«A occhi chiusi e nello sforzo di prendere sonno,
vedo brillare, sul fondo delle mie palpebre,
una brace: è l’anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.»
(René Char, da A una serenità contratta)


La morte è una parte imprescindibile della vita, l’unica certezza che si ha nel momento in cui si esce dall’utero materno, la vita dell’essere umano scorre accompagnata dalla consapevolezza dell’inevitabile fine e dalla paura atavica legata al tempo determinato che si ha a disposizione. Come sostiene Bataille, in L’erotismo, sovente capita che ci sia un rifiuto nell’accettare che solo la morte rende possibile «un rinnovamento incessante, in assenza del quale la vita declinerebbe, così la vita è un moto tumultuoso, che in ogni istante rievoca l’esplosione» (Bataille 2007, pag. 57), ma quella stessa forza esplosiva deve essere esaurita, al fine di cedere il posto a nuovi esseri. Eppure è proprio il senso di finitezza che spinge l’uomo a cercare l’immortalità, superando il dramma della scomparsa, l’estrema verità della morte che è insita nel quotidiano e presente dalla nascita dell’individuo.

«Tu hai paura di morire?», se non si è pronti a morire, in definitiva, non si è nemmeno pronti a vivere, è la quaestio fondamentale posta da James Toback in apertura del suo Sedotti e Abbandonati. Il cinema sospende la finitezza dell’essere umano, lo rende immortale regalandogli l’eternità, in una forma cristallizzata del reale raccolta dalla materia filmica. La sua è un’opera difficile da incasellare, più che un documentario, un vero viaggio tra le creature che creano sogni; attori, registi, produttori si raccontano, esperienze cinematografiche e di vita, aneddoti, episodi fuori e dentro i set, ma soprattutto il fantasma del cinema, quella magia che rapisce non solo lo spettatore ma gli stessi artefici, di chiunque sia preda dell’ossessione per la settima arte.

Un film intimo che si approccia a una materia incandescente, palpitante, esplorando i sentimenti di un racconto diretto tra l’uomo e il congegno cinematografico, una brulicante epopea emotiva prende le fattezze di un movimento filmico, finendo in una dichiarazione d’amore verso il (s)oggetto cinema. Si esplorano gli spazi del cinema, affollati, vissuti, in cui tutto è una mise en scène del giocattolo cinematografico esposto in vetrina; il Festival di Cannes con i suoi teatrini alla ricerca di fondi per costruire un nuovo e baluginante sogno. Il cinema nel suo farsi e nel suo alimentarsi, una creatura affamata che si cannibalizza in un continuo ciclo vita-morte. Fuori dagli schemi, nel quadro di una forma filmica indefinita ma che si giova della consistenza dei sentimenti e dei bagliori delle stelle.

Il regista Toback è accompagnato in questa odissea da Alec Baldwin, insieme si muovono tra le strade del Festival in cerca di sovvenzioni per un nuovo film da girare, un Ultimo tango a Parigi in versione mediorientale, Ultimo tango a Tikrit. Il riferimento al film di Bertolucci non è casuale, nasce dalla volontà del regista di raggiungere lo stesso obiettivo di cancellazione del confine «tra attore e ruolo interpretato», per creare un oggetto oscuro e audace vicino alla personalità dell’attore e non al personaggio filmico.

