Ascoltando: La Route, Kangding Ray, Soundtrack Sirat, 2025. 

«Gli esseri umani non sono uniti se non da cicatrici o ferite»

G. Bataille, 1938.

Jade: «È così che ci si sente alla fine del mondo?»

Josh: «Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo» 

(Sirat, 2025).

Sirat celebra la dissoluzione dell’io per il tramite della danza innescata dal muro di casse pulsanti, Sirat rende manifesta la crisi che lacera il nostro tempo e la fa elaborare a un gruppo di raver, i quali, nella ricerca nomadica del rave tra le sabbie del deserto del Marocco infestato da una guerra invisibile, rincorrono il bisogno di curare le ferite danzando, e danzano, e danzano, e danzano sulle ferite e sulle mine. A tratti suturandole a tratti squartandole, Steff, Josh, Toni, Bigui, Jade, insieme al padre e al figlio – Luis e Esteban – celebrano le cicatrici che li tengono uniti e protetti dall’abisso in cui sono precipitati.

In una celebre conferenza del 1938 al College de Sociologie Georges Bataille affermava:

«Propongo di considerare come legge il fatto che gli esseri umani non sono uniti se non da cicatrici o ferite (…). Se degli elementi si combinano allo scopo di formare un insieme, ciò si avvera facilmente quando ciascuno di loro perde in una lacerazione della sua integrità una parte del proprio essere a vantaggio dell'essere comuniale. Iniziazioni, sacrifici e feste rappresentano altrettanti momenti di perdita e di comunicazione degli individui tra loro».

“Comunicazione e perdita” per il tramite della cassa sonante sono il dispositivo (setting) e la disposizione (set) – nelle parole di Timothy Leary, Metzner e Alpert in L’Esperienza psichedelica (1962) –, elementi indispensabili alla dimensione collettiva dell’esperienza del sacro. Il sociologo francese Georges Bataille, avendo come riferimento Durkheim nel suo studio su Le forme elementari della vita religiosa (1912), considera essenziale nelle esperienze collettive di comunicazione l’innescarsi di una rottura dei confini dell’unicità del sé a favore di una perdita del sé nell’altro/a, perché è nella dissoluzione della finitezza dell’io, nell’interruzione dell’ordine prestabilito che si percepisce il senso del sacro. Il sacro è disordine, il sacro è festa, il sacro è danza senza fine.

Le esperienze eccessive ed eccedenti (Durkheim, Bataille, Leary) come la festa, il contagio, la frenesia, l’erotismo e l’estasi – dal greco ékstasis significa “uscire fuori da sé, infatti – sono capaci di superare la condizione umana di separatezza tra gli individui: specchio del progetto capitalista fondato sul lavoro, l’utile, la produzione, il risparmio, e fonte di ineluttabile isolamento e disgregazione. 

Non è un caso che nella cultura occidentale vi sia stato un progressivo sradicamento dei rituali che, per raggiungere il sacro, infrangono regole, sprecano energie – la dépense secondo Bataille – si agitano in gesti, movimenti, danze frenetiche improduttive e non finalizzate all’utile. 

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Gli esseri umani delle società industriali sono stati sistematicamente spossessati dai rituali festivi incentrati sull’esperienza della transe per avvicinarsi al sacro. Negli studi di Georges Lapassade, in particolare Dallo sciamano al raver (1997), vengono menzionati e indagati gli ultimi contesti novecenteschi nei quali è ancora possibile aspirare al sacro attraverso differenti accessi, uno di questi è precisamente lo stato di transe nel rave. Lapassade rinviene nel rave-party alcune caratteristiche connesse al setting e al set, al dispositivo techno-transe, all’effetto della comunione del gruppo, agli induttori chimici (MDMA, ecstasy, acidi), il raggiungimento di stati di coscienza radicali e profondi, che, citando Metzer, «sono quelli in cui viene a cambiare il concetto d’identità, quello di chi siamo, l’immagine di se stessi. Lo SMC (ndt. stato modificato di coscienza) più profondo a noi noto è quello in cui si esperimenta ciò che viene chiamata esperienza di morte. Il sé muore. Questo è un cambiamento di coscienza definitivo» (Lapassade 1997, p. 164).

Oliver Laxe, il regista nato a Parigi da genitori galiziani, in diverse interviste ha dichiarato che attraverso l’esperienza filmica e spettatoriale della morte e della crisi del soggetto, delle ferite e del dolore paradossale e estremo vissuto dai personaggi, si esplorano le proprie lacerazioni interiori per consumarle nella sala cinematografica tutte e tutti insieme. 

«Siamo in un momento in cui dobbiamo contenere il dolore che ci circonda», sostiene Laxe, è per questo che nel silenzio “comuniale” (Bataille 1938) della proiezione, difronte alla scena della morte infame e accidentale di un innocente come Esteban o di quella assurda di Jade che, “fatta” di allucinogeni, chiede di far esplodere la cassa di bpm e invece esplode lei perché ha inconsapevolmente calpestato una mina, la sala sussulta ed esplode a sua volta in un grido d’orrore sprigionando il dolore collettivo, consumato come nel teatro greco. 

I truck dei raver che di notte, illuminati da bagliori incerti che opacizzano il grande schermo, attraversano le profonde gole delle montagne marocchine insieme all’autovettura inadatta di Luis e Esteban alla disperata ricerca della figlia e sorella in un improbabile rave disperso chissà dove, mostrano la perdita di innocenza dell’ultimo avamposto scelto dall’Occidente come locus amoenus et absconditus dove lasciarsi alle spalle il sistema morente e feroce del tardo capitalismo: il deserto cui i raver vanno incontro è minato, una guerra intestina imperversa a loro insaputa e il tentativo di allestire la festa e partecipare al rituale della techno-transe che mette in pericolo l’ordine costituito, corrisponde alla prossimità con la sua stessa distruzione. 

