Chi si prende cura di chi giace in silenzio? Hiedra di Ana Cristina Barragán – vincitore del premio per la Miglior Sceneggiatura all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti – entra in punta di piedi nelle sale italiane, distribuito da MFF-Michael Fantauzzi Film, e, tra le altre cose, pone questa domanda.

La regista ecuadoriana, dall’identità filmica tanto sensibile per percezione emotiva quanto sensoriale nell’approccio carnale, già nota per lavori precedenti quali Alba e La Piel Pulpo, sfida lo spettatore più esigente a lasciarsi immergere nel suo cinema essenziale: tra non detti e luci soffuse che si alternano al buio, ogni verità viene ora rivelata per sottrazione. Pur non conferendo all'inquadratura particolari complessità strutturali, a livello visivo e simbolico le immagini vertono su un paradosso: esprimono mancanza - qualcosa che cova sotto -, ma nell’esposizione di questa lacuna già la colmano. È un film che dà per restituire. Restituire consapevolezza, fragilità, frammenti, dare voce a chi, come “edera”, continua a crescere in silenzio, lungo un muro, avvinghiandosi all’immobile.

Azucena, interpretata da Simone Bucio, sembra infatti vivere in un tempo che per tutti va avanti, ma che per lei si è fermato. A trent’anni trascorre le giornate osservando i ragazzi di una casa famiglia, cercando risposte dalla propria adolescenza irrisolta. Un giorno decide di avvicinarsi, chiede loro di “giocare” insieme, e inizia a rincorrere, ridere e scappare come farebbe una bambina, pur conservando occhi irrimediabilmente adulti. È nello sguardo di Julio, diciassettenne sulle sue, che Azucena si riconosce all’istante. L’attore non professionista Francis Eddú Llumiquinga dona al proprio ruolo un’ingenuità che contrasta la durezza delle tematiche; la dicotomia assenza-appartenenza che lega i due protagonisti racconta infatti un passato difficile: quando Julio fraintende la loro connessione e prova a baciarla, Azucena gli confessa di essere sua madre e, in quel momento, ogni cosa assume un nuovo significato. Costretta dalla propria famiglia a portare a termine la gravidanza ma anche a non crescere suo figlio, la ragazzina di tredici anni resterà sospesa nella spirale della negata innocenza: ancora, ormai donna, si rifugia tra le lenzuola della sua cameretta, circondata da peluche e relitti della sua infanzia, e, nonostante non sia più la sua palestra, si reca agli allenamenti di ginnastica artistica cercando di riportare alla memoria muscolare gli esercizi che aveva imparato in giovane età.

Hiedra ci porta con sé in una dimensione dove la reticenza erompe nel contatto umano; contatto che potremmo definire in qualche modo antidoto, “allodola che canta nell’anima” – per dirla con le parole della poesia Margarita Debayle, del nicaraguense Rubén Darío, declamata a inizio film. Il corpo è infatti personaggio implicito: nel rotolare giù da una collina, nel galleggiare in acqua per annullare il proprio peso e sentirsi leggeri, nel solletico tra una madre e un figlio che arriva a farsi violento, come espressione sincera di amore viscerale.

La complicità del ritrovarsi, tra chi corre incontro al proprio passato e chi vorrebbe permettersi un futuro diverso, è dunque l’assoluta protagonista di un’opera rara come Hiedra, che, avviandosi alla conclusione con una sequenza intima nella natura, tra nebbia e montagne, termina in un abbraccio, con Julio sul petto di Azucena che succhia teneramente dal suo seno; un ritorno a quel che poteva essere, un tempo perduto che cerca forma, corrispondenza nel presente.

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