storieswetellSarah Polley indaga tra i segreti di una famiglia di cantastorie: scherzosamente interroga un cast di personaggi più o meno affidabili, provocando risposte piacevolmente schiette, ma perlopiù contraddittorie, alle medesime domande. Mentre ognuno riferisce la propria versione della mitologia familiare, i ricordi attuali si trasformano in fugaci apparizioni nostalgiche di un passato movimentato e divertente e delle ombre che si celano sotto la superficie.

[dal sito delle Giornate degli autori]


Sarah Polley in Stories we tell, passato a Venezia alle Giornate degli autori e poi al Toronto Film Festival, continua l’esplorazione di quello spazio bianco e indistinto del ricordo, del dolore e del lutto, già avviato in Away from here e Take this waltz. Qui l’attrice-regista canadese (la ricordiamo, tra l’altro, in Existenz di Cronenberg, in Exotica e nel Dolce domani di Egoyan, nel Mistero dell’acqua della Bigelow) prende spunto da una osservazione contenuta nel romanzo capolavoro di Margarethe Atwood, L’Altra Grace, secondo cui una storia che si è vissuta diventa tale solo nel momento in cui viene raccontata a se stessi o agli altri, anche se così facendo la parzialità del o dei punti di vista rende sfuggente la realtà dei fatti. Questo per tentare di far luce sulla complessa e movimentata relazione tra i suoi genitori, entrambi attori, Michael Polley e Diane MacMillan, morta di cancro quando Sarah aveva 11 anni, e su quell’intreccio di segreti e bugie che avvolge la sua stessa nascita: è davvero Michael suo padre o piuttosto il produttore Harry Gulkin, amico di famiglia, con il quale la madre ha forse avuto una storia, quando la sua relazione con Michael era andata in crisi, sia pur temporaneamente?

La Polley si fa dunque investigatrice della propria vita e di quella dei suoi familiari, realizzando una docufiction in cui realtà e finzione si mescolano abilmente, con filmati Super 8 veri che si alternano ad altri realizzati per l’occasione e, per così dire, antichizzati, e con i veri protagonisti della vicenda, che in alcuni momenti cedono il passo ad attori, i quali li interpretano in testimonianze fatte risalire ad anni passati. C’è dunque in Stories we tell un’idea di memoria intesa come una mappa fatta da segni e frammenti, che possono essere decrittati non tanto attraverso il procedimento positivistico dell’inchiesta, quanto attraverso la ricostruzione di fantasia o la reinterpretazione dei fatti attraverso la recitazione. Così, ad esempio, la testimonianza di Michael Polley viene "replicata" come testo trascritto che lo stesso attore recita sotto la direzione di Sarah in uno studio adibito al doppiaggio, mentre la stessa Polley in una vertiginosa messa in abisso "partecipa" emotivamente al racconto, specie nei momenti epistolari con Gulkin.

C’è dunque nel film la fiducia nella capacità del cinema di illuminare i recessi più intimi dell’animo umano per la capacità di fictionalizzare la realtà e di creare attraverso il montaggio collegamenti artificiosi, e perciò veri, tra questo o quel frammento di intimità, questo o quel dettaglio secondario legato ai protagonisti, trasformando una storia di famiglia privata in una vicenda d’amore, elaborazione del lutto e sentimento paterno. «Ma c’è qualcuno cui davvero può interessare qualcosa della nostra famiglia?», si chiede uno dei fratelli dell’autrice. La risposta è senza dubbio positiva se tutto diventa cinema, come in Stories we tell.





Titolo: Stories We Tell
Anno: 2012
Durata: 108
Origine: CANADA
Colore: C
Genere: COMMEDIA, DOCUMENTARIO
Specifiche tecniche: 35 MM
Produzione: THE NATIONAL FILM BOARD OF CANADA

Regia: Sarah Polley

Attori: Michael Polley (Narratore)
Sceneggiatura: Sarah Polley
Fotografia: Iris Ng
Musiche: Jonathan Goldsmith
Montaggio: Michael Munn
Scenografia: Lea Carlson
Costumi: Sarah Armstrong

http://www.youtube.com/watch?v=B4dyf6kI48A

 

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