risultati per tag: Elvira Del Guercio

  • Nessuno immagina un mondo, o un modo, in cui la passione ardente, il desiderio, il bisogno di farsi uno con l'altro e sentirlo,prima di tutto nella carne, possano smettere di turbarci, infiammarci, di esercitare una forza e un controllo tirannici, magnetizzando così lo sguardo, orientandolo a un unico punto di fuga, verso cui tutto, affetti, pulsioni, violenze, sembrano convergere. E questo punto è la verità (e nudità) del corpo, magro, spento, quasi trasparente, dei carcerati di El Principe;corpi logori, consunti dall'incedere di un tempo sempre uguale, le risse, le lotte interne per il potere, le giornate vuote, il nichilismo della dimensione carceraria arginato dal sentimento gradualmente riacquisito.

  • La storia di un matrimonio non può che reggersi, dietro tutte le apparenze e illusioni, su un disequilibrio, su una serie sterminata di inaccessibili non-detti, quasi vogliano rimanere tali fino alla fine, fino al disfacimento previsto, scanzato. In Marriage Story di Noah Baumbachgià si avvertono le brutture, gli scollamenti, dice Nicole alla sua avvocatessa, raccontandole la sua storia e confessandole quanto queste "piccole" cose venivano programmaticamente trascurate durante il suo rapporto con Adam, troppo egoista, troppo preso dalle proprie ambizioni. 

  • Alle rive dello Scamandro

    Durante il tragitto che li avrebbe condotti lontano dall'Ade, Orfeo si sarebbe voltato soltanto sulla soglia del mondo dei vivi, secondo il mito, convinto che anche Euridice fosse ormai del tutto fuori. Si sarebbe potuto fermare lì per un momento, ancora in piedi, timoroso, le viscere che gli si contorcevano per l'impazienza, la felicità per le prove d'amore superate, con lo sguardo e il pensiero rivolti al futuro così tanto atteso; avrebbe potuto attendere un cenno di lei, un tocco anche debole che l'avrebbe fatto rinsavire, dimostrandogli la realtà della presenza, o meglio, dell'esistenza di Euridice. E non soltanto l'illusione. Ma Orfeo ha "egoisticamenente" scelto per sé e per l'altro, assorbendone il destino e, come afferma Marianne in Ritratto della giovane in fiamme, volendo conservare il ricordo di un amore che non avrebbe mai più subito i rivolgimenti del tempo.

  • La pelle squamata, grigio metallo, affilato di Hayat, la chioma corvina e l'ostinazione silente, placida. Con questi tratti, e quindi col suo unico corpo, di femmina, la dodicenne Hayat decide di sfidare la tradizione "dei padri", di porsi al loro stesso livello abbattendo l'imperituro muro di coercizione innalzatosi nel corso dei secoli sulle donne, costrette a concedersi al mare per assicurare prosperità alla popolazione. Ma Hayat in arabo significa vita, e la protagonista di Scalesne è la deflagrazione e naturale, vivido recupero fin dai suoi primi battiti.

  • Lévinas scriveva che nell’epifania del volto altrui, nell’approssimarsi dell’«Io» all’altro, al volto «d’Altri» la cui realtà e vera natura non stanno nella contemplazione fisionomica, del dato, bensì altrove, si scopre che il mondo ci appartiene nella misura in cui lo si può condividere con l’altro.

  • C’è un’esigenza nel Suspiria di Luca Guadagnino che è piuttosto il compendio di una poetica a sé stante, semovente, e fatta di gestualità e materia esperite in forma mobile, in continuo modificarsi: un’esigenza vivida, flagrante, di spogliare il corpo per tornare al suo linguaggio, invece di coprirlo, per alludere o suggerire; e non è un caso che le danzatrici sia in Volk che nel sabba finale - lì senz’altro per comunicare la portata ancestrale, dal significato quasi pagano della danza – si muovano nude, o quasi nude, invasate come fossero delle menadi.

  • «Che ne è dell’io, che ne è di un io, se nel suo petto batte il cuore di un altro? Che cos’è un corpo, che cos’è il mio corpo, se la continuità della sua esistenza, se la sua sopravvivenza è affidata a uno straniero irriducibile e inassimilabile, a un intruso?»

    L’intruso, Jean-Luc Nancy

    Destinato a trasformarsi in un potente, intenso dispositivo di apertura, a un divenire sfolgorante, mai cauto o fermo, anzi meravigliato, tuttora innamorato delle cose del mondo, degli oggetti, delle sensazioni, di immagini e parole rubate, il cinema-sguardo di Claire Denis, fuori da coordinate spaziotemporali e di genere, autentico e vergine, in un certo senso, non esiste in altri luoghi che non siano i varchi lasciati aperti da ogni inquadratura, suono e immagine: quest’ultima intesa come travolgimento, valico di ciò che accade nell’istante. Di ricerca del significato intimo e dell’essenzialità delle cose.

