La morte degli infanti è sempre difficile da spiegare, da essere accettata, e quando si tratta di suicidio diventa un vero cul de sac del senso, una ossessione senza fughe. Da qui prende forma Children Are Not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts, opera prima del cinese Rong Guang Rong, che ha aperto le danze al Festival Del Nuovo Cinema di Pesaro.
Per tentare una breve analisi del testo converrà discutere separatamente dei vari livelli di significazione che condensa, tenendo ben presente che nell'amalgama del film la separazione non è avvertibile e il tutto è fluido.


Il primo livello è quello della narrazione principale che, restando in bilico tra documentarismo e finzionalità, racconta l'indagine con cui un giornalista tenta di scoprire i motivi che hanno portato quattro bambini di età tra i cinque e i tredici anni a togliersi la vita.
Ad un secondo e più nascosto livello di lettura Children Are Not Afraid...è un'opera a contenuto politico, una disamina livida di quel deteriore indicibile, perché nemico della propaganda di stato, che cova in segreto nei reconditi di organizzazione statale fortemente accentratrice, come quella della Cina, che ha letteralmente dimenticato, nei casi migliori, e vessato o violentato nella maggioaranza dei casi, le esistenze di milioni di suoi cittadini.
Continuando a scavare nel film, siamo al livello 3, ritroviamo gli elementi per una riflessione metalinguistica in cui Rong Guang Rong si interroga sulle possibilità di relazione tra cinema e realtà, ponendosi l'interrogativo sulla verità, su cosa questa significhi al cinema.
C'è poi un livello stilistico del film accidentato e poliforme, che merita qualche riflessione dedicata.

La narrazione principale, lo abbiamo detto, segue le vicende del giornalista che  decide di recarsi nella provincia poverissima dove il fatto è avvenuto e interrogando amici e parenti dei bimbi, i loro compaesani, piuttosto che le autorità di zona intende trovare risposta alla domanda che lo assilla: «perché? ». Perché anime tanto giovani, che si dovrebbero presumere ignare dei pesi e delle criticità del vivere, possono arrivare a tanto? Quanto orrore e quanta disperazione ci deve essere stata nelle loro vite?
L'indagine, per qualche oscura ragione che in noi inevitabilmente innesca il sospetto, risulta particolarmente invisa alle locali forze di polizia, che di punto in bianco fermano tutti, sequestrano le telecamere, le macchine fotografiche e tutto il girato.

Fine del documentario, quindi, divenuto privo proprio di quei “documenti” che ne definiscono la natura, ma non anche fine dell'indagine in senso assoluto, perché Rong decide di proseguirla con gli strumenti alternativi della finzione, della messinscena del reale da parte del dispositivo cinematografico. Gira nei villaggi limitrofi e ricostruisce attraverso le interviste ad altri bambini l'universo claustrofobico e vessatorio, intriso di violenze e soprusi che doveva essere stato quello dei giovani protagonisti di questo dramma della liminarità. Dal testo documentale ci addentriamo in un vero e proprio poliziesco, in cui seguiamo passo passo l'indagine, le interviste ai bambini, le fughe da una polizia sempre più pressante voler soffocare la ricerca della verità (alcune delle testimonianze raccolte nella prima fase indicherebbero che il suicidio è avvenuto pochi giorni dopo una loro irruzione nella casa dei bambini)
In questa sua ricerca della verità Rong convoca ogni forza che il cinema mette a sua disposizione per riuscire a dare vita a una immagine plausibile, somigliante, di ciò che può essere accaduto, il film si apre a una serie di slittamenti tra dimensione personale e oggettività dei fatti, un flusso ininterrotto in cui memorie dell'infanzia del protagonista si mescolano a schegge del quotidiano rapporto con i suoi figli, in un cortocircuito continuo con i racconti delle genitorialità assenti o peggio ancora, mostruose, che vivono i bambini delle zone rurali. A tratti, sparita ogni presenza adulta seguiamo “dall'interno”  le mille diegesi, i mille mondi immaginifici che vivono nei giochi infantili, in quelli dei bambini ricchi e amati e, per parallelo, in quelli di quei laceri e zozzi bambini abbandonati a sé, proprio perché questa ricostruzione deve ripartire “dall'interno”, dallo sguardo che proprio i bambini gettano sul proprio mondo, suoi loro valori, le loro paure, fantasie, asprazioni e incubi. Da questi continui scambi osmotici il regista distilla una vivida “immagine della mancanza”, dell'assenza assoluta di protezione, di serenità, di guida, che ha caratterizzato quelle giovani vite, che nulla hanno più di ciò che chiamiamo infanzia.

