Alessandro Cappabianca

alt«Le cinéma est le simulacre absolu de la survivance absolue:
il nous raconte ce dont on ne revient pas, la mort»
(Jacques Derrida)

I morti, in Maps to the Stars, tornano sempre sotto forma di fantasmi. Fantasmi d’acqua o di fuoco, per quanto tutti abbiano una certa tendenza a scomparire nell’acqua (delle piscine) – ma tutti, o quasi tutti, tornano. Torna la madre di Havana, occupando la vasca da bagno della figlia, rinfacciandole che non sarà mai un’attrice brava come lei: torna la giovane fan di Benjie, dopo che è morta in ospedale, prima a bordo della piscina dei Weiss, dove trova a farle compagnia un altro fantasma (quello del bambino annegato per disgrazia), poi nel cesso della roulotte dove Benjie, sotto l’effetto della droga, scambia per lei il ragazzino suo antagonista nella serie TV, e lo (la) strangola.


Dei morti, se si tiene conto del fatto che la morte di Christina (la moglie/sorella del dottor Weiss) forse è solo un’allucinazione del marito, l’unica a non tornare (se non contiamo il cane ucciso da Benjie sempre “per errore”) è proprio Havana, anche perché muore (viene uccisa) quasi alla fine del film. Lei non torna, comunque, forse perché tornano le grandi attrici, non quelle mediocri, alla lunga consegnate a un destino di scomparsa definitiva (naturalmente qui è grande Julianne Moore nel fingersi mediocre). Per quanto faccia, Havana non riuscirà mai a prendere il posto della madre, neppure come spettro: prima risulta perdente nei provini sostenuti per il film che si vuole produrre sulla vita di sua madre, poi non può approfittare del ritiro della sua concorrente (causa trauma per la morte del figlio), perché viene uccisa da quella che si può considerare sua figlia adottiva (Agatha, “l’assistente personale”). Benché ci provi, insomma, Havana non potrà mai assumere il ruolo di (sua) madre, se non nella provocazione mortale della gelosia di chi si trovi a esercitare nei suoi confronti il ruolo di figlia (cosa che riesce invece ad Agatha, in grado di doppiare il matrimonio della madre col fratello, tramite una sorta di comunicazione telepatica affidata ai versi di una poesia di Eluard  e a un oggetto-feticcio, l’anello nuziale paterno – per quanto si tratti di un matrimonio che è contemporaneamente un (doppio) suicidio).

Havana dunque non riesce ad assumere il ruolo di sua madre, mentre Agatha sì, e perciò potrà, in futuro, tornare eventualmente (ma a chi?) come fantasma pacificato, assieme a Benjie. Forse appariranno al dottor Weiss, o a Jerome, l’autista aspirante attore e scrittore, o forse semplicemente ai futuri spettatori del film, a coloro, cioè, ai quali in ultima analisi ogni apparizione spettrale dovrebbe essere specificatamente riservata e invece tendono sempre a credere, poveretti, d’avere a che fare con Corpi reali.

L’approccio di Cronenberg (e dello sceneggiatore Bruce Wagner) agli incubi hollywoodiani, assume dunque un particolare aspetto mostruoso, in un universo dove sembrano esistere solo madri-attrici e figlie-attrici, mogli-sorelle e bambini-attori e dove quasi non esistono padri o mariti che non siano assimilabili a fratelli: la mostruosità, insomma, sarebbe nell’essere consanguinei, se non fosse che l’unica consanguineità riconoscibile è quella teatrale, con tutte le sue risonanze mitiche e letterarie (Elettra, Oreste, l’Agatha di Musil…). L’unico, vero incesto contronatura è quello della figlia che pretende di sostenere (sullo schermo) i ruoli che furono di sua madre, senza rendersi conto che la vendetta dei fantasmi, magari operata per interposta persona, può essere terribile.


Filmografia:

Maps to the Stars (David Cronenberg 2014)