In un galeone affondato si può sedimentare il tempo, possiamo interrogarci sulla sua storia, sia prima che dopo il naufragio, attraverso la sua materia e le relazioni che ha stabilito: le persone che viaggiarono, i territori attraversati, i metalli preziosi che portava con sé e quelli che affondarono nell’abisso. Si potrebbe affermare che nell'immaginazione popolare contemporanea le grandi storie di galeoni non sono spesso molto suggestive, perché oggi per le navi non esistono le condizioni necessarie per compiere lenti viaggi motivati da tesori attraverso oceani inesplorati. Le tecnologie di guerra e navigazione sono ora associate alla velocità, all'aria, alle tattiche remote. Ecco perché le immagini dei galeoni oggi sono anacronistiche, assumono un tono ironico, una scala umana o adottano nuove strategie per riaggiornare le idee di espansione, schiavitù e conquista. Le navi nel nostro immaginario contemporaneo rientrano in uno spettro che può andare dalle piccole barche di migranti alle grandi imbarcazioni che caricano container pieni di merce prodotta da lavoratori precari. Allora, potremmo chiederci, in che cosa siamo imbarcati oggi? quale ruolo e quale settore della nave occupiamo? Quali storie di galeoni ancora ci attraggono?

Nel film Trapito (1975) di García Ferré ci sono galeoni. Trapito, Larguirucho, Salapín e il Chanchito occupano la stiva o devono combattere. Per aiutare una sirena colpita dalla guerra, e poter ottenere una ricompensa, i protagonisti devono affrontare il cattivo che ha occupato il mondo sottomarino. Così Larguirucho e Trapito devono entrare in un vecchio galeone abbandonato. 

Il corpo del polpo è fuso con le rovine. I suoi tentacoli pendono come alghe, tra le quali Larguirucho si fa strada mentre affonda per far uscire il polpo dal suo nascondiglio. Larguirucho non fa alcuna differenza tra le rovine e i tentacoli, la sua trascuratezza fa sì che sia una preda facile. Trapito, al contrario, esegue una coreografia sfuggente: inseguito dai tentacoli, nuota e a volte sorride come se fosse un'impresa. Percorre in apnea l'intera estensione del galeone, in ogni angolo esegue una piroetta che avvolge i tentacoli del polpo fino ad immobilizzarlo. Infine, Trapito si traveste da fantasma e spaventa il polpo che viene, così, espulso.

Nel fotogramma vediamo un frammento della sequenza. La tavolozza dell'immagine è praticamente blu e celeste, tranne alcune parti di un blu più spezzato o marrone freddo. I colori ci aiutano a capire che il galeone non è solo affondato, ma anche che è fermo in un tempo che è quello dell’intervallo; perché nelle sue rovine c'è il passato, il presente che spaventa la popolazione sottomarina e anche il futuro come una promessa in cui sono impegnati Trapito e Larguirucho, affinché quel futuro effettivamente abbia luogo. Le rovine della nave occupano l'intero quadro, in alcune parti si vede legno spezzato e alcune piante acquatiche che sono cresciute.

I tentacoli del polpo formano un nodo che si trova al centro dell'immagine e da dietro vediamo il corpo di Trapito che cerca di scappare. Nelle rovine del galeone, dove c'è una prigione, dove non c'è apparente nulla e resti del passato, Trapito incontra strategie e possibilità. Nel suo percorso costruisce con stupore un sapere specifico che permette la liberazione dei suoi compagni. Nel gesto di stabilire un rapporto con le rovine, appare come contropiano il polpo che, pur avendo il corpo fuso con le rovine, non fa uso della memoria, non utilizza la sua conoscenza, non dimensiona come le rovine si possono riadoperare e essere usate contro di lui.

In ogni piroetta, Trapito si contorce il corpo e immagina. Può leggere e sentire nelle rovine le relazioni intime tra ogni parte del galeone e il corpo del suo avversario, per dare spazio all'imprevisto.