Da Hong Sang-soo ci si sarebbe aspettati il discorso modulato sul tempo che è diventato cifra stilistica (per altri manierismo) del suo cinema: un tempo che si vuole destituire di identità e sicurezza d’esistere, solo prima facie paradossalmente nell’anima riproduttiva del cinema: è proprio nel ritornare (in fiume alcolico riversato su tavoli grandi abbastanza da riempire il fuoco delle inquadrature, orbita di volti, amori, dolori) reso possibile dal montaggio, che esso stesso si sfibra nelle inferenze di un passato non dichiarato tale, di un futuro pronto a inghiottire il giorno che sorge (The day after).

Così lasciavano presagire gli indicatori temporali in chiusura delle prime battute, carichi del precedente uso quasi sarcastico, data la loro onnipresenza nella Camera de Claire. E invece in The Woman Who Ran la credenza nell’immagine, dunque in questo cinema che «vive di realtà bruta, in sé stesso multiplo ed equivoco» (per dirla con Bazin), di polpa liberata dall’inessenziale (quella della mela che Young-soon e Su-young si sforzano di sbucciare) sembra essere ricercata nella dimensione della profondità spaziale, spiraglio aperto nello spazio finora orizzontale del piano e per questo ancora più esposto all’intrusione.

Bidimensionale solo della forma, che si deriva da una certa tradizione della paesaggistica coreana richiamata nel nome di Jeong Seon dai personaggi stessi, consci d’esser inseriti in questa cornice d’idillio anche in senso letterale, di inquadrature che indugiano sui declivi pastello accompagnate da riprese musicali sbiadite dal tempo del ricordo, che stavolta non si segue (anzi più di una volta si interrompe in vuoti di memoria) ma resta sospeso nei silenzi fermi dei volti femminili.

Sprazzi di lirismo che chiedono d’entrare dalle finestre dischiuse, ma anche schermi di altri dispositivi (smartphones, telecamere) intenti a riguardare e perciò a stratificare la profondità filmica: è attraverso la loro invisibile onnipervasività che Gam-hee cerca di intuire ciò che delle sue amicizie le resta ormai segreto, reiterando nello sguardo la distanza da cui ne era stata separata e che invece non ha mai sperimentato nella sua relazione (due persone devono restare unite, anzi incollate, le viene detto) tanto da non sapere, non essersi mai chiesta se davvero la rendesse felice.

L’alternativa a questo amore arriva forse dal mondo animale, dal pelo del gatto (accarezzato con lo zoom così caro a Sang Soo) randagio e ladro eppure fedele a chi lo accudisce e lo sfama. O dal cinema che si apre ad accogliere Gam-he, anche lei in cerca di rifugio, nel suo abbraccio di velluto e dell’onda che viene a salvarla dall’arena dei giorni, miracolo inatteso che trascina nella profondità d’abisso.

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