La celebrazione del rave contro ogni perdita (Rave New World, D’Onofrio 2018) coincide, nella visione di Laxe e dei suoi raver attori non protagonisti, con il precipizio verso l’abisso del sacro amplificato dalla cassa che vibra e vibrando attira a sé i corpi distrutti e danzanti. 

Come non aver notato, infatti, una certa familiarità nelle espressioni dei volti e dei corpi devastati dalla danza perenne? Va detto che tra i numerosi pregi di questa opera filmica, peraltro divisiva nei giudizi spettatoriali, vi è la cura delle immagini legate al rave. Il cinema e il regime scopico della visione cinematografica hanno sempre dovuto inevitabilmente negoziare il realismo della festa autentica con le modalità della sua messa in scena al fine di filmarla, è noto quanto sia arduo catturare il senso del party attraverso delle riprese, sia che si tratti della club culture sia, e a maggior ragione, che si tratti di un rave. In Sirat accade che i corpi registrati nella fragilità innocente di chi è alla ricerca della transe sono stati protetti dalla edulcorazione del processo di ripresa, montaggio, postproduzione ed editing poiché sono corpi filmati mentre si trovano immersi nel suono di un rave che ha realmente avuto luogo nel deserto marocchino. È per questa ragione che guardando le scene di danza si sfiora l’essenza del raggiungimento dello stato di transe che Laxe intendeva condividere con il pubblico in sala facendogli giungere immagini intime e al contempo collettive.

I partecipanti, infatti, erano per lo più appassionati raver di lunga data, giunti a questo party improvvisato da ogni angolo d'Europa e tra i dj chiamati a suonare per i tre giorni della festa organizzata dal regista c’era 69db, aka di Sebastian Vaughan, tra i fondatori di Spiral Tribe, il collettivo artistico e sound system nato in Inghilterra nel 1990 e ispiratore del movimento dei free party che diede origine alla nascita della cultura rave. 

«La musica non si deve fermare per tre giorni» è stato detto dai raver a Oliver Laxe e così è stato per poter narrare l’essenza del rave che si dipana attorno all’idea dello sfinimento consumato e celebrato tramite la danza: urlare, piangere, gioire, cadere al suolo sfiniti, rialzarsi e mai smettere di ballare.  

La cura per far sì che giungesse per mezzo di immagini questa fragile e osteggiata condizione dell’io che ricerca la propria dissipazione nell’altro e nello stato di transe ingenerato dal ballo e dalla fuga dall’ordine del sistema, poteva compiersi solo grazie ad una accurata ricerca attorno al suono e alla colonna sonora. Quest’ultima è opera di David Letellier aka Kangding Ray, producer e musicista francese di base a Berlino, il quale, scolpendo un suono dopo l’altro sembra interagire, come nella proposta della Guerra Sonora di Steve Goodman aka Kode9 (2012), con le vibrazioni, operando una subpolitica della frequenza che, ora disintegrando l’armonia ora implicando la distorsione, penetra incalzante e in sordina nei corpi lanciati nei vortici dei bpm, nella gamba amputata di Tonin il cui moncone batte libero il tempo della cassa dritta al suolo, nelle ruote dei truck che avanzano solenni tra le dune infestate dalla tempesta. 

Ascoltando: Les Marches, Kangding Ray, Soundtrack Sirat, 2025.

Concludiamo con la scena d’apertura: lo sguardo di Oliver Laxe si attarda sulle braccia e sulle mani esperte di raver che stanno montando il muro di casse, cavi, cassettoni, pedane, un grande e sontuoso sound system, l’iperoggetto sacro simbolo della cultura rave (e non solo), quel sistema sonico che attualizza il rituale e rende possibile la dissoluzione dell’io a favore della subpolitica della frequenza, dei bassi, delle vibrazioni.

In una delle scene più intense tra i due mondi che Laxe mette in comunicazione profonda, vi è quella in cui si consacra tanto al grande pubblico quanto a chi ne conosce già il segreto technomagico (Susca 2022), la cassa, l’amplificatore, medium di natura ancestrale atto a magnificare il suono come in una funzione rituale pagana, di per sé veicolo privilegiato per trasmettere frequenze e raggiungere stati alterati di coscienza. La cassa, benchè impolverata e consumata come lo sono quelle dei rave, trasmette la sua brutale sensualità tecnologica, essa, infatti, coinvolge radicalmente i sensi di chi le balla davanti, facendone vibrare la pancia e la scatola cranica di chi le si aggrappa addosso per non cedere allo sfinimento, come in un abbraccio ferale con un corpo ibrido. 

Con tra le mani una vecchia cassa abbandonata dopo un rave, Jade, maga del deserto, mentre la pulisce e l’accarezza, viene visitata da Luis, ancora ignaro dei poteri catartici del sound system, è lì che ha luogo un frammento di dialogo prezioso:

Jade «Non saprai mai se è l’ultima volta che suonerà»

Lius «Ma non si sente niente»

Jade «Cosa?»

Luis «Non si sente niente»

Jade «Ma questa non è per ascoltare, questa è per ballare»

Luis «Lo dice sempre anche mia figlia»

(Sirat, 2025).