Il testo, rimaneggiato per il Dossier, è uno dei “fotogrammi” che compongono Fotograma(s), di Gustavo Celedón Borquez e Giovanni Festa (con prefazione di Julio Bressane e Eduardo A. Russo) uscito in Cile per i tipi di Montoneras. Il libro si può scaricare gratuitamente da qui: https://icah.cl/fotogramas/
«Assorto in quelle immagini illusorie dimenticai il mio destino di perseguitato. Mi sentii, per un tempo indeterminato, percipiente astratto di mondo». L'uomo che parla è Yu Tsun, il protagonista de Il Giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, e sta meditando sulla posizione e la conformazione del labirinto del suo bisnonno, l'obliquo Ts'ui Pen.
Nel fotogramma Kurt Russell-Snake Pliessken giunge in una New York distopica per salvare il presidente degli Stati Uniti, intrappolato nella capsula di salvataggio di un aereo caduto nel bel mezzo di una città piena di macerie, divenuta terra di nessuno. L'eroe hollywoodiano, apparentemente, si installa e abita la rovina (come non riuscì a fare il “bambino neorealista” Edmund in Germania anno zero di Rossellini). Il fotogramma è esteticamente molto bello. C'è, in mezzo alle variazioni di grigio, l'irruzione paradigmatica di due colori, il rosso della tenda incrinata di plastica e il verde, orizzonte malato che si estende alla fine del vicolo e ricorda il colore di un altro film di Carpenter, Prince of Darkness, la fiaba del das ding racchiusa nel suo reliquiario di vetro.
A Snake è stato iniettato un veleno, quindi ha un tempo limitato per completare la sua missione. Tuttavia, in un vicolo sordido dei sobborghi, vicino al luogo dove si trovano le rovine di ciò che pensava dovesse essere il suo obiettivo, l'eroe si ferma, dimentica per un momento il tragico conto alla rovescia del tossico, afferra una sedia trovata per strada e si siede. Si siede e pensa.
Lui, eroe epico (nella canonica incarnazione terminale da parte dell'industria culturale hollywoodiana) che non conosce domande, ma solo risposte (l'etica del lavoro ben fatto), che ha davanti a sé una lunga strada, ma nessun abisso, che agisce senza pensare perché questa è la sua unica e naturale forma di esistenza, e per il quale ogni azione è solo "un abito ben tagliato per l'anima", compie qualcosa al tempo stesso smisurato e filosofico.
Condannato all'infinita ripetizione dell'impresa, Snake comincia a riflettere sulla sua condizione di burattino e compie l'unico gesto di ribellione che gli resta: rifiutare di agire. A nulla servono i comandamenti del potere trascendente che gli parla da lontano e che gli ha iniettato il veleno. Lui, fermandosi, è Sisifo che smette di spingere la sua pietra. E aspetta.
Snake compie un'azione che da epica diventa filosofica poiché, come spiega Lukács, la filosofia è sempre sintomo dello strappo tra interno ed esterno, segno della diversità essenziale tra l'io e il mondo e dell'incongruenza tra atto ed azione. Inoltre, ripetendo il gesto sovrano che dal principe danese arriva fino al Bartleby di Melville, decide di diventare parte della razza degli eroi riflessivi, dei campioni dell'ossimoro. Perplesso, stordito, («la negatività fa paura») non sa che il pensiero, che apre la mente monomaniaca alla libera flessibilità, al suo ritmo polifonico senza vincoli, è una condanna e un miscuglio esplosivo?
In Vivre sa vie di Godard, Nanà, seduta ai tavoli di un caffè parigino, parla con Brice Parain. Il filosofo racconta alla ragazza la vicenda della morte di Porthos in Venti anni dopo Dumas. Questi, il moschettiere «alto, forte, un po' rozzo, che non ha mai pensato in tutta la sua vita», un giorno deve far scoppiare una mina vicino a una fortificazione. Accende la miccia e, naturalmente, comincia a scappare. Correndo, all'improvviso, e per la prima volta, si mette a pensare. Cosa pensa chi non ha mai pensato? A qualcosa di banale: come è possibile che si possa correre semplicemente mettendo un piede dopo l'altro. Nel frattempo, la bomba esplode e l'uomo muore sepolto tra le macerie. Per l'eroe positivo dell'azione pensare significa morire. In Deleuze questo decreterebbe l'irruzione, in mezzo all'immagine azione, dell'immagine mentale, «un nuovo elemento che avrebbe impedito il prolungamento della percezione in azione»: cioè, il pensiero.
