Sarà forse la suggestione sonora e musicale, quell’essere attraversato dalla sferragliosa  contestazione surreale e assieme politica, sociale, sessantottina, di Antonio Infantino e del suo esordiale Ho la criniera da leone (perciò attenzione), ma Si sveglia e sbadiglia, il gatto; poi l'amore, il film di Samuele Sestieri e Federico Francioni recentemente presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 83 (sezione Notti Veneziane), pare proprio una danza di liberazione, un “tentativo di esorcismo”, come lo definiscono appunto i suoi stessi autori. 

Quasi che il tarantismo di Infantino, questo essere “tarantato”, ma non in senso folkloristico, si fosse innervato dentro il film; dalla sua concezione, volutamente fuori dagli sche(r)mi, soprattutto quelli stagnanti d’Italia, alla fase di produzione, senza pitch o laboratori di scrittura, condotta con una troupe “corsara” (anche qui la corsa, la scorribanda contro l’assodato) e un cast di amici.

Per arrivare poi all’opera finita, così fibrillata, svincolata, beat (di nuovo Infantino…), giocosa nella forma e spesso anche nel tono, pur non perdendo una briciola della sua critica sociale e antropologica ai giorni nostri; una contemporaneità fatta di amori e lavori precari, della presenza pervasiva della tecnologia e dell’artificialità, della marginalizzazione dell’individuo e delle sue lotte, dell’erosione dell’umano ad opera di forze subdole e brutali, annichilenti sul piano socio-economico, etico-morale, estetico. Una danza dunque, che per dirla coi Radiohead di Present Tense, diventa un’arma di autodifesa contro il presente.

Chiara, la protagonista interpretata da Carlotta Velda Mei, è esponente emblematica di una generazione – quella dei trenta-quarantenni, dei Millennials, insomma – che per costituzione anagrafica (è l’età in cui ci si aspetta che si diventi qualcosa o qualcuno: sul lavoro, negli affetti, nella biologia della procreazione) e determinismo storico (il passaggio al digitale, il tardo capitalismo, le crisi economiche e politiche) vaga raminga tra impieghi e identità, reale e virtuale, filialità e genitorialità.

Nel suo caso specifico i ruoli in cui si ritrova sono anche quelli, ulteriormente complicanti e alienanti, dell’attrice, della modella, della voce narrante; tutta una selva oscura di prestazioni, un prestarsi agli altri senza darsi a se stessi (Montaigne/Godard), ad un carosello smarrente di contenuti che finiscono per non rappresentare mai davvero chi li ha generati, per non esprimere nulla se non la propria natura commerciale ed eterodiretta, perché commissionati da altri e ad altri ancora, venduti. 

In una spersonalizzante e tenebrosa sala di registrazione, che al di qua del vetro non mostra alcuna presenza umana e balugina tra laser e neon (etimologicamente, dunque ontologicamente, il nuovo, l’ultimo ritrovato scientifico, tecnologico, sovrumano), Chiara è ad esempio guidata da una misteriosa voce maschile (l’algoritmo, l’intelligenza artificiale, la macchina ma anche la narrazione panglossista, pollianesca del marketing) nella lettura di Diario di Eva di Mark Twain, testo che nella sua critica alla società vittoriana coeva all’autore, in particolare alla rigida imposizione dei ruoli di genere e alla cieca esaltazione del progresso, si offre certamente come una delle chiavi interpretative del film.

Mentre lei cerca di essere Eva, di farsi Eva, incarnandone la voce e lo spirito curioso e spontaneo che Twain le aveva assegnato, mentre cioè legge l’incipit del libro, ecco che la voce rivela la vera finalità dell’operazione: il cliente vuole un “testo ironico che si ispira alla vita coniugale di Mark Twain”. Non si tratta quindi un audiolibro che rispetta l’intento letterario originario dandogli sostanza sonora, ma di un brief che ha tra le sue reference “femminilità, leggerezza, sentimento”, un set di istruzioni allineanti, manipolanti, una contraffazione.

Tutto il contrario di ciò che Chiara persegue, nella sua pur straniante, “captologizzata” esistenza; lei che in abiti settecenteschi sogna un’altra epoca, una dimensione in cui a dominare è la forza primigenia della natura e dell’analogico, e invece è costantemente contesa da droni, schermi, dispositivi di registrazione audio-video, led di stato. Lei che viene dall’Eden, dal giardino della creazione, e si trova a brancolare e a districarsi in un mondo ostile e materialistico, perduto com’è perduta la Roma in cui abita (“questa città fa schifo, non ho incontrato una persona che valga qualcosa”, tuonerà Chiara contro la voce).

Al vuoto delle consumazioni, che la svuoterà persino della vita che credeva di portare in grembo, Chiara cerca di contrapporre l’essenza che nella babele del mondo (“la notte ho la testa piena di queste cazzate” rimprovera rabbiosamente al deus fuoricampo) rischia di perdere e dimenticare.

Al netto del discorso sul femminile, che meriterebbe una disamina a parte, è difficile non sentirsi chiamati tutti in causa: le cazzate sono quelle in cui siamo immersi quotidianamente: ossia le de-generazioni propinate dalle intelligenze artificiali, gli aforismi idioti dei video motivazionali e della pubblicità, il mindset del vincente individualista e narcisistico, il racconto desacralizzato e desacralizzante del raggiungimento degli status. Una giostra audiovisiva pericolosissima nel suo labirintico gioco di specchi dismorfici, che non a caso gli autori mostrano all’inizio del film, in un cortocircuito lancinante dove la moltiplicazione delle forme rappresentative frammenta il Sé al punto da fargli smarrire il proprio nucleo autentico.

E così, muovendosi tra laser game, incontri e videochiamate, tra amori e foglie morte (La Chanson de Prévert che richiama Les Feuilles mortes), la protagonista prova a fare i conti con i propri fantasmi, compreso quello del padre morto, che – miracolo del cinema – le riappare in video in una delle scene più emozionanti del film (complice anche lo sguardo dolcissimo del non casuale interprete, ovvero il regista Mauro Santini). Ogni storia di fantasmi, si sa, è una storia d’amore, ma è facile perdersi tra i due mondi: gli amori morti continuano a morire e le canzonature attorno a noi non possono che annoiarci, gettarci nell’indifferenza. 

Fuori, attorno a Chiara, l’uomo ha sostituito Adamo con le scimmie ed Eva con una cosplayer e non si fa che guardare il fondale, l’arredo, i fake plastic trees. Siamo dentro le simulazioni, siamo dentro Matrix e nei cataloghi Ikea, nei reel di Instagram e nelle puttanate di Tik Tok. E l’unica soluzione è, forse, smettere di guardare, ricominciare a sentire.

Tags: