci restituiscono ormai come un rumore di fondo, una narrazione iper-satura fatta di minacce nucleari, tavoli saltati, droni invisibili e sanzioni economiche. Eppure, dietro la cortina fumogena della diplomazia muscolare e delle retoriche di Stato, c'è un paesaggio umano che la cronaca non sa più inquadrare. Per ritrovare la densità del reale, bisogna abbandonare le mappe del potere e affidarsi al cinema, l'unico sismografo capace di registrare il tremore della terra prima che la faglia ceda.

Se vogliamo mappare le due anime di questo scontro infinito – quella spietatamente fisica e quella grottescamente simbolica – dobbiamo guardare a due opere sideralmente distanti per estetica e cronologia, ma unite da una medesima, disperata lucidità: Turtles can fly di Bahman Ghobadi e World War III di Houman Seyyedi.

Ghobadi ci trascina nel grado zero della Storia. Nel suo Kurdistan iracheno, a ridosso di quell'invasione americana che avrebbe dovuto "esportare la democrazia", non c'è spazio per le elucubrazioni ideologiche o per l'astrazione del conflitto. L'imperialismo, qui, non è un concetto: è un campo minato che amputa le braccia dei bambini. E non è certo una coincidenza che il feticcio mortifero, il vero asse attorno a cui ruota la sopravvivenza nel film, sia proprio la mina.

Prime Video: World War III

Mentre le cronache di questi giorni ci parlano con distacco clinico delle tensioni e delle operazioni di sminamento nelle acque dello Stretto di Hormuz – trasformato in una scacchiera liquida dove gli ordigni inesplosi diventano strumento di deterrenza e ricatto globale tra Washington e Teheran per il controllo delle rotte petrolifere – Turtles can fly ci sputa addosso la radice oscena e terrena di quella stessa minaccia. Alle corazzate, ai droni sottomarini e alla fredda strategia dei colli di bottiglia del Golfo Persico, Ghobadi oppone le mani nude, i denti e i moncherini dei suoi giovani protagonisti. I bambini di questo confine di fango sono costretti a disinnescare la morte a mani nude per rivenderla al mercato nero dell'Occidente. La mina non è più tattica militare, è condanna esistenziale: un pericolo dormiente, una violenza sospesa che attende solo il passo falso di chi non ha colpe.

In questo microcosmo di orfani e mercanti di rottami, l'America è solo un'eco metallica, una forza onnipotente che decide i destini da altezze inarrivabili (i volantini che piovono dal cielo come promesse vuote di un dio indecifrabile), mentre sul terreno restano i corpi fragili, chiamati a smaltire i detriti letali della geopolitica.

Quasi vent'anni dopo, il cinema iraniano cambia prospettiva e, con World War III di Seyyedi, compie un salto mortale dentro l'assurdità del presente. Se Ghobadi filmava le mine vere, Seyyedi filma le macerie di cartapesta. E in questa transizione c'è tutta la degenerazione dell'attuale crisi tra Usa e Iran: un conflitto diventato sempre più freddo, teatrale, una guerra di posizioni e di immagini dove il nemico è spesso un fantasma utile a giustificare l'oppressione interna.

Il protagonista Shakib è l'ultimo degli ultimi, un manovale schiacciato dalla piramide sociale iraniana, che si ritrova arruolato come comparsa – e poi come grottesco sosia di Hitler – sul set di un film sul nazismo. L'intuizione geniale di Seyyedi sta nel trasformare il cantiere cinematografico nella perfetta sineddoche di un sistema retto dalla prevaricazione. Mentre i registi borghesi mettono in scena la tragedia storica per compiacere i festival internazionali, ignorano sistematicamente la tragedia reale che si consuma sotto i loro occhi: la miseria di Shakib, il suo amore clandestino, la disperazione silenziosa di chi non ha voce.

Quando la tragedia vera irrompe sul set finto, l'uomo mite collassa. Shakib si trasforma nel tiranno che è stato costretto a interpretare, avvelenando i suoi carnefici. È un cortocircuito spaventoso: il potere, a furia di giocare con la simulazione della violenza, finisce per generarne una autentica, inarginabile.

Mettendo in dialogo queste due pellicole, emerge in controluce la radiografia esatta del dramma che continua a consumarsi sull'asse Washington-Teheran. Da un lato c'è l'eredità innegabile della guerra e delle sanzioni, i corpi offesi di Ghobadi e le acque minate del presente. Dall'altro c'è il grande set di Seyyedi, l'ipocrisia di governi che costruiscono narrazioni paranoiche, schiacciando l'individuo sotto il peso di una sceneggiatura cinica e inemendabile.

In mezzo a queste due forze si muove l'essere umano. Un individuo a cui viene sistematicamente sottratto il diritto al futuro, circondato da ordigni che non ha innescato e da copioni che non ha scritto. E quando l'orizzonte si chiude definitivamente, non resta che la sopravvivenza disperata o la follia. Un monito oscuro che il cinema ci consegna, mentre il mondo, fuori dalla sala, continua a camminare bendato in un campo minato.