È il tessuto acusmatico, partitura di sintesi elettronica, ad essere tagliato da fiati etnici, analogici: lembi cristallini che pendono dalle corde navali, luccicando sulla strada. Sono i campanelli, le cornamuse di quella Weather All (The Utopia Strong) ad attraversare l’immagine, a farne vibrare il quadro desaturato, monocromatico.

Un suono che incarna un corpo: superficie extraterrestre perforata da guizzi sonori, schizzi di luci. Risiede in questo spessore di materia, di carne, la plaga diafana di Frammenti terrestri offerti alla luce, cortometraggio di Maria Guidone, vincitore del Bellaria Film Festival 2026 e premiato al Brighton Rocks International Film Festival, che condensa in ventuno minuti, tutti al femminile, il profilo fantasmatico di Veronica, sirena terrestre. È lei a muoversi sotto nuvole labroniche, al di là delle quali sembra aleggiare l’orchestra di cui si sente il riverbero, il ritorno metallico, come parvenza sensibile di un altro mondo: un’emanazione pronta a piovere al suolo o a risalirne. Nell’aria allucinata dal calore estivo, «i riquadri della finestra incorniciano ormai un cielo di opaco metallo» come lo chiamerebbe Arpino.

In effetti c’è una sensibilità di tipo letterario nel cinema di Guidone: un’adiacenza a scrittori di corpi, di metabolismi, come Proust (a cui era ispirato il primo corto di Guidone Albertine Where Are You), Bataille, Pasolini, e appunto Arpino, scrittore di equilibri sintattici, lessicali, di corrispondenze poetiche dentro l’ecosistema del periodo. La macchina da presa aleggia su sé stessa, fluttuante, persa nello spazio come lo sguardo della protagonista, inquadrata «a perpendicolo» nella sua forma androgina. È nel ritrarre il nudo femminile che Guidone realizza la propria espressività estetica (come esperienza sensibile attraverso cui il bello si manifesta): una rappresentazione che sembra scansare l’artificiosità, in nome di un’ideale purezza, l’essenza concreta di «grappoli di seni» restituiti alla luce, al vento, al mare, tra gli spuntoni rocciosi che sporcano il cielo e raccolgono l’acqua.

Nel momento in cui il corpo può curvarsi, appiattendosi alle ginocchia, nel soffio salino che lo spinge verso l’acqua, si assiste al lambire simbiotico dell’acqua sulla pietra. Fusione tra carnalità esposte, materie dicotomiche nella luce cinerea. Quindi il corpo, macchina da presa che nuota vibrante. Attorno, il sole psichedelico sull’acqua: superficie vitrea, stroboscopica, mentre una luce geometrica, bianca, si imprime sulla pelle. Il montaggio mescola tintura nera al colore, ibridazione cromatica come esondazione onirica nel reale. Una continua osmosi materica: la carne (dell’immaginazione) sovrapposta alla roccia (della contingenza), tessuto epidermico, poroso come involucro squamato d’un pesce, creatura sirenoica.

Ed è lei, Veronica, sotto l’insegna di un ristorante cinese da cui «colano gorghi di luce», a emergere attraverso l’acquario, tra «l’umido odore» di quelle «ombre macilente» e l’incastrarsi di schiene femminee nell’ambiente urbano. Un incontro che si consuma nel finale, dove il suono sembra restituire la stessa dimensione sovrasensibile (acquosa) del tatto pulsante del desiderio. Un contatto che si fa risonanza liquida di strusci cristallini (contenuti in Diving platform dei Nonkeen) e bolle d’acqua, imponendosi come il compimento audio-visivo dell’unione poliforme del film. Così il piano sonoro, intriso di echi metallici, si fa collante acustico di uno scioglimento sensoriale, deflagrazione di corpi nella convergenza panica di un io.

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