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  • Vérité c’est faux 

    Les étoiles ont des soeurs jumelles dans les yeux des louves
    Moi je n'ai pas d'étoile
    Le ciel est immobile dans la mer
    Moi je n'ai pas de mer.
    Moi je n'ai pas de corps mais je cherche un voile
    Pour voiler mon apparence de corps
    Je cherche un voile imperméable
    Aux regards de la vérité
    Car je ne sais pas mentir et j'ai trop peur qu'un de ces jours
    Elle m'apprenne que je souffre
    Car alors je n'aurai pas le mensonge
    Pour me dire que c'est faux

    (Jean-Pierre Duprey, settembre 1946)

    Oltre la mezzanotte del corpo, nel luogo fisico del cuore che pulsa, torna a manifestarsi l’allegoria della forza istintuale, possente: che appare in squarci di rossi e di blu fuori dalla retorica della forma, tanto che la scritta «OUT» nell’asfissia delle oscure ambientazioni al chiuso si fa paradigma di questa modalità estrema di fare cinema. E dentro la macchina infernale dell’occhio-movimento che torna, ripete, riprende, ri-vede, il regista francese costruisce, mimando il reale, o quel che ne resta, la struttura del farsi della visione, e del racconto nella visione.

  • Con Tsukamoto sembra che tutto si stemperi in una specie di strana dimensione, senza direzione né riferimenti immediati, senza nord né sud, senza un filo che conduca da un prima a un dopo se non passando per l’intermittenza del corso del tempo.

  • Il cinema di Tsukamoto ha a lungo esplorato il corpo umano nelle sue dinamiche di incontro/scontro con la città, portando in scena la lotta tra materia organica e inorganica per definire quale confine vi fosse tra umano e inumano.

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