Non è certo in un mero, per quanto virtuosistico, esercizio di stile che va ricercato il senso del dispositivo approntato da Sebastian Schipper in Victoria (2015). Il piano sequenza ininterrotto che fagocita la notte berlinese per oltre due ore non è una semplice scelta linguistica, ma una clamorosa affermazione ontologica. È la mimesi assoluta, l’esatta trasposizione visiva della techno intesa non più come corredo acustico subculturale, ma come vera e propria visione del mondo: una fenomenologia dell'immanenza radicale che abolisce ogni asse diacronico, ogni prospettiva storica, per collassare rovinosamente in un presente perpetuo e insondabile.
Victoria, la straniera, porta impressa sul proprio corpo la sintomatologia di questa transizione filosofica. Pianista di formazione classica, ha abbandonato la partitura – e con essa l’idea di una struttura, di una finalità teleologica, di una Storia scritta e razionalmente interpretabile – per sprofondare nella visceralità del clubbing, nel buio di un sotterraneo in cui il sé individuale cessa di esistere come monade pensante e si disintegra nel respiro collettivo. La techno è, in questo ecosistema, la colonna sonora di un’apocalisse borghese: una forza entropica che annulla la distanza tra i corpi e li riduce a pura materia pulsante. Sotto la dittatura della luce stroboscopica e l'ossessione martellante del kick (il battito della cassa), l'individuo abdica al proprio ruolo di agente morale per farsi "corpo agito", mero vettore di un'energia cinetica la cui unica direzione è l'esaurimento di sé.
Se in una pellicola seminale come Lola corre (Tom Tykwer, 1998) la pulsazione elettronica scandiva ancora un destino frammentato, un ipertesto di possibilità in cui il montaggio cinematografico garantiva la biforcazione salvifica (il ritorno indietro, la correzione dell’errore, la rivincita del libero arbitrio sul caso), nel mondo chiuso di Schipper ogni via di fuga è strutturalmente preclusa. L'assenza totale di stacchi di montaggio è l'equivalente formale del loop musicale: una prigione cronotopica, una condanna all'azione ininterrotta che impedisce lo scarto anamorfico della riflessione. Una volta innescata la ritmica della tragedia – il furto, il rapimento, lo scontro a fuoco – i personaggi sono trascinati da battiti serrati che non ammettono pause, ripensamenti o controcampi.

È un determinismo feroce, meccanico, che trova un suo riflesso oscuro, sebbene declinato in una chiave più claustrofobica e coreografica, nella discesa agli inferi di Climax (Gaspar Noé, 2018). Anche in Noé, come in Schipper, il battito sintetico smette di essere espressione di un edonismo liberatorio per farsi possessione demoniaca, intossicazione di massa, rituale necroforo in cui il movimento della macchina da presa pedina la disgregazione dell'umano. La techno, in queste opere, si rivela per ciò che è: la negazione del linguaggio, la saturazione dello spazio sonoro e visivo che impedisce alla parola (e dunque alla salvezza) di sedimentarsi.
Il movimento incessante della mdp di Schipper tallona i corpi sudati e disperati non per indagarne le profondità psicologiche – ormai del tutto evaporate – ma per registrarne il logoramento organico. L’escatologia della techno, del resto, non promette alcuna palingenesi; promette soltanto il consumo totale dell'energia disponibile fino al sopraggiungere dell'inevitabile silenzio. E quando il ritmo di Victoria fatalmente si spezza, quando il sordo pulsare della notte cede il passo al livido e indifferente chiarore dell'alba berlinese, ciò che resta non è una nuova consapevolezza, né una catarsi. È solo l'afasia tremenda di chi si risveglia tra le macerie del proprio stesso movimento. La fine del loop restituisce la protagonista all'immobilità di un marciapiede cittadino, straniera in una terra di nessuno, testimone solitaria e insanguinata di un mondo in cui il ritmo ha divorato l'esistenza, lasciando dietro di sé soltanto l'eco metallica di un disastro a cui non eravamo preparati.