Francesco Sossai sembra ripetere, nella realizzazione di questo road trip, la stessa operazione compiuta da Krano (Marco Spigariol, autore della colonna sonora) nella creazione della musica: partendo dall’americano - il post-punk della sua prima formazione, poi un blues che ricorda quello del Delta - si giunge a un suono biologicamente veneto. La traduzione proposta dal film è la stessa.
Si appropria della grammatica - dello scarto malinconico - del road movie americano innestandola su un corpo che non le appartiene: la pianura tra Belluno e Venezia, dove non ci sono highway ma provinciali, non ci sono motel ma bar che ospitano l’ennesimo ‘ultimo giro’ dei due protagonisti che evitano di andare a dormire.
L’auto è per Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) l’utero di approdo dopo il viaggio di una vita caduta in rovina, tra una birra e un superalcolico, tra l’attesa dell’adorato Genio e il ricordo felice della collaborazione con questo, tra compagne perdute e soldi sperperati. Si presentano addormentati e sbronzi sui sedili di questa macchina-dimora con cui attraversano la cornice in cui sono rinchiusi: la pianura del Triveneto. Quando sono fermi al tavolino in autogrill un campo/controcampo ravvicinatissimo fa sentire il fetore del loro alito mentre tentano di rammentare «il segreto della vita» in un dialetto sbiascicato, consapevolezza così lontana - e schiacciata - dal mondo che li circonda: una modernità, da loro sofferta e rifiutata, che annulla la specificità della pianura, che distrugge giardini cinquecenteschi per costruire autostrade e capannoni industriali. Il poco spazio lasciato alla speranza dal mito della produttività che muta la fisionomia del territorio è lo stesso che la musica o i forti rumori - come l’elicottero o il treno in partenza, le macchine che sfrecciano - cedono ai dialoghi in posti affollati.
Nell’incontro dei due spiantati cinquantenni con Giulio, ventenne insicuro e sobrio, c’è qualcosa che sfida la logica delle bolle generazionali canoniche: un riconoscersi tra estremi, in un rapporto capovolto nei ruoli - è il ventenne a offrire ai due la sosta, la parola giusta, quasi la saggezza di chi guarda le cose con distacco; sono loro, i più vecchi, a portare l’entusiasmo, la voglia di rischiare, l’incoscienza che a Giulio manca ancora. Il regista tratta questo capovolgimento con una dignità rara, senza ridurlo a espediente comico o a contrasto generazionale di maniera: nessuno dei tre insegna nulla, eppure qualcosa passa comunque, nei silenzi tra un bicchiere e l’altro, nelle domande poste da Giulio e nelle risposte sempre vaghe.

Come vuole la tradizione dell’on the road, gli ambienti non vengono mai semplicemente attraversati: si contemplano, si studiano, si assaporano. Sossai si prende tutto il tempo necessario per costruire piani sequenza dedicati alla pura osservazione dell’urbanistica devastante - distese di campi, di nulla, antenne e tralicci elettrici, costruzioni industriali e razionaliste, casolari rurali degli anni Sessanta - e non perde mai il contatto con la geografia reale della storia: la Valbelluna, la pianura tra Venezia e Chioggia, il Trevigiano, sono luoghi che si riconoscono, non un altrove indistinto. È lo stesso sguardo che il film presta a Giulio quando, davanti a un dipinto della scuola del Veronese, nota che il pittore aveva scelto di non rappresentare la pianura, di immaginare un paesaggio che unisse i monti alla laguna senza le città di mezzo: ciò che la pittura aveva nascosto, Sossai lo restituisce nella sua materialità più prosaica e notturna.
«Siamo troppo vecchi per crescere» dice Doriano, poco prima di visitare la Tomba di Brion: si arresta con l’opera di Carlo Scarpa la corsa frenetica dei due veneti stanchi, costretti dal giovane - forse fin troppo cresciuto, a differenza loro - a fermarsi e sentire il peso dei volumi in cemento armato e la leggerezza quasi eterea che negli specchi d’acqua sembra sospenderlo. È all’interno del Memoriale, la “macchina per elaborare il lutto”, che i tre si trovano al cospetto delle due circonferenze incastrate - lo stesso segno che il film aveva già lasciato affiorare altrove, senza dichiararlo: negli aloni dei bicchieri sul tavolo della trattoria, tra le pagine del libro di Giulio, sfogliato da Doriano. Qui prende la forma della pietra, quella stessa pietra declinata in strade, case, industrie da cui scappavano.
Carlobianchi e Doriano, che nell’utero dell’auto si erano illusi di restare troppo vecchi per crescere ancora, si ritrovano ora davanti a un’architettura pensata per l’esatto opposto: non la crescita mancata, ma la fine consacrata.