Piccolo Atlas della fine del mondo

A volte le idee e la loro forza possono portare fino alla fine del mondo. A novembre dell’anno scorso insieme ad autori che i lettori di Uzak conoscono bene (Eduardo A. Russo, Gustavo Celedón, Marina de Angelis) abbiamo organizzato un congresso, che presto è divenuto un festival di parole e visioni, nella città più a sud del mondo, Ushuaia. Partecipavano studiose e studiosi, artisti e artiste, cineasti (fra gli altri, Julio Bressane, Giovanni Cioni, Alessandro Gagliardo, Andrea Fogli) cileni, italiani, colombiani, argentini, brasiliani, portoghesi, che, dal vivo o a distanza, hanno tessuto i loro discorsi o proiettato virtualmente le immagini delle loro opere verso quei ghiacci eterni dove si era perduto Gordon Pym.

Ho chiesto loro di scattare una foto di quel mondo agli antipodi e corredare l’immagine con un breve testo. Alcuni hanno accettato l’invito.


Congreso Internacional Fronteras | Área de Antropología Visual (antropologiavisual.com.ar)
 g.f.


All the pretty little horses

di Ileana Dell'Unti



Il congresso invitava a pensare alle immagini più in là della fine del mondo. Mi sono avvicinata al tema con un'altra domanda, volevo sapere se potevo trovare echi della frontiera dove stavo lavorando, la frontiera settentrionale dell'Argentina, nella frontiera più meridionale del nostro territorio. I cavalli furono il nesso, la marginalità degli spazi in cui pascolavano, il riflesso di un'identità condivisa, distorta dalle particolarità climatiche proprie di ogni paesaggio. Lì, ai confini del territorio abitabile, ho riaffermato una convinzione di lunga data: i confini geopolitici dividono stati, nazioni, identità, storie, privilegi...Le frontiere sono quei territori dove si incontra tutto questo.


El congreso invitaba a pensar en las imágenes más allá del fin del mundo. Yo partí rumbo a él con otra pregunta, deseaba saber si podría encontrar ecos de la frontera en la que trabajaba -la frontera norte de Argentina-, en la frontera más austral de nuestro territorio. Los caballos fueron el nexo, la marginalidad de los espacios en los que pastaban, el reflejo de una identidad compartida, distorsionada por las particularidades climatológicas propias de cada paisaje. Allí, en los confines del territorio habitable, reafirme una creencia de larga data: los límites geopolíticos dividen estados, naciones, identidades, historias, privilegios…Las fronteras son los territorios donde todo aquello se encuentra.


Estrela guia do continente sem nome

di Livia Flores



Estrela guia do continente sem nome

alinhando-se em curso de lótus ao eixo central da

pedra flor. Quando a conjunção

exata acontece, a cauda do dragão se move em

suave ajuste de milímetros ou violenta

imprevisibilidade.

La estrella guía del continente sin nombre

alineándose en curso de loto al eje central de

la piedra flor. Cuando ocurre la conjunción

exacta, la cola del dragón se mueve con

suave ajuste milimétrico o violenta

imprevisibilidad.

 

La stella guida del continente senza nome

allineandosi in corso di loto all'asse centrale

della pietra fiore. Quando avviene la congiunzione

esatta, la coda del drago si muove con

delicata regolazione millimetrica o violenta

imprevedibilità.


Rara rua

di Livia Flores

Rara rua sem nome de genocida.

Paisagem com legenda de livro de geografia: hielos continentales.

Um dia, se ainda existir, será lembrete: aqui jaz.

Por enquanto, um trópico doméstico alucina a esquina em pura negação.

 

Rara calle sin nombre de genocida.

Paisaje con leyenda de libro de geografía: hielos continentales.

Un día, si aún existe, será recordatorio: aquí yace.

Por ahora, un Trópico doméstico alucina la esquina en pura negación.

 

Strada rara senza nome di genocida.

Paesaggio con didascalia da libro di geografia: ghiacci continentali.

Un giorno, se esiste ancora, sarà promemoria: qui sta.

Per ora, un tropico domestico allucina l'angolo di strada nella negazione pura.


Una linea di frontiera

di Alessandra Merlo

 

Isole della Terra del fuoco, a sud di Ushuaia, Argentina patagonica. All’abbassare lo sguardo sulla linea di frontiera, ai piedi scoppietta porosa l’incarnazione dell’infinitesimo leibniziano: tra due punti ne esiste sempre un terzo. Il confine del sud del mondo si espande scanzonato tra le pietruzze grigio-bianco-azzurre, come un blow-up del reale, un pixel granuloso della materia, un codice QR della diversità. Né dualismo né egemonia. Miscuglio indistinguibile. Un invito ad appoggiare le mani sui sassolini e alzare i piedi verso il cielo per scoprirsi finalmente antipodi.


Gaea

di Alessandro Focareta


Piccolo diorama paesaggistico, fragile presepe privo di presenza umana, territà. Frame che rivela il battito di un mondo disprezzato da chi lo calpesta o segretamente decifrato da bambini, pazzi e visionari. Solo questi ultimi intuiscono che l’anima è là, al di sotto, in un fuori campo che emette il suono delle pulsazioni: costante andirivieni che opera secondo logiche inaspettate mentre ad emergere sono innumerevoli forme e spettri cromatici. Quando la radio annuncia l’imminente fine, una canzone prevede la soluzione, l’unica possibile: … e gireremo un video, mentre esplode il pianeta…

 

Cárcel del Fin del Mundo

Eduardo A. Russo

 

Un piano all'ingresso del Penitenziario di Ushuaia, città che era esemplare colonia penitenziaria. È un semi-panottico; doveva essere intero, ma mancavano i soldi e rimasero tre raggