5964652930_5453509f6fAll’improvviso il temporale scarica sul lido la sua congerie di pozzanghere, di foglie fredde, mentre compare a vista il nodo dei palazzi del cinema, ingessati tra i recinti e i cantieri. Un senso di provvisorietà - in attesa della stabilità che darebbe il nuovo palazzo del cinema - che è tutt’uno con la sorpresa di avere una proiezione in meno a disposizione della stampa. E allora le file sono assembramenti selvaggi di giornalisti (quelli col lasciapassare rosso interessati a quel tale tacco della diva o a quel tale pacco del divo) e critici vari a vedere Polanski e, a sera, Garrel, quando cominciano a venire fuori, come le zanzare, le femmine sui tacchi e i ragazzoni coi pacchi, per una movida stagionale che si pavoneggia qui, prima di tornare alla desolazione autunnale.

 


Nella sala “Darsena” c’è Ruggine di Gaglianone: entro, e già formicola un capannello di ragazzine intorno a Timi e Accorsi che pazientano, sorridono, le subodorano; e ricordo il 2004, quando in una proiezione nella sala Perla, tra schiamazzi della stampa (fin troppo) irriverente, era apparso sullo schermo il pacco di Accorsi, che aveva esaltato per lo più le signore di mezza età, impellicciate nell’aria umida della sera; di quelle con molte possibilità e alcune necessità (per lo più soddisfatte dai gigolo) simili alla signora a cui l’Accorsi amatore d’accatto, in Radiofreccia, dopo una prestazione, rubava dei soldi dalla borsetta  essendo però scoperto e dicendo allora: “ma dai, sono solo cento carte!”. Un tipo di cinema (italiano), incentrato su pose stereotipe per quanto (a volte) sintomatiche, di ragazzi mesti per via del solito” trauma infantile”, a cui non sfugge neppure questa Ruggine, con i suoi rapporti a distanza tra infanzia ed età adulta, dalla parte di Io non ho paura, Come Dio comanda, La pecora nera e altro innumerevole cascame. Continuo a non capire perché in questo cinema, la condizione attuale dei trenta/quarantenni debba essere sempre ricondotta a “traumi infantili”, come se venisse tutto da lì, quando eravamo innocenti e lucenti (pur nella penombra dei giochi e dei tramonti) e immersi nel sontuoso rigoglio dei campi e delle periferie, e non invece da un presente violento e incongruente; come se fosse il male arcano (e circoscritto, o circoscritto al fondo dell'umano) della pedofilia il punto, e non la violenza estesa con cui il liberismo ha accelerato negli ultimi anni, oltre che il suo dominio spettacolare e "pedopornografico" sulla maniera dell'apparire, la sua selezione (sperequazione, anche affettiva), la dissezione delle psicologie. Qualcosa resta di questo Gaglianone, cioè certa sensibilità per gli "effetti" plastici: lo spessore luminoso della polvere tra i ruderi del rifugio infantile, la ruggine della ferraglia ovunque, anche sul corpo di un (ottimo) Timi sgomento di sè, ma è poco.

Alle 19 la fila per Garrel è lunghissima (chè il nudo della Bellucci serpeggia e smuove un po' le braghe di tutti), sicchè m'è venuto il mal di testa a furia di riflettere sullo statuario. Allora vado a bere una birra con Lorenzo e gli altri di "Fuori orario", mentre si parla di copertine celesti con sopra un uomo che guarda al binocolo, poi di Lisandro Alonso, di Ruiz che è scomparso lasciando un altro vuoto, e di Amir Naderi, che promette tutto un mondo. E in effetti poco dopo saliamo: alla sala Perla c'è Cut, l'ultimo suo film, dopo il meraviglioso Vegas, mi dice Ghezzi, che incontriamo sopra, sei d'accordo? e che fa rettifiche sullo Zaum appena passato: «Bela tarr era di nove anni fa; qualcosa non è venuto; qualche errore di montaggio» ed eccoci in sala con Muller che sguaina un cinese a tic. Cut è un film meraviglioso, limpidamente metacinematografico, e perciò frutto della citazione e reinvenzione di registri disparati, da quello del cinema d'azione, a quello più lirico, tra personaggi e scenari definiti perfettamente (angusti, semplici eppure così complessamente  protesi suol proprio straficato virtuale), che sono loro, ma allo spesso tempo gli innumerevoli altri persoggi che si ricordino e che compaiono all'improvviso sullo schermo posto dentro il nostro schermo, qui nella sala Perla, e così via, concentricamente, con Buster Keaton che si sdoppia e irrompe in un altro schermo alimentando l'immenso spettacolo della parvenza e dell'umano, che è questione di espressione (sono se mi esprimo, se immagino) e di forma. Così il protagonista può resistere ai pestaggi solo coltivandosi in quanto immaginazione, ungarettiano "grumo di sogni", di poesia, nell'enorme scenario dominato dal Grande Capo (Zizek direbbe «le Grande Autre«), il capitale, lo spettacolo: perciò poi, sul lungomare, vociare in bella camicia, in bella gonna, il tacco, il pacco, si mangiano la notte.