Una notte, un club techno: i giovani ballano come se il domani non esistesse, la musica spazza via ogni cosa.
La frase promozionale del lungometraggio After di Anthony Lapia, che abbiamo selezionato all'edizione 2024 del festival di cinema musicale Seeyousound di Torino, che ho il piacere di dirigere, nel concorso Long Play Feature (curato da Matteo Pennacchia e dedicato ai lunghi di finzione), potrebbe bastare per rendere l'idea al pubblico di quello che si affronta scegliendo di vedere questa opera prima, lunga poco più di un'ora ma intensa, cruda, frastornante, coinvolgente, sfibrante come poche.
After non dà respiro, in questo risultando perfettamente affine al genere musicale che lo anima: energia pura, un inno all'evasione che è la cosa più simile a una notte in discoteca da vivere senza neanche muovere un passo (durante la visione, rimanere immobili sulla sedia del cinema, o sul divano di casa, resta impresa improba).
Perché una musica che a orecchie aliene può sembrare invariabile ed eterna sa offrire a chi si lascia andare emozioni difficili da eguagliare, e all'interno di quel che può essere percepito dai non clubber come un “muro di rumore” c'è modo e margine per conoscersi, comunicare, intessere relazioni più o meno durature, più o meno effimere. Intanto la musica, fedele compagna su cui si può sempre contare, continua a pulsare, a dare ritmo, a costruire un tessuto che diventa rete, sostegno, culla.
Tutte queste parole sulla musica techno e sui suoi effetti non vengono fatte per evitare di raccontare il film, ma perché di esso (della sua ideazione, del suo sviluppo) sono ossatura e anima imprescindibile. After è un'esperienza vissuta quasi tutta “dentro” le mura dell'edificio, in cui vite si alternano, tra euforia e sballo chimico; una danza sfrenata, un non-racconto radicale e immersivo.
Un film estremo, certo: dialoghi complessi da ascoltare sopra i beat, incontri e attrazioni fugaci e non, raccontate con un approccio semi-documentaristico, immagini sgranate, minimalismo diffuso (che non significa riduzione). Un progetto a basso budget, ma con ogni singolo euro utilizzato al meglio.

Protagonisti, insieme alla musica e alla folla inarrestabile ed eterogenea di clubber, sono un’avvocata penalista e un autista di Uber, Félicie (interpretata da Louise Chevillotte) e Saïd (cui dà volto, corpo e voce Majd Mastoura): si notano, ballano, sentono crescere il desiderio febbrile dei loro corpi, inseriscono le loro vite in un intervallo, un interstizio dallo spazio rallentato e illuminato da un'oscurità stroboscopica.
Durante questa avventura nella notte di Parigi bisogna solo “entrare” nel club, e lasciarsi andare fino (quasi) ad annientarsi. Il resto arriverà da solo. Arriverà l’alba, ma è bello non pensarci fino a quando non accade. In fondo, come ha dichiarato Lapia alla Berlinale 2023, quando il film è stato presentato al pubblico per la prima volta: «Il mondo è un posto di merda, quindi andiamo negli scantinati a divertirci, amare e fare quello che ci pare».
Lapia, che ha studiato Belle Arti a Parigi e Madrid, poi cinema all'Università Paris 8, non ha – al momento in cui scriviamo questo testo – ancora dato un seguito alla sua opera prima da regista. Ha prodotto con la sua Société Acephale nel 2025 (con un interessante scarto tematico) il documentario Mon cœur ne bat pour personne di Diane Sara Bouzgarrou, in cui un uomo si reca a Milwaukee sulle tracce del celebre serial killer Jeffrey Dahmer, da cui è tremendamente affascinato.
Per provare a intuire dove lo porterà la sua carriera dietro la macchina da presa, quindi, non resta che fare un paio di passi indietro, ai due cortometraggi da lui realizzati, Soliloquies, premio della giuria al concorso Arte Court-Circuit 2010, e soprattutto Panda del 2014 (visibile gratuitamente su Vimeo), interpretato dagli allora giovanissimi – e non ancora star – Solène Rigot e Finnegan Oldfield, alle prese con un viaggio notturno per vedere (lei) il mare per la prima volta. Un altro incontro notturno e fugace, un'altra esperienza da vivere senza farsi troppe domande.