alt«[…] in casi di questo tipo, la scoperta del dettaglio che "significa", più che offrire la prova di una perspicacia analitica da parte di colui che osserva il quadro, offre la prova di una efficacia propria di quella pittura in cui il dettaglio è stato pensato come esca per lo sguardo, punto di cattura. La potenza di un’esca del genere si misura dal fatto che la fissazione sul dettaglio induce lo sguardo a cercare qualcos’altro rispetto a ciò che il dipinto mostra.
Così crediamo di essere freudiani, perché siamo incuriositi da ciò che non si vede […]» (G. Didi-Huberman, La conoscenza accidentale)


Qualora esista un “illusionismo del dettaglio cinematografico”, lo statunitense Shane Carruth, poliedrico autore indipendente, potrebbe a buon diritto rientrare nella rosa dei maestri contemporanei. Pur avendo realizzato due soli titoli in ben dieci anni, Carruth ha già generato attorno a sé una inedita aura autoriale, coincidente con una genialità registica capace di fare della dissimulazione semantica molto più di una tecnica di crescente tensione narrativa.

Con Primer, suo film rivelazione del 2003, Carruth aveva realizzato un enigmatico sci-fi sui viaggi nel tempo, in cui l’essenzialità dell’interpretazione attoriale (tra cui la propria) e il realismo scenografico, svanivano nei meandri dei dialoghi osticamente concettualizzati, gettando lo spettatore, famelico di chiarimenti, in un paradosso di reiterazioni, per cui l’azione non veniva mai mostrata, ma descritta a posteriori, mentre la soluzione continuava ad essere esposta, scomposta e riproposta nelle diadi dialettiche degli unici due protagonisti, pur restando inestricabile dai discorsi stessi. Eppure il paradigma di retrocessione spazio-temporale è tutto lì, nella teorizzazione di un dispositivo orario, che dal punto di partenza riconduce alla partenza stessa, in un processo vizioso di auto-sovrapposizioni e agnizioni fatali.
Carruth aveva concepito ad arte la sceneggiatura nell’alveo della trama, come fosse una sorta di insetto-fasmide nel proprio habitat; un organismo omomorfico, tanto indubitabile, quanto inafferrabile dalla vista, in virtù delle sue eccezionali fattezze mimetiche; una presenza assente, un trucco ipnotico, che astraendosi dal contesto filmico, innesta direttamente nell’osservatore l’elucubrazione di scovare quanto celato nelle minuzie appena accennate. L’inquietante sensazione di esser-ci, ma in una insostenibile contingenza di mancanza, di tormentata elisione dell’Io, diviene il nucleo tematico che Carruth approfondisce, acuendolo alle estreme conseguenze, nell’opera seconda, Upstream Color, thriller psico-esistenziale del 2013.

Rincarando la dose diacronica di un tempo che incombe, perché vi si faccia ritorno, con l’enfasi sincronica della simultaneità spaziale, quale perturbante cassa di risonanza emotiva, il regista sfida nuovamente l’avidità cerebrale dello spettatore, disorientando le sue disposizioni intuitive: alle parole decontestualizzate e abbozzate si contrappongono campi visuali saturi di riflessi, bagliori di luce che sottendono barlumi di memorie, movenze e sonorità (Carruth firma anche la colonna sonora) che si stagliano come premonizioni e latenze figurative, strategicamente disseminate nel montaggio di raccordi formali a cavallo delle inquadrature. Ermetiche fascinazioni, asincrone rifrazioni di impulsi e sentimenti.
E dunque ecco che riaccade. La prestidigitazione del dettaglio ancora una volta distrae la vista per trasognare la visione incosciente, avviare un racconto solo alluso, una storia mai risolutivamente tracciata… in apparenza. Se in genere, la stratificazione testuale assume maggior spessore a partire dalla più lucida e consapevole seconda fruizione (e successive), per le costruzioni registiche di Carruth la replica può rivelarsi un vero e proprio risveglio, un ritorno al primato della vista, facoltà probante per eccellenza, tanto sorprendente si palesa il riconoscimento delle “spie” iconiche e delle trasfigurazioni simboliche, sparpagliate proprio sotto il primo sguardo sedotto. Soggiogato.

