È tutto un sentire epidermico, una voce che arriva, un fragore o un fruscio, un urlo metallico che annusa l’aria come una creatura dei boschi il film del regista fasanese Pierluca Ditano, presentato al Festival dei Popoli. Fin dall’incipit si intuisce di essere dinanzi ad un'opera la cui cifra stilistica è da rintracciare nello sconfinamento dell’ immagine, della matericità che le è propria – graffi, cigolii, incisioni ferrose, fuochi – in una dimensione che eccede la misura: si va, cioè, dall’oggetto della visione ad una costruzione sensoriale che fa di quello stesso oggetto un soggetto amorfo, privo cioè di forma, di consistenza; e questo punto focale che, per assurdo, manca di fuoco, mette a fuoco di più, poiché denuda, priva, decentra il fenomeno che si sostanzia nel fuoricampo mediante la percezione di quelle “cose” che «non avvennero mai» ma che «sono sempre». 

È in questo eccesso di verità, che solo apparentemente è data da una contrapposizione, da una contraddizione, – ontologicamente le cose, se non avvengono, non sono; se il «mai» ne conferma il vuoto essenziale, esistenziale, quel «sempre» ne sancisce lo statuto di realtà ma di una realtà amplificata, che deborda e pervade la scena – la prova di una resistenza ossessiva del sonoro; è il continuo ricorrere teorico e materico alla genesi dei rumori che fa esso stesso l’immagine. Questo fatto, così distintivo di uno stile già ben definito, può essere considerato nuovo, originale nel senso proprio di accostamento all’oggetto ripreso come se si fosse dinanzi ad un’epifania cosmogonica, generatrice non solo del mondo ma anche, e soprattutto, di un’idea visionaria del mondo e per questo di una ricerca conoscitiva totalizzante, costitutiva di senso.

In questo discorso gnoseologico si inserisce, in apparente contrasto con il dramma di una città ferita, il sentimento dell’attesa: delle nuvole, di qualcosa arrivata da un cielo lontano ma vicinissimo che si fa bisbiglio, prima ancora che colore; della pioggia, delle parole fuori campo che cercano e trovano tutto ciò che c’è e brilla sotto strati di polvere. E questa permanenza dell’aspetto ritmico delle scene, in cui anche le sequenze lunghissime battono il tempo del giorno,  è il mezzo di trasmissione di un certo cinema che sperimenta la propagazione del visibile, finanche dello stridio della macchina che freme come un cuore malato: e che ancora una volta rimanda, nello specifico filmico di Pierluca Ditano, ad una giustapposizione di sfere sensoriali e semantiche che rendono la Taranto protagonista del film il luogo d’elezione di una modalità diversa di espressione.

Il marchio stilistico del regista risiede proprio in questa continua e puntuale messa a punto di snodi concettuali che spostano progressivamente l’attenzione su una dimensione surreale, di sogno, con modalità espressive riconoscibili già in questo primo lungometraggio, che vanno rintracciate nella dinamica del suono come espressione tangibile del divenire dell’immagine: segno che traccia la fisicità degli spazi, come quello della mano in primo piano che cattura il reale scrutando, sentendo l’aria, oppure attraverso il delimitare della scena come se si fosse in una sala cinematografica e in proiezione il mare, che giunge con una rifrazione di sussurri da un altrove schermato e atteso. Allo stesso modo la scelta di costruire il film intorno a tre soli personaggi, ognuno con una propria identità, risponde probabilmente all’intento di mettere in luce una certa complementarietà fra natura e utopia, fra visione delle cose – e sensazione, ascolto del reale – e astrazione, surrealtà: è come se in una persona sola si intrecciassero tutti i personaggi del film: l’artista che cattura brandelli lontani di vita, rumori, interferenze; la donna solitaria che misteriosamente legge i segni del tempo, li attraversa; l’anziano contadino, cieco, che “vede” con le dita e cura, nutre. 

Ma Pierluca Ditano mostra che si può, in questa semantica del suono, unire tutte quelle «cose» che hanno come sfondo una Taranto vista e sentita da una prospettiva diversa, tanto lontana da quello che è l’immaginario collettivo di città deturpata dal mostro siderurgico. Il rischio dell’incombere della morte non è visibile, anzi: alcune scene più di tutte rendono invece la pervasività della vita che si manifesta nel punto in cui, all’interno della fabbrica, un altro personaggio assume, allegoricamente, sembianze umane ed è la persona-macchina, il cuore metallico che pulsa. 

Allora l’ossessione del suono, il cerchio della pellicola avvolta, la ripetizione dell’immagine che torna, e ritorna, sotto altro nome è il segno che quella di Taranto è una riscrittura, un’altra narrazione: è il racconto da un altro angolo visuale, un’altra storia, un momento nel quale, heideggerianamente, la “radura” della conoscenza di sé nelle cose e delle cose fuori, è «bellezza», così intensamente voluta e cercata, che finalmente si manifesta e apre un varco in mezzo a tanto dolore, uno sguardo che permette di vedere come non si è visto ancora.