Donne, vita, libertà, celebre colonna sonora delle proteste iraniane degli ultimi anni, è il grido di battaglia universale con cui il pubblico, all'83esima Mostra del Cinema di Venezia, accoglie il film Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharei. 

Straziante, nonché privo di mezzi termini, il film nel Concorso Orizzonti racconta la prospettiva di un padre, Rashid (Farhad Aslani), il cui orgoglio viene messo a dura prova dall’ambizione di sua figlia Ensi (Laleh Marzban), che sogna da lontano la carriera di modella. Lo scenario che fa da sfondo al dramma famigliare è Teheran, una città ferita e allo stesso tempo attraversata da molteplici tensioni, prima fra tutte l’ubiqua untura del patriarcato. 

Falling House denuncia il quotidiano interno a quattro mura, agendo pressoché per automatismo di resistenza; alla repressione politica, alla censura imposta dal regime, alle minacce di morte che regista e produttore hanno ammesso di aver subito. Un claustrofobico film dall'ambientazione fissa, che potrebbe ricordare qualcosa di simile al Kammerspiel, teatro da camera, chiuso in un solo luogo eppure aperto al dialogo, alla riflessione.

Rashid, accecato dalla più egoista delle forme d’amore, nonché dall’istinto paternalista di proteggere Ensi dagli occhi di “tutti i maschi che la guarderanno”, rinchiude figlie e moglie nelle rispettive camere da letto; una soluzione passeggera, nei limiti del lecito, delle preoccupazioni di un padre apprensivo che vorrebbe che sua figlia non si allontanasse tanto da casa, e, soprattutto, dai valori che l’hanno cresciuta. Tuttavia, lentamente le cose degenerano, la condizione da temporanea diviene permanente, e la fiducia e il rispetto reciproci, tra padre, figlie e madre, si consumano fino a oltrepassare la soglia di non ritorno: una casa che, inerme, crolla a partire dalle sue fondamenta. 

I personaggi, per quanto possano sembrare monolitici, retti cioè da un solo intento o tratto caratteriale, comunicano bene la dinamica alla base del film: una violenza che si insinua silenziosa nella realtà comune fino a essere normalizzata, accettata, giustificata. “Sei sempre stato così” afferma la moglie di Rashid ripensando al passato, psicologicamente segnato. Si tratta dunque di un realismo poetico, oltre che politico, che, per mettere in luce lo stallo del progresso, si focalizza su un’estetica dell’umiltà e del retrogrado.

Quest’ultima, inoltre, si concilia perfettamente con la regia essenziale, che dà senza esigere un ritorno, riempiendo l’inquadratura di vuoti strategici: stanze sgombre, vetri, piatti e porte che si rompono, luci naturali che, con l’alternarsi monotono del giorno e della notte, filtrano inesorabilmente dalle finestre, nella speranza che un giorno, per qualcuno, le cose possano essere diverse. 

Del resto, nell’edizione appena trascorsa di questa Venezia83 si potrebbe individuare un filo conduttore ben preciso, filo che diventa cerchio, loop senza fine di memoria, cambiamento e immobilità: tra film che raccontano le brutture del passato per fare da cassa di risonanza all’oggi, e film che, viceversa, denunciano le brutture del mondo attuale come prodotto di abitudini consolidate nel passato.

Da Mr. Nelson Did You Kill People di Shin’ya Tsukamoto, con la guerra in Vietnam come processo di desensibilizzazione alla violenza, Ink di Danny Boyle, nella Fleet Street londinese anni ‘60 e il declino del giornalismo delle cinque W, Possible Love di Lee Chang-dong, tra crisi e disparità sociale e lavorativa, a Bucking Fastard di Werner Herzog con l’ostilità verso l’ingenuo, e, infine, – ma infine non si può dire per la densità effettiva di tematiche e film in sala – i complessi intrecci del destino, tra Look Back di Hirokazu Koreeda, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, Succederà questa notte di Nanni Moretti, Wild Horse Nine di Martin McDonagh. In fin dei conti, si tratta di universalizzazione narrativa, storie senza tempo che, ieri e oggi, continuano a toccare punti nevralgici dell’umano.

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