Presentato a Venezia nel settembre 2025, il caso di Elisa risulta ancora, nel panorama del cinema italiano, di particolare importanza, per lo sguardo rigoroso e connotato di Leonardo Di Costanzo. Per la prima volta Di Costanzo si sposta dalla Campania in una Svizzera sibilante, per raccontare una nuova claustrofobia: quella dell’umanizzazione del colpevole.
In un centro di detenzione privo di polsi ammanettati o cortili panottici, si muove Elisa (Barbara Ronchi), la cui routine - scandita da lavoro, visite del padre e passeggiate nei boschi innevati - viene bruscamente interrotta dall’arrivo del professor Alaoui (Roschdy Zem), che la spinge a sprofondare nella sua colpa fino a quel momento inesplorata.
Il regista rinchiude lo spettatore insieme a Elisa nel suo animo devastato, non la si abbandona mai: frequentissimi primi piani e riflessi nello specchio ricordano continuamente l’angustia del reato compiuto da una donna il cui profilo sarebbe stato insospettabile. Il percorso di risalita della sua storia è affidato a tre narratori - la sua stessa voce, le immagini che scorrono, e la voce del giurista a riportare i racconti - che aggravano la discesa di chi guarda nella «claustrofobia della colpa» (come il regista stesso la definisce) della protagonista: senza esercitare alcun giudizio, in pieno stile documentaristico, la cinepresa segue Ronchi respingere o assecondare l’empatia con il suo sguardo, i suoi occhi ghiacciati spalancati ma invalicabili, le parole monche sussurrate.

Gli spazi neutri e astratti, bianchi, assorbono la laconicità di Elisa tramite il loro sguardo di spettatori e mutano la loro morfologia in uggia, alienazione: si pensi all’asettico bar dove lavora, ai casolari, al carcere di boschi che non ha sbarre né celle, dove a segnalare la reclusione sono solo la rete che devia il cammino delle passeggiate e le telecamere di sorveglianza, quasi che la prigionia si dicesse per grana filmica più che per oggetti. Non è un caso che Di Costanzo parli dei suoi luoghi non come contenitori ma come veri personaggi, immaginati già in fase di scrittura. Gli ambienti in cui Elisa si muove non ospitano la sua colpa, la recitano.
E sempre più accecante si fa il cielo bianco e sempre più fitta scende la neve, quanto più la paura, che prima era un remoto ricordo nella memoria torpida di questa donna ghiacciata, viene riesumata nel percorso di ricerca di umanità dentro la colpevole taciturna.
In epilogo, un pianto, che dà speranza di trovarsi dinanzi a una contemporanea lagrimetta di Bonconte da Montefeltro, una possibilità anche per questa coscienza incisa dal sangue e logorata da gelosia e paura, di varcare la soglia di quei boschi come un essere umano.