Michele Sardone

alpisLa vertigine di Alpis si sente una volta fuori dalla sala, tornati al livello del Lido: si insinua surrettizio il dubbio che ciò cui assistiamo sia solo una recita, il mondo sia un teatro, il nostro apparire una posa sedimentatasi in anni di convenzioni,  i rapporti umani siano ascrivibili a un tacito canovaccio.


La storia del film: quattro persone si offrono per sostituirsi, singolarmente o a coppie, a dei morti, in modo tale da colmare in familiari e amici il vuoto della perdita. Per rendersi i più credibili possibili ricostruiscono, insieme ai loro clienti, scene di vita passata o possibile. È qui che avviene il rovesciamento: i quadretti riprodotti sono recitati in modo impersonale, atono, senza alcuna convinzione nelle battute, alla maniera dei Rabbits di Linch. I dialoghi così interpretati svelano il trucco della messinscena e, di riflesso, fanno emergere l’ipocrisia dei dialoghi della cosiddetta vita reale. Allo stesso tempo agiscono da reagente sugli altri film della giornata: Café de flore, gia kitch di suo, diventa involontariamente comico; dell’ultimo Garrel rimarrà il sapore stantio dell’autodistruttiva noia borghese. Per questo viene voglia di tornare a casa, liberarsi di Lanthimos (magari catalogandolo fra i nuovi maestri per tenerlo meglio sotto controllo) e riprendere la finzione del quotidiano come se nulla fosse.