Ci sono dei temi e delle forme cinematografici (forme e temi strettamente connessi tra di loro) che negli ultimi tempi percorrono, spazzano l'Europa dalla Germania al Portogallo alla Danimarca, all'Italia, lasciando la loro scia eccentrica, fosforica, come un'incrinatura nella concezione narratologica del cinema.

Le forme sono quelle istruite dalla musica, molto spesso la musica elettronica associata a un che di onirico; i temi riguardano il colonialismo, i risvolti psicologici (e parapsicologici) delle guerre periferiche, delle milizie, ecc.. Come se il cinema intriso di musica (e di techno), un cinema fatto da molti cristalli, plaghe di meditazione, contemplazione, sogno, fosse la via di fuga, il rimedio alla violenza della Storia e una dimensione che si espone all'attualità, al futuro (delle immagini), a uno spazio-tempo in cui il tecnologico (tech) è fertile e non alienante.

In modo cursorio mi vengono in mente due film portoghesi che lambiscono questo presupposto: Montanha (2015) di João Salaviza e Verão Danado (2017) di Pedro Cabeleira (ma altri se ne potrebbero aggiungere, ad esempio Eden (2014) di Mia Hansen-Løve che però fluttua per lo più in ambiente house, essendone il racconto delle origini): due film in cui la musica techno e i club in cui la si ascola e balla, intesse il racconto di formazione. O una specie di archetipo, La leggenda di Kaspar Hauser (2012) di Davide Manuli, in cui la musica di Vitalic era l'attante di un desiderio di trasumanare.

Ma allo scorso Festival di Locarno s'erano visti due film (eccezionali) che centrano maggiormente questo discorso: molto diversi tra loro, eppure entrambi tesi tra riesumazione del tema delle milizie, del colonilismo, e un che di esotico, di sognante, di musicale. Tommy Guns di Carlos Conceição (onirico, spaesato, militante) e Human Flowers of Flash di Helena Wittmann che non mancava, nell'itinerario compiuto alla ricerca della Legione straniera, di abbandonarsi a momenti di trance grazie alla partitura di musica elettronica che all'improvviso s'impossessava del ponte della nave. Del resto Wittmann aveva già mostrato la danza, questa volta del mare, anche in momenti inquietanti di mareggiata, al ritmo di elettronica nel suo primo stupefacente Drift (2017).

Ora, reduce da Berlino, arriva Disco Boy di Giacomo Abbruzzese, film magnifico (con musiche di Vitalic), in limine tra realtà e onirico, in cui a un'idea ampia di colonialismo e all'interregno di una realtà che non offre agli esuli che l'opzione miliziana (la Legione straneira), fa da controcanto il tempio del club, della musica, della danza: una ritualità, una vera e propria liturgia di esorcismo delle vittime, che si espleta nello spazio sacro, di neo-sacralizzazione che è quello del club (pur con le sue insidie e le sue cacofonie), di certo club in cui assistere a coreografie ancestrali, mosse ritmiche, codificate, di ossequio alla deità, «codici di geografie esistenziali».

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