Seduto in mezzo alle rovine di una casa bombardata, Snake è Porthos che è riuscito a uscire vivo dalla valanga e custodisce un sapere segreto e quasi orfico; ed è anche un Ulisse al contrario: quest'ultimo, durante il banchetto nel palazzo di Alcinoo, in una mise en abyme che cortocircuita l'intero poema (a volte le grandi narrazioni si fermano per ricominciare lasciando scoprire il loro meccanismo infinito, come succede anche nelle Mille e una notte quando Sherazade decide di raccontare la sua storia, rischiando il romanzo infinito e circolare) ha bisogno che qualcuno – l'aedo – gli ricordi le sue azioni affinché prenda di nuovo coscienza dell'eroe che è, e possa così riprendere prima il filo della narrazione e, poi, quello della sua esistenza eroica.
L'eroe carpenteriano, al contrario, si siede per dimenticare se stesso e la sua condizione. Si siede per tagliare il filo con ciò che è e dovrebbe essere. E, senza volerlo, scopre così (nella frazione di secondo che separa il volto eretto da quello abbandonato sul petto), che la sua essenzialità si trova di fronte ad un abisso incommensurabile che non si trova nella strada sordida e piena di pericoli della città perduta, ma in se stesso.
Tuttavia, il pensiero dell'eroe non implica un arretramento codardo e commosso di fronte alla miseria non superata, ma un atto di sbocco e messa in visione che scopre, in mezzo allo scarico inconsistente di quella New York diventata stato d'eccezione e deserto del reale, come il suo prestigioso sentimento di vasta totalità della vita è diventato un problema, trasformato in un frammento alienato. Angosciato, vittima di «quella sorda oppressione che colpisce la vita in quanto tale», Snake ha appena percepito la frattura che lo abita: cessa allora di essere una cosa sola con il mondo, che attraversava come "acqua nell'acqua" e prende coscienza di sé davanti a questo strappo dell'azione che l'ha reso tale.
In un mondo di macerie, in una "New York anno zero" Snake riflette, come Amleto, su un mondo uscito dalla vertigine della sua ecatombe. Forse, in mezzo a questo disastro, sperimenterà quello che Nietzsche definisce come il "primo sbadiglio della ragione e il canto del gallo del positivismo" cioè un passaggio di stato, dal mondo vero («lui vive in questo mondo, è questo mondo»), ad un mondo che cessa di essere obbligante, consolatore e redentore per diventare irraggiungibile e sconosciuto.
Plissken finirà, come Amleto, per indagare il suo fondo? O rimarrà, come Bartleby, nella solipsisitica e gloriosa ripetizione del suo rifiuto? Oppure, come Don Chisciotte, cercherà di lanciarsi in un'azione che non ha più senso? Una volta che la vecchia unità uomo-mondo si è incrinata, non è più possibile tornare ad essere identico a se stesso e compiere un destino che scopriamo essere di un altro.
Il frame ci ricorda un altro, quello de El día que me quieras con Carlos Gardel, dove il cantante si trova, come Yu Tsun, da solo in un giardino e, come Snake, anche lui è seduto, ma su una panca di pietra. Di profilo, fuma una sigaretta e con la faccia che guarda fuori campo, anche lui sta pensando. Ciò che era proibito all'eroe dell'azione è forse possibile per l'eroe del sentimento? Il pericolo mortale del primo diventa occasione e sentiero per il secondo? Gardel pensa all'immagine di Margherita, la sua sposa che morirà poco dopo, che appare improvvisamente dal fuori campo, alle sue spalle. L'eroe possiede, a quanto pare, il potere di rendere realtà il pensiero. A proposito, quello che fa è l'opposto del pensare: dedito alla magia dell'attrazione amorosa, ha scambiato la riflessione sul mondo con l’affondamento nell'immagine unica.
Snake, eroe borgesiano, al contrario, è colui che ha indovinato, in una faticosa odissea, che il mondo dei fatti «si è separato dagli uomini e si impoverisce e si svuota per questa indipendenza». E, così seduto, con gli occhi chiusi, potrebbe recitare a mente l'esagramma 64 del I Ching, il Libro delle mutazioni, "In mezzo al guado". Tutto, in questo momento di sublime e pericoloso suspense, è in discussione: il cammino già fatto e il cammino che l'eroe deve compiere.
Gli eroi carpentieri sono prima di tutto eraclitei: Snake è un passo indietro l'illuminato John Nada, il protagonista di They Live, che scopre come il mondo sia diventato una finzione generalizzata e minacciosa. Snake è quasi pronto a lasciare il suo mondo chiuso e percorrere il sentiero, inconcluso, delle approssimazioni infinite. Che assumono, come direbbe Borges, la forma di un labirinto o di un libro: entrambi, come la via che sale e quella che scende da Eraclito, sono l'unica e stessa cosa.