Sembrerebbe essere una mostra di qualità, almeno per quanto riguarda il concorso, con in più il plusvalore di un “Orizzonti” sorprendente, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra di Jaqueline Lentzou e di un “Fuori Concorso” prodigioso, quel The Basics of Philosophy di Paul Schrader che probabilmente avrebbe meritato di essere in gara, per quel che contano le gare.

Quindi, finora ci sono un Pallaoro tra eros e thanatos, in eco di Bertolucci, su cui bisogna tornare perchè è un film  dotato di grande poesia; poi Tsukamoto, Moretti, Kore’eda e McDonagh, con il suo film più bello dominato da John Malkovich. E tra queste visioni ineffabili spicca Herzog, che quando si dedica alla finzione raggiunge risultati eccezionali.

Qualche anno fa sempre a Venezia fu presentato My Son, My Son, What Have Ye Done, a ribadire il suo metodo finzionale: la disarticolazione dell'immagine, delle sagome che vi si muovono all’interno; la volontà di sottrarsi a una logica corriva del quadro, qualcosa di vagamente lynchiano, che in effetti sembra essere uno dei referenti di quest'ultimo straordinario Bucking Fastard. C’è evidentemente un portato politico in questo metodo, come in tutto il cinema contemporaneo fondato sull’evidenza della forma, sull’interrogazione di modalità nuove di apparizione, di significazione, piuttosto che sul cosiddetto contenuto, il messaggio onnipresente a cui lo sguardo medio si aggrappa per dare ordine (un ordine, come dire, borghese) al film, per non perdervisi dentro.

È la volontà di rispecchiamento da parte di chi guarda, che vuole trovare se stesso sulla superficie traslucida dello schermo, tale e quale a com’è, a com’era quando è entrato in sala, con un’idea del mondo che gli viene dalla constatazione dei meccanismi mimetici che lo scandiscono, senza dubitare mai che il piano dell’ordinario corrisponda con quello della realtà. Herzog invece ti costringe ad andare più in là con lo sguardo, più sotto, più in profondità, dove giace qualcosa come un sogno, come un film, che è l’assunto di Lentzu che citavo prima. Quadro nero, attesa della prima immagine, e subito compare la dedica a Lynch, con tripudio della sala.

Da lì in poi si sgrana il racconto a due teste, quindi un racconto ibrido, “mostruoso”, eseguito dalle gemelle monozigote Jean e Joan Holbrooke che fanno tutto all’unisono: pensano, parlano, svolgono le masserizie, hanno amplessi, tutto fatto insieme, in sincrono. Ecco, appunto, gli amplessi: le due donne sono tanto libere nell’esprimere il loro amore (di cui fanno in ogni occasione apologia), nello svolgerlo a letto, a tre, quanto ossessive nei confronti del loro oggetto del desiderio, un vicino di casa che a un tratto è costretto a denunciarle. Così la narrazione accelera verso la dimensione onirica, ma qualcosa di “meno serio” rispetto a Lynch - si direbbe una versione bislacca, autistica dell’ottica lynchiana - fino al limite del delirio, in cui Jean e Joan si ritrovano a scavare un tunnel verso nessun luogo che non sia quello del cinema.

Pure immagini in libertà allora, in cui si respira la stessa inquietante ariosità di un film come The Wild Blu Yonder; immagini che pensano personaggi bicefali, anomali, o monchi, mancanti, coerentemente con tutta la ricerca herzoghiana, la quale si struttura proprio in quanto ricerca di modelli umani eccentrici, per esaltarne così la straordinarietà misteriosa. Si tratta di una sorta di umanismo che sonda le ossessioni di soggetti fuori dall’ordinario, ne sottolinea l’agire, il mistero, non sciogliendolo ma esaltandolo, amplificandolo in una messa in scena ellittica, alogica, in cui cose e personaggi sembrano tramare per aggirare le regole della fisica, e della narrazione in favore di quella dimensione veritativa, sospesa, che il cinema.

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