È per mezzo di una ricostruzione finzionale, quindi non documentaria,  che Rong Guang Rong riesce a restituirci il percorso di orrori che sta dietro al suicidio ritualizzato (prima, come in una cerimonia di commiato definitivo avevano bruciato in un grande rogo tutti i loro diari, i libri di scuola e i cellulari) e collettivo dei bambini. Una ricostruzione, appunto, non una mostrazione diretta.
Dalle parole dei bambini Rong ha l'abilità di cogliere tutta una serie di presenze immaginifiche che vivono nelle loro fantasie ludiche e che ne abitano gli incubi, che per via metaforica restituiscono allo spettatore la loro visione della realtà. L'uomo coccodrillo, il terribile dragone a due teste, i mostri e i fantasmi delle paure notturne come dei giochi, con un piccolo scarto inferenziale ci restituiscono altrettante narrazioni dei mostri reali, degli uomini cattivi, dei fratelli violenti, dei genitori incuranti o minacciosi che li vessano nella realtà di tutti i giorni. Il ritratto complessivo che ne emerge è davvero durissimo da mandare giù proprio perché ad esserne vittima sono bambini indifesi, o meglio bambini che disperatamente tentano di difendersi da soli da un qualcosa, come la violenza del mondo adulto, che è troppo grande, troppo spaventoso. Una violenza che risulta tanto più evidente e deviata proprio dal raffronto con le immagini rassicuranti e affettuose di un normale legame genitoriale, come quello che il protagonista ha con i figlioletti, amatissimi e protetti, in un risultato finale di grande impatto emotivo.

Da questi stessi elementi emerge anche una ulteriore possibilità di lettura di questo testo, e qui ci addentriamo nel secondo livello di senso del film. Rong, incurante dei rischi della censura, con cui ha già avuto molti problemi in patria, avanza una denuncia piena di livore delle sperequazioni, delle ingiustizie e delle violenze di cui è responsabile la politica cinese. Chiaramente quello politico non è mai il tema palese di questo film, non c'è alcuna ocularizzazione dell'autorità, delle forze dell'ordine, di questo o quel politico, non si cerca mai, per ovvie ragioni, l'esplicitazione del dissenso, tuttavia la virulenta carica polemica che il regista intende esprimere essuda da ogni dove, dai dettagli minimi e apparentemente meno significativi che si raccontano nel quotidiano degli intervistati, dai continui “questo non si può”, “questo è vietato”, alle mille paure che ogni giorno attanagliano persone spaventate dall'autorità e da suoi comportamenti coercitivi. Pezzi sparsi di un puzzle che ricompattati insieme restituiscono un immagine dell'aberrazione di quel potere politico che si presentifica solamente nella forma del divieto e della punizione, mai dell'aiuto, dell'assistenza o della protezione, specialmente verso i bambini.  Si vive nella paura del controllo costante, paura di dire e di agire, e lo stesso protagonista, che vuole semplicemente fare chiarezza, e rendere giustizia a cinque giovani anime innocenti, diventa un sorvegliato speciale, costantemente braccato, controllato, spiato, e quello della paura, giocoforza, è uno dei temi portanti per questo film. Tutti temono qualcosa, il protagonista e gli adulti temono la polizia, lo stato, la miseria più nera, e in fondo alla scala gerarchica questi infanti senza protezione alcuna, che devono avere paura di tutto e di tutti, della violenza dello stato, degli adulti abbrutiti dalla miseria e dall'ignoranza, dei fratelli maggiori e dei bulletti di qualche anno più grandi che non risparmiamo gratuite violenze, delle notti interminabili. La paura che genera i mostri, i fantasmi del titolo, che possono arrivare a rendere talmente insopportabile la vita di un fanciullo da spingerlo a preferirgli la morte. Bambini che non hanno paura della morte, ma della vita e dei suoi fantasmi incarnati.