«Girare film è l’ossigeno della mia esistenza, dà una struttura al caos della mia vita», un concatenamento tra vita, morte e passione di cui Toback non può fare a meno, è funzionale alla sua esistenza, ma anche a quelli che come lui soffrono di questa stessa splendida malattia. Scorsese, Polanski, Coppola, Bertolucci ma anche finanziatori, produttori e attori, come Jessica Chastain, James Caan e Ryan Gosling, danno voce all’imminenza di un sentire che è vitale, lo è sempre stato, una parte imprescindibile della loro esistenza, un rapporto di amorosi sensi con il filmico, che è, in alcuni casi, un tendere all’infinito cercando di soddisfare  il desiderio di immortalità. I ruoli perdono di consistenza davanti alla mdp, solo le parole descrivono quel legame profondo, si abbandona la forma inflessibile del ruolo professionale per approdare all’umano, le rigide griglie spezzano i misurati e saldi raccordi per addentrarsi nelle calde spire dell’onirico bambino. La passione infrange i meccanismi razionali e i ricordi di un incontro che ha determinato quelle esistenze si sposta in una dimensione parallela ex abundantia cordis. E forse il desiderio di molti registi è quello di vivere nei propri film, non come attore ma come parte della storia, come uno di quei meccanismi che rendono la finzione filmica reale; ciò sostiene Coppola, in Sedotti e Abbandonati,  riferendosi a una delle ultime scene del suo Twixt: «avrei voluto essere lì, in quella scena, ma se ciò fosse accaduto, il film sarebbe stato diverso, o forse non sarebbe stato affatto».

Artificio, natura o sogno, «il cinema è uno dei territori privilegiati per interpretare la funzione dell’immagine e della produzione del visibile nella costituzione di quella che ci ostiniamo a chiamare realtà» (Bertetto 2008, pag. 8).
Il cinema è una giostra colorata e luminosa, uno strano congegno, una costruzione fittizia, su cui tutti vogliono salire per brillare di una luce che è una diretta promanazione di una gioia artificiale. Un carosello che per essere funzionante necessita di linfa vitale, energia, impegno e investimenti, e il potere economico mantiene in vita questo splendido dispositivo emozionale.
Lo schermo esercita una forma di seduzione sullo sguardo che affascina e imprigiona l’occhio, un velo che separa il bulbo oculare dal resto del mondo e che abbacinato dalla luce (ri)produce il reale e al contempo il sogno, dotato di una potenza devastante, per dirla à la Buñuel «basterebbe che la bianca palpebra dello schermo potesse riflettere la luce che le è propria, per far saltare l'universo».

Il cinema è la convivenza di vita e morte, si perde la propria identità per interpretare un ruolo ma al contempo quel ruolo, quel film, donano la vita eterna, è una tumulazione dell’Io pronto a risorgere in una nuova forma e nel perdurare infinito del tempo. Lo sguardo dello spettatore assiste alla vita e alla morte, l’esperienza filmica è uno spazio temporale che si apre e si chiude al pari dell’esistenza umana; rivedere un film è come sfogliare l’album delle fotografie di un caro estinto, potrà rievocare, durante la visione, l’eco di emozioni irrevocabilmente consumate e perse.
Il film descrive la definitività della morte, si è vivi durante la visione, illuminati dalla sacralità del raggio di luce che proietta la vita sullo schermo, poi all’improvviso il film finisce e con esso tutto giunge a termine; nelle parole di Norman Mailer, «Il cinema è un fenomeno la cui somiglianza con la morte viene ignorata da troppo tempo».


Bibliografia

G. Bataille (2007): L’Erotismo, ES, Milano 2007

P. Bertetto (2008): Lo Specchio e il simulacro, Bompiani, Milano





Titolo: Seduced and Abandoned
Anno: 2013
Durata: 100’
Origine: USA
Colore: C
Genere: Documentario
Specifiche tecniche: Canon C300; 2.35 : 1
Produzione: Michael Mailer Films

Regia: James Toback

Attori: Alec Baldwin, Martin Scorsese, Bernardo Bertolucci, Ryan Gosling, Jessica Chastain, Francis Ford Coppola, Roman Polanski, James Toback, Bérénice Bejo, Diane Kruger, James Caan
Sceneggiatura: James Toback
Fotografia: Ruben Sluijter
Montaggio: Aaron Yanes
Scenografia: Frederic Berge

Reperibilità

 

http://www.youtube.com/watch?v=yNqZjDqUOm0

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