risultati per tag: Antonio Capuano

  • Di quell’ammasso informe che ci ostiniamo a chiamare realtà, quel poco che gli occhi vedono e le orecchie captano, Antonio Capuano ha sempre cercato l’arcano. Tutto ciò che sta, etimologicamente, dentro l’arca e non fuori; che rimane quindi nascosto, imperscrutato, insondato, almeno finché qualche ape dell’invisibile – per dirla con Rilke – non arriva a bottinare il miele del visibile (che va estratto dai fiori, come da un’arca, appunto) per ricondurlo al favo d’oro dell’invisibile, e cioè il (non) luogo delle storie, delle preghiere, di Dio, di una realtà finalmente completa, perché comprensiva di tutto ciò che sfugge ai sensi.

  • Certo, dentro questo autunno napoletano, mentre ancora fermentano le fibre dei film di Di Costanzo e Martone, è arrivato Sorrentino con il suo È stata la mano di Dioe la scena in cui lui da giovane si reca su un set cinematografico– è sempre stupefacente, qualcosa come un mesmerismo, quando in un film irrompe altro cinema: perché l'immagine non può che parlare, mostrare di sé, cioè del palinsesto linguistico, a trazione luminosa, ialina attraverso cui si celebra la vita, cioè tutto l'agglomerato di simboli che la significa, la edifica – a sottolineare implicitamente l'importanza di Antonio Capuano nella cultura di questo paese, a investirlo tra l'altro della responsabilità di iniziazione alla regia per il ragazzo che era, Fabietto, trepido, infatuato del visibilio connaturato alla visione; di avergli inculcato il concetto di conflitto, di concitazione che è l'essenza di ogni vera, pura immagine, per cui, secondo la dizione di Breton, «la bellezza sarà convulsa o non sarà».

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