«I tremble for my country when I reflect that God is just and that his justice cannot sleep forever». È evidente già da queste parole di Thomas Jefferson — incise nelle pareti del Jefferson Memorial a Washington D.C. — come la fondazione degli Stati Uniti d’America sia stata accompagnata, fin dall’inizio, dall’ossessione per la sua maledizione, dalla paura che qualcosa o qualcuno potesse, in ogni momento, frantumare il sogno americano appena nato e chiedere conto delle ingiustizie che avevano alimentato quell’illusione democratica. Lo stesso Jefferson — che di schiavi ne aveva posseduti a centinaia e da una di loro, appena quindicenne, ebbe numerosi figli — parlava addirittura di una possibile «supernatural interference» pronta a scatenarsi su di lui e sugli Stati Uniti appena fondati per vendicarsi di tali riprovevoli condotte.

Se c’è un genere cinematografico che più di altri ha messo in scena questa ancestrale “maledizione americana” è stato il folk horror. Un genere la cui classificazione è da tempo dibattuta, con numerosi studiosi e teorici (innanzitutto Kier-La Janisse e Adam Scovell) che si sono posti una domanda fondamentale: «Isn’t folk horror all horror?». Quantomeno, sostiene Diane A. Rodgers, sarebbe giusto considerarlo come un genere “wyrd” (dall’origine anglosassone del termine weird): ovvero un genere definito dalla sua stessa indeterminatezza, dalla natura irreversibilmente ibrida che lo caratterizza e dalle incognite che contiene in sé. E se generalmente il folk horror viene associato al cinema proveniente dal Regno Unito, con il seminale trittico composto da Witchfinder General (1968), Blood on Satans Claw (1971) e The Wicker Man (1973), è anche vero che c’è tutto un filone di folk horror americano rimasto a lungo inesplorato.

È questo il caso di Eyes of fire (1983) di Avery Crounse, found object sconosciuto ai più fino a quando la Severin Films non lo ha inserito nel cofanetto All the Haunts Be Ours: A Compendium of Folk Horror, curato proprio da Kier-La Janisse e contenente anche il prezioso saggio-documentario Woodlands Dark and Days Bewitched: A History of Folk Horror. Ambientato in un remoto insediamento coloniale nella wilderness americana, Eyes of fire racconta la storia di un gruppo di coloni del XVIII secolo che si rifugiano in una terra maledetta, guidati da un predicatore ribelle che ubriaca i suoi seguaci con la retorica del “destino manifesto”, vaneggiando l’esistenza di fantomatiche “terre promesse”. Un’ulteriore testimonianza, quindi, di come la cursed land sia sempre stata una preoccupazione del cinema americano e specialmente di quegli horror ambientati in epoche coloniali. Dice bene Willow Maclay nella sua recensione al film: «Il cinema americano del passato non ha mai avuto il coraggio di fare i conti con il genocidio dei popoli aborigeni, se non attraverso il genere, quindi l’horror e il western». E cita William S. Burroughs dal Pasto Nudo: «L’America non è una terra giovane: è vecchia e sporca e malvagia fin da prima dei colonizzatori, fin da prima degli Indiani. Il male è là che aspetta». L’America, quindi, sarebbe una eldritch abomination atavicamente mostruosa e violenta, maledetta ancora prima dell’arrivo dei coloni (un’affermazione che, però, riduce inevitabilmente la responsabilità di questi ultimi).

In Eyes of Fire le minacce sono sostanzialmente tre: quella esterna, ovvero i nativi, gli Shawnee, che aspettano ai margini dell’insediamento di poter consumare la loro vendetta; quella interna allo stesso gruppo di coloni, sempre più in balia del fanatismo religioso del loro autoproclamato leader (viene in mente una famosa freddura dalla striscia a fumetti Pogo: «We have met the enemy and he is us»); e infine il pericolo consustanziale alla terra stessa, che si presenta come un’entità capace di reagire autonomamente al tentativo di dominio, nella forma di uno spirito maligno che si fa bambina, nata dal dolore e dal sangue di ogni essere vivente ucciso in quei luoghi. Gli esseri umani e la natura diventano quindi forze in contrasto: i coloni cercano di piegare l’ambiente selvaggio alle loro necessità, ma sono costantemente sfidati dalle forze invisibili e visibili che si oppongono alla loro violenza. La conquista delle terre altrui conduce così non soltanto alla distruzione dei popoli che quelle terre le abitavano, ma anche a una perdita di identità da parte dei colonizzatori stessi, intrappolati in una spirale di alienazione e morte spirituale, definiti solo in opposizione a quell’altra identità che pretendono di cancellare.

