«Ci sono momenti in cui, se vogliamo continuare a pensare, dobbiamo pensare l’impensabile»: continuare a pensare, e quindi a non smettere, con ostinazione, di aprire, circoscrivere e abitare, lo spazio minacciato del “tra”, della riflessione critica e del pensiero, è più che mai urgente oggi, immersi come siamo in uno stato di conflitto globale permanente, causato da un capitalismo selvaggio in fase terminale. Ci sono libri che sembrano veri e propri manuali di guerriglia del pensiero, che continuano a forzare, con strumenti ermeneutici allo stesso tempo affilati e raffinati, questo spazio del “tra”. Divenire Bosco di Sylvia Marcos – intellettuale, psicologa clinica, filosofa femminista e attivista messicana, interlocutrice diretta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale –, è uno di questi.
Il libro, edito per Cronache Ribelli nella collana Archeologia del Presente, è – come suggerisce il curatore Diego Ferraris – , «una chiave per addentrarsi nel bosco delle parole delle donne zapatiste, nell’alterità della loro mentalità, indivisibile dal loro agire critico di resistenza e ribellione».
Si tratta di cinque testi introdotti da un dialogo-intervista amicale fra la Marcos e lo stesso Ferraris, cinque “sequenze” che ritmano le tappe di un cammino critico-militante ricchissimo, in «co-presenza, interazione, interdipendenza, comprensione» con le combattenti zapatiste che, attraverso un’esperienza vissuta sulla carne, mostrano una serie di sentieri, rizomatici e metamorfici.
Ogni “tappa” del libro affronta un tema specifico della lotta dello zapatismo e soprattutto delle zapatiste, per le quali, come dice la Marcos, «la teoria è radicata nei corpi, nella concezione della materia, nella realtà che forma un insieme instabile e fluido».
Un capitolo è dedicato, ad esempio, all’esperienza transgender della “fluidità di genere”, che lo zapatismo declina attraverso il concetto di otroas-altrei, dove maschile e femminile entrano in una motilità interna, una oscillazione spontanea che mette in crisi le consuete opposizioni dicotomiche: «Con le loro pratiche corporee, politiche e discorsive, le zapatiste e gli zapatisti dicono un fermo: NO. Siamo nella fluidità. Siamo in un flusso tra una frontiera maschile e una femminile», aprendosi ad un orizzonte mobile, mai fisso, contro le identità convenzionali.
Una parte importante del libro si occupa del rapporto fra combattenti zapatiste e femminismo, che l’autrice inserisce in un dettagliato percorso genealogico del femminismo in Messico, per poi riflettere sull’agire specifico, “in basso a sinistra” delle donne zapatiste, e delle loro rivendicazioni contro “l’oblio epistemico” colonizzatrice e razzista (e non solo, quindi, contro il patriarcato): centrale, anche per coloro che giungono nei caracoles con gli strumenti di analisi più aggiornati, è la necessità di “saper ascoltare” le donne indigene combattenti, capaci di inventare «nuovi strumenti concettuali, in un processo di interscambio» e di «appropriazione filosofica multidimensionale».
Un aspetto fondamentale di questo sapere “vissuto” è legato alla sopravvivenza del passato. Nelle pagine del libro scopriamo che lo zapatismo si muove come l’Angelo della storia di Walter Benjamin, che avanza-retrocedendo, unendo la lotta presente con miti, pratiche, riti, sogni, che appartengono ad una eredità ancestrale sopravvivente e viva. La Marcos sottolinea, per esempio, l’importanza data all’oralità, attraverso l’utilizzo sistematico, negli illamatlatolli (i “discorsi morali delle vecchie sagge”), di una mnemotecnica che permette da un lato di far sopravvivere un pensiero tradizionale tramandandolo, e dell’altro, attraverso rima e metafora, di trasformarlo in poesia (e che ci fa pensare alla coreutica dei popoli subalterni del sud Italia studiati da De Martino).
Un aspetto centrale è il legame con le cosmovisioni mesoamericane: lo zapatismo si riferisce continuamente a un pensiero non dualista, ma eminentemente duale, in accordo con un «dispositivo percettivo mesoamericano», caratterizzato da dualità che si dispiegano interconnettendosi senza posa.
Scopriamo così che non esiste, nella cosmologia mesoamericana, la nozione di uguaglianza (statica, immobile), ma una sequenza di elementi che, scrive l’autrice, «si equilibrano attraverso le proprie differenze». Per questo si tratta, dicono le zapatiste, di essere «uguali perché siamo differenti», camminando alla pari, de la mano, insieme all’altro: non c’è uomo-donna, ma famiglia, comunità, secondo un’idea di intersezione, di essere inclusi modificando l’altro.
A questo immenso passato ancestrale va anche ricondotta un’altra celebre formula zapatista, “Comandare ubbidendo”, che deriva da una frase maya che connette l’autorità (nel caso dello zapatismo, della comandanta, che non è mai “fissa”, ma lascia il suo ruolo di portavoce dopo un certo periodo), alla comunità: si comanda ubbidendo al “noi” della comunità.
Centrale è anche il ruolo dato alla Terra, a cui è legata inevitabilmente la sopravvivenza dei popoli nativi, rivendicata come Madre e luogo di origine; e il valore dato al cuore-teyolia, non secondo il cliché dell’emotività, ma come luogo stratificato e complesso, insieme sede della percezione, della memoria e della conoscenza, che schiudendosi rende possibile l’interscambio, il faccia a faccia, il “campo e controcampo” e, quindi, il dialogo fra gli esseri umani, perché «nessun essere è separato dagli altri esseri, tutto è interconnesso».
Denis de Rougemont diceva che «l’amore prossimo è un atto, cioè una mano tesa»: Godard cita questa frase nelle Histoire(s) du cinema e lo associa al montaggio delle immagini, definito come un “penser avec les mains”, prassi che permette di reinventare continuamente se stessi e il mondo. Pensare con le mani, creare, significa, quindi, sollevarsi, per passare dal “vecchio” al “nuovo”. Perché, come dicono le zapatiste, «Vogliamo prendere con le nostre mani il diritto, ma prenderlo con forza, con le mani, perché non ci scappi».
