Una sorta di trimurti, di epifania del cristallo sotto tre forme - i prismi, i vetri smerigliati attraverso cui passa la luce e crea spettri -, una trinità di immagini-tempo dentro un contemporaneo sempre più in balia della storia anzichè dei giochi linguistici, insomma quelle che si chiamano le ermeneutiche e sono conformi alle esistenze in quanto simulacri, piani di realtà in costante evanescenza.
Sono Sirat di Oliver Laxe, Resurrection diretto di Bi Gan e l'ultimo Hiedra di Ana Cristina Barragán, tre film che per quanto diversi l'uno dall'altro incarnano un'idea di cinema non affermativo, piuttosto diffamatorio di ogni messaggio preventivo, la noiosa, stopposa : è la dissoluzione della Storia in favore delle storie - amori cinematografici, quali se no?, amori per il cinema, o partiture elettroniche che delineano l'unico piano di realtà possibile: è passato così tanto tempo e ancora mi perdo in questa coscienza per cui non ci sarebbe verità fuori dal segno, dalla poesia -, isole di senso valevoli fintantochè sono sulla scena, che, per quello che ne so, può corrispondere all'affioramente, riaffioramento del futuro, del ricordo, secondo la legge di Kis.
È nel quadro che la realtà si fa forma, piano linguistico, e così si realizza, si avvera: portando ad esiti estremi questo discorso, si direbbe che non c'è verità fuori dalla cornice dell'inquadratura e del processo di formalizzazione delle cose che essa persegue: si tratta della modalità dello sguardo (Rohmer diceva che il cinema non è immagini ma inquadrature) più che delle cose su cui questo sguardo si posa
Ed era lì che bisognava guardare, attraverso una porta aperta su una stanza, che non smetteva di sradicarsi dalle fondamenta del logos, dentro la vertigine, perchè era l'ora in cui i miasmi marini e le folate, le squame cerulee all'orizzonte tramano, e i corpi tremano nella penombra. Dalle finestre soccihuse, dall'intercapedine di possibilità restante tra i lebi della tenda, il crepuscolo vociava schizzi di rondini, abissi d'archi, l'andante RV 558.