  • Una ricognizione nell'universo femminile del cinema horror degli ultimi anni

    Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di gender gape disuguaglianza di genere nell’industria cinematografica e nei film. Film che trasmettono sentimenti, stati d’animo, che fanno orrore o piangere; film di ogni tipo in cui poco spazio, o uno spazio per lo più marginale, di puro supplemento, è dedicato all’ideazione e caratterizzazione di personaggi femminili. E se è opinione ormai condivisa che il processo di emancipazione delle donne nato negli anni Sessanta abbia radicalmente modificato la visione e l’immagine femminili nel cinema hollywoodiano e indipendente, oggi, sulla scia dei neonati movimenti, sembra aver preso di nuovo vita, riattualizzandosi, un dibattito più che decennale e che si rifà, guardando specialmente al cinema horror e slasher, alle teoriche queer,femministe e di genere degli ultimi decenni del secolo scorso.

  • Con Tsukamoto sembra che tutto si stemperi in una specie di strana dimensione, senza direzione né riferimenti immediati, senza nord né sud, senza un filo che conduca da un prima a un dopo se non passando per l’intermittenza del corso del tempo.

  • La nuit c'est l'oublié du jour

    Pace non cerco, guerra non sopporto
    Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
    Pieno di canti soffocati. Agogno
    La nebbia ed il silenzio in un gran porto
    […] La vita è triste ed io son solo
    O quando o quando in un mattino ardente
    L'anima mia si sveglierà nel sole
    Nel sole eterno, libera e fremente

    (Dino Campana, Poesia facile, in Il Quaderno)

    La notte è sembianza del giorno. Rimembranza. Ricostruzione e rivitalizzazione del giorno in un altro universo di simboli e significati. Essa non appare come la fine di tutto, come un sonno in cui non c’è dato «essere», creare, agire, dunque vivere, figurando invece l’inizio di una nuova esistenza, di un cosmo che transita, scorre, sopra le cose del mondo e nel cui corso – durante il sogno, la veglia, oltre la mezzanotte dei sensi – è possibile l’incontro, l’amore, la soddisfazione di aneliti inappagati. E se si è poeti affinché si riesca a “doppiare” la vita nel senso (duplice) che ha il termine, riproducendola e allo stesso tempo andando più in là, sperimentandone diramazioni e aperture, si stanno facendo largo, in una certa frangia di cineasti europei, alcune visioni estreme, radicali, dirompenti e distanti da un codice prescritto ma prossime ai generi (e al genere) e non dissimili da quest’idea di poetica.

  • Ad arginare il vuoto delle sale, sospese e spoglie, aride, come solo sanno esserlo durante i mesi estivi, ad agosto specialmente, c'è il Concorto Film Festival, che potrebbe essere definito l'oasi-indie italiana del cortometraggio: realtà culturale indipendente e risonante, ed unicum nel panorama cinematografico contemporaneo in Italia, per quanto riguarda la percezione collettiva della realtà delle "piccole" storie sul grande schermo.

  • Il desiderio di «fare Uno con l’Altro» e di possederlo si configura come una forza pervasiva della vita umana, attraversandola come un primitivo alfabeto costruito su un duplice impulso: di unione e disgregazione. Nel momento stesso in cui si entra in relazione con qualcosa di estraneo da sé, aprendosi a uno specifico oggetto del desiderio, la forza apodittica iniziale si perde come si perde, nella conoscenza dell’altro, o meglio fondendosi nell’altro, anche la propria identità e Mademoiselle di Park Chan-wook parte proprio da questo punto.

  • Il vostro film è intriso di una specie di realismo magico volto al contrario: è una favolaccia, appunto, che mi ha ricondotto alle sensazioni provate in infanzia leggendo le fiabe dei fratelli Grimm, ma anche Marquez o Calvino all'università. Per questo vi chiedo: avete avuto dei riferimenti letterari (ma anche cinematografici) precisi per dare forma a questa "maniera" stilistica?

  • Provando a decriptare l’Angelus Novus di Paul Klee, incuneandosi nel ghigno misterico, quasi leonardesco del volto sgomento, tremante davanti al marasma, Benjamin esplica la sua visione della storia: nel fatuo attendere la rigenerazione, scongiurando il dovere della testimonianza – unica redenzione possibile verso la contemplazione delle cose che ci circondano – e quindi della ricerca, acuminata e soprattutto controversa, nell’ambito delle “possibilità non date”, l’uomo-angelo viene trascinato via, sospinto dal vento e dal tempo di quegli orrori che, invece, vorrebbe stare a guardare, contemplare.

  • C'è una sequenza, in Zombi Childdi Bertrand Bonello, frenetica, dai ritmi convulsi e spezzati, quella dell'incantesimo voodoo finale, in cui luoghi e momenti lontani si giustappongono, nel film due secoli differenti, contorcendosi su una linea temporale immaginifica, appannaggio puro della dimensione surreale, nel senso di un qualcosa che transita sopra la realtà effettiva, cui fa capo tutto l'andamento del film.

Archivio

Teniamoci in contatto