Delle tre minacce, non a caso quella esterna è quella meno pericolosa, dal momento che gli stessi Shawnee si tengono alla larga dalla terra popolata dagli spiriti, i quali rivendicano una propria alterità sia rispetto ai coloni che agli indigeni (in linea con ciò che scriveva Burroughs, quindi). I protagonisti devono prima di tutto difendersi dalle insidie interne al loro gruppo e da quelle che emergono dalla terra che stanno profanando, protetti da Leah, la strega che vive nell’Albero delle Streghe, antesignana a suo modo del ghoul del cassonetto che apparirà circa diciassette anni dopo in Mulholland Drive di David Lynch. Un personaggio che evoca l’iconografia delle streghe di Salem ed è posto in diretto contrasto con la magia e i sistemi di credenze aborigeni. La maggior parte dei protagonisti umani del film presume che le entità che li aggrediscono nella valle siano genericamente “indiane”, ma si tratta di una semplificazione frutto di una mentalità razzista che non li permette invece di comprendere la complessità di quel genius loci malefico che li tiene in ostaggio. La terra non è solo uno spazio fisico, ma un’entità vivente, che reagisce all’ingresso degli esseri umani con una furia sovrannaturale (e torniamo alle parole di Jefferson) resa con maestria dalla fotografia di un esordiente Wade Hanks — che proprio con Eyes of Fire ottenne il suo primo credito come direttore della fotografia dopo essere stato assistente di macchina per Lucio Fulci in E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e dalle scenografie e dagli effetti speciali curati da un team che poi si sarebbe ricostituito poco dopo per lavorare con Wes Craven su Nightmare on Elm Street.

Crounse evita di seguire stancamente la narrazione della vecchia “maledizione indiana” a buon mercato, per chiarire invece come l’esperienza dei coloni vada di pari passo con un fraintendimento di un tipo specifico di spiritualità nativa americana radicata nell’animismo, in un sistema in cui ogni parte del mondo naturale possiede un proprio potere speciale, o curativo o maligno. Il regista si dichiara lui stesso animista ed è proprio questa convinzione che guida sia la narrazione che la macchina da presa: la convinzione che oggetti, luoghi e creature possiedano tutti un’essenza spirituale distinta. Il soliloquio più potente del film arriva quando Marion Dalton, che parla fluentemente molte lingue tribali, seduto accanto al fuoco, riflette su ciò che davvero rappresenta l’Albero delle Streghe. Per ovvie ragioni lo lega all’animismo degli Shawnee, ma allo stesso tempo sostiene che non ci sia differenza tra quelle credenze specifiche e quelle di altri popoli, che in altri tempi e in altri continenti parlano di banshee, di spiriti della foresta, di leprecauni. E si potrebbe ovviamente risalire fino agli antecedenti simbolici nel folklore dell’Estremo Oriente, nella Bibbia e in altre tradizioni europee.

Questa ambiguità, questo fraintendimento culturale - ma anche iconografico - in cui inciampa Dalton non fa altro che riflettere un vulnus del folk horror stesso, o meglio della sua analisi teorica da un punto di vista esclusivamente occidentale. Come è possibile, ad esempio, valutare con gli stessi parametri un folk horror americano e un folk horror malese? Se lo è chiesto Rosalind Galt in Alluring Monsters, comparando la figura del Pontianak indonesiano-malese con altre fantasmatiche creature provenienti invece da Occidente. Allo stesso modo, come potremmo raccontare con uguale efficacia un folk horror radicato in una cultura antropocentrica come quella americana rispetto a uno fondato su di una visione animista del mondo, in cui fantasmi e mostri contengono la stessa forza vitale, o semangat che dir si voglia, di tutti gli altri esseri viventi? Si cade spesso vittime della facilità con cui i modelli anglo-americani guidano la produzione di conoscenza e quando ci imbattiamo nella sfida di adattare gli studi occidentali a contesti cinematografici non occidentali rischiamo di utilizzare un approccio altrettanto parziale e colonialista. Eyes of Fire si confronta, inconsciamente, con tutte queste problematiche, arrivando persino a suggerire una propria colpa nella profanazione dei territori ancestrali abitati dai popoli indigeni al solo ed egoistico scopo di creazione dell’immagine. 

A salvare i malcapitati protagonisti del film, alla fine, saranno proprio i due personaggi capaci da un lato di dialogare con gli Shawnee (quindi Marion Dalton, che parla la loro lingua e conosce le loro tradizioni) e dall’altro di padroneggiare il sovrannaturale, di lottare contro la terra maledetta (quindi la strega Leah). Ed è grazie a loro se l’ingannevole predicatore, il falso leader che vuole conquistare la terra con le armi da fuoco e le esplosioni, verrà ucciso: the enemy from within, ma non quello indicato dalla dottrina MAGA, bensì quello che divide l’America da dentro e la rende una «maionese impazzita di subnazioni divise in classi simili a caste», per dirla con Lucio Caracciolo. Quello che trasforma the land of hope and dreams in una nazione che macina violenza e malinconia, in cui sette americani su dieci, oggi, non credono più nel sogno americano e tre su dieci sono diagnosticati depressi.

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