Veniamo poi alla possibilità di lettura meta testuale cui accennavamo in principio, che tra l'altro si trova in stretta relazione causale con il discorso politico di cui abbiamo appena detto. La necessità di controllo totale che ha il governo autoritario, gli rende nemico il lavoro di testimonianza sulla realtà, la possibilità, cioè, di raccontarla al netto di filtri ideologici, o morali che siano, e da qui la decisione di bloccare il lavoro di indagine. Trasponendo questo dato di fatto su un piano più riflessivo e generale si accede alla possibilità di intendere Children Are Not Afraid come un film che riflette sulla propria impossibilità di accesso im-mediato, diretto, alla realtà, che allargando ancora la riflessione, ci rimanda all'idea che questa difficoltà inerisca al mezzo in quanto tale, al cinema in generale. Non potendo restituire in maniera oggettiva il mondo per quello che è al cinema non resta altra possibilità se non quella di metterlo in scena, fingerlo, il che significa anche e sempre ricrearlo. E in questo “transustanziare” il mondo,  si domanda a margine Rong, qual è il luogo e la dimensione della verità? Nel suo film la relazione non mediata tra cinema e realtà diventa impossibile quasi subito e quella verità che stava cercando sulla vita dei ragazzi, riuscirà ad emergere solo attraverso la sua ricostruzione finzionale. Al cinema la sola verità possibile è la finzione, sembra volerci dire, ma è proprio attraverso questa finzione che possiamo accedere al vero, a quella verità che altrimenti ci rimarrebbe preclusa.

Il piano stilistico accorpa atteggiamenti formali estremamente diversificati tra loro.
In parte è cinema del reale, che quando intervista, o racconta il rapporto del protagonista con i figli cerca la neutralità di sguardo. In alcuni momenti però il linguaggio sembra volersi sottrarre a sé stesso e Grong scava e toglie: toglie il movimento di macchina, che in generale riduce a piccoli spostamenti orizzontali e verticali, non ricordo di aver visto un solo dolly in tutto il film, ne panoramiche ampie o carrellate di profondità, a tratti toglie ancora di più e sottrae il movimento anche dai corpi, creando inquadrature statiche, immote nel contenuto e riprese a macchina fissa con punto di vista frontale e centrato, il grado zero della forma filmica, in cui solo il flusso dell'audio sembra testimoniare la natura filmica dell'immagine, e ancora più oltre si spinge, sino a ridurre l'immagine alla fotografia statica pura e semplice, in cui l'immobilità mortifera oltre l'immagine coglie anche il suono e del cinema rimane solo quell'atomo fondativo che è l'immagine luminosa statica. D'altro canto il linguaggio di Rong quando ritrae certe notti metropolitane scolpisce sdilinquite composizioni luministiche, quasi abbacinanti, ipercromiche e rutilanti, che si esaltano per contrasto con le infiltrazioni di neri fondissimi delle notti in cui le incornicia con senso fortemente pittorico.Una propensione espressiva che in questo caso, aggiunge, espande il linguaggio, arricchendone la tavolozza cromatica e moltiplicandone le possibilità cinetiche sia internamente al quadro che in montaggio. A tratti poi questa sorta poetica del nero prende il sopravvento invade la visione come un inchiostro venefico per creare una dimensione allucinatoria e minacciosa. La paura notturna, l'incubo dei bambini, quel luogo del visibile immaginifico che tutti conosciamo sin da piccoli, in cui figure indefinite e paurose, sfocate, sdoppiate, alterate e indefinibili, strisciano fuori dal buio, quella visione fantastica che da piccoli ci portava a vedere i fantasmi nelle ombre deformate di un albero o negli anfratti bui di casa.

Un'opera stratificata, poliforme e polisemica, fortemente impattante sul piano emotivo, difficile da giudicare ma certamente da vedere (possibilmente più di una volta).





Titolo originale: Haizi bu jupa siwang, danshi haipa mogui
Anno: 2017
Durata: 85'
Origine: Cina
Colore: B/N - C
Genere: Documentario
Specifiche tecniche: DCP
Produzione: ZAJIA LAB

Regia: Rong Guang Rong

Sceneggiatura: Rong Guang Rong
Fotografia: Rong Guang Rong
Musiche: Li Qing, Li Weisi
Montaggio: Rong Guang Rong

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