Upstream Color prende le mosse dal trattamento di una particolare sostanza allucinogena, intrinseca all’anatomia di vermi parassiti delle orchidee, i quali somministrati vivi, per trasfusione diretta, nel corpo delle vittime, le rende completamente incapaci di volere e reagire, sotto il totale controllo di “dolci” aguzzini, truffatori finanziari. Gli automi-mediatori, si ridesteranno per ben due volte dal loro sonnambulismo eterodiretto, prima “ospiti” mortiferi di uno spaventoso virus sottocutaneo, poi superstiti di un igno(ra)to, quanto salvifico, trapianto uomo-maiale. Da qui la sfida lanciata allo spettatore e che riproduce in sostanza l’imperscrutabile sorte dei protagonisti, Kris e Jeff (ancora Shane Carruth): scavare tra i frantumi delle rispettive esistenze, interpretare le reminescenze implicite degli accadimenti nella (s)connessione degli accadimenti stessi; sanare quel malessere cenestesico che logora le loro identità, quell’irriducibile tele-patimento, che senza tregua li traspone, evoca e invoca da un oscuro altrove nel presente. Dentro e fuori da sé, vicino e lontano dall’anima che rivendica se stessa, sotto sembianze e dislocazioni inconcepibili.

Un diario di memorie paesaggistiche, un allevamento di suini e il suo guardiano, compositore di distorsioni acustiche, sono i poli magnetici che catalizzano l’intera vicenda, i nessi reconditi con cui lo spettatore, Kris e Jeff, dovranno fare i conti, non per liberarsene, ma conviverci in un simbiotico rinsavimento d’amore.
Lo slancio empatico che avvicina per la prima volta i personaggi nei vagoni di un metrò, ha le tonalità emotive stridenti e ferrigne di porte scorrevoli, interruzioni divisorie, che si richiudono sugli scompartimenti, per riaprirsi cancelli meccanici in un mattatoio, quel luogo in cui Kris e Jeff sono stati marchiati con le medesime cicatrici. L’incondizionata fiducia e silente comprensione edificano il reciproco innamoramento, ma le pareti della loro convivenza, non sono quelle di un focolare domestico, bensì lo steccato perimetrale di terra e fango a cielo aperto, ove gli amanti si stringono tra candide lenzuola; così come il presunto aborto di Kris, non è che un eccidio di bestiole per annegamento. Il dolente fil rouge si discioglierà allora incontrovertibilmente in acqua, un melmoso letto lacustre si alternerà al fondale cristallino di una piscina, nuova dimensione amniotica di ricongiunzione sensibile con l’essere umano; l’abisso da cui Kris prenderà a riemergere ogni volta con tracce mnestiche sempre meno indecifrabili per Jeff e tra le quali, per un’unica volta, sono declamati i colori, serrati nel titolo:

"Prevalenza di blu misto al giallo della sabbia. La luce del sole è il colore dell’acqua".

L’epilogo ciclico pare dunque cadere nella ripresa perpetua della creazione selvatica, che tradisce e sgomenta per la sua ambiguità di delicata insidia. In uno specchio d’acqua affondano le radici del ceppo, da cui gemmano le bianche orchidee, i petali a cui i parassiti, passati dalla pianta, all’uomo, all’animale, fanno ritorno attraverso liquide aberrazioni cromatiche. Eppure la vendetta è prerogativa sentimentale dell’animale fatto di cuore e ragione e non può non compiersi. Kris, donna irrimediabilmente defraudata (più che del denaro) della propria essenzialità procreatrice, si dimostrerà l’unico sicario di quel chirurgo-demiurgo, che come uno spettro s’aggirava tra loro, anime sopite. L’inquadratura dello sparo che occulta il cadavere, ha già avuto il suo controcampo nel gesto di assestare alla natura primordiale l’energico strappo nietzschiano di “non ritorno”. Estirpare il rizoma malsano, per innestare nuovi germogli. Per convertire i riverberi solari, nella cromatura di una fede nuziale, effetto di luce tra le mani che sfiorano l’arbusto. Sostegno di vita e memoria di evoluzione concentrica. Dettagli anulari.





Titolo:
Upstream Color
Anno: 2013
Durata: 96
Origine: USA
Colore: C
Produzione: ERBP

Regia: Shane Carruth

Attori: Amy Seimetz; Shane Carruth; Andrew Sensenig; Thiago Martins; Kathy Carruth; Meredith Burke; Andreon Watson; Ashton Miramontes; Myles McGee; Frank Mosley; Carolyn King; Kerry McCormick.
Sceneggiatura: Shane Carruth
Fotografia: Shane Carruth
Musiche: Shane Carruth
Montaggio: Shane Carruth; David Lowery

Riconoscimenti

Reperibilità


http://www.youtube.com/watch?v=5U9KmAlrEXU

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