Il ritorno di quel film-mondo, di quell'universo di sagome eccessive, eccentriche, spesso poste da Wenders sulla soglia di un cattivo gusto elevato a spirito del tempo (l'inizio, incerto, degli anni Novanta, che stentavano a sgravarsi delle forme vistosamente sublimi, fluorescenze, fosfori verdi, pullulanti nel decennio precedente); personaggi connotati, palpitanti di cellulosa e musica; panorami intesi come spazio virtuale per la sedimentazione di vicende tutte cinematografiche, e di un registro composito (tra cui anche uno sprazzo di slapstick giapponese); e soprattutto lo sfolgorare di segmenti, stratificazioni narrative tra coazione al viaggio e struggimento d'amore; tutto quello che era, che è Fino alla fine del mondo, torna a rivivere tra le moquette delle multisale in odore di bruscolini, di burri abbrustoliti, di caramello salato, e segna qualcosa come un tempo ritrovato.
Non solo la dimensione millenaristica, profetica del film – la circonvenzione da parte della tecnologia, dei dispositivi di moltiplicazione delle immagini, e il mondo che va verso la sua fine, alla fine del secondo millennio – ma proprio lo spasimo, l'attesa trepida che ti prendeva ancora prima di entrare al cinema – le sedute ancora legnose, in silenziosa, solitaria penombra – in un pomeriggio di settembre del 1991.
Colui che io ero stato aveva percorso le vie del centro storico, rese anguste e contorte da malerbe tra mattone e mattone, mentre sui muri si impregnavano macchie d'urina, veli d'ombra, grumi di guano; aveva attraversato strade disertate, sospese dalla luce catastrofica che passava attraverso le cimase; ed era arrivato davanti al Sidion, o era lo Splendor, o era il Silencio coronato dall'insegna di neon bluastro. Lì, in tre spettacoli giornalieri, si proiettava l'ultimo Wenders, di cui avevi letto famelico sulle riviste odorifere di patina, e orecchiato dicerie, frammenti qua e là, su MTV o negli spot di Anicaflash tra un Pippo Baudo e un telegiornale: la voce stentorea, persa tra i suoi triti significanti, tra il patetico, il lirico e il tronfio, che diceva «lo spettacolo, l'assoluto del cinema trova la sua massima espressione nell'opera dell'autore più grande tra i moderni» e qualche brandello di Until the end of the world degli U2.

Dalla canzone al film e ritorno: c'era nelle premesse di questo film – che in qualche modo non sono disattese – il sogno translinguistico di sciogliere le parole in immagini e le immagini in musica e viceversa. Il sogno dei transiti, delle metamorfosi, del valico di soglie: credersi personaggio in balia della vita narrata, sublimata dai segni; della musica come invito al viaggio; dell'amore che fugge, ritorna; proiettarsi come entità, sagoma di luce annessa, ammessa al dipanarsi del racconto, dentro un paesaggio di celluloide, per perdervisi, per sempre.
Il ritorno in sala di Fino alla fine del mondo, nella versione di quasi cinque ore voluta da Wenders nel 1994, poi restaurata nel 2014 e ora diffusa in 4k nei cinema, ravvia quell'entusiasmo, quello spirito dell'avventura che ti prende di fronte a ogni opera fluviale: la coscienza di entrare in una dimensione altra, di poterci rimanere per ore e ore, di poterci «rimanere». Ad accoglierti, all'inizio, c'è un salone veneziano immerso nella penombra che si rimira in ampi specchi dalle cornici barocche e in quelli degli schermi che trasmettono il video di Sax and Violins dei Talking Heads.
Si potrebbe dire che qui c'è già tutto o molto del film: la problematizzazione del rapporto con le immagini (tema propriamente wendersiano); il modo che hanno di giungere dal virtuale, dall'invisibile, e sgranarsi su uno schermo, di prendere forma, colore fauvistico, come sarà alla fine in Australia per le icone figurate dall'aggeggio-dei-sogni; il pericolo di compulsione narcisistica che inducono. Insomma una predizione dei giorni nostri, in balia delle vetrine cacofoniche, sgrammaticate dei social network, dei processi di svilimento delle immagini, di immedesimazione con queste stracche pantomime.
Wenders in un incedere di sequenze suadenti – i panorami che crepitano; il disperato, «insensato» legame amoroso; il ritrovo dei personaggi più disparati, alla fine del mondo, che si mettono a suonare insieme – mette in guardia il tempo a venire dall'invasione delle immagini inebetite, stordenti, e sembra volersi affidare alle proprietà depurative, arcane della parola, perché nel frattempo le immagini si rigenerino. Ecco, si sviluppa un impulso elettromagnetico, alla fine, così i dispositivi si neutralizzano. Un secondo di silenzio, un niente tra un segno e l'altro, ed Eugene Fitzpatrick (Sam Neil) inizia il racconto, del film, di Fino alla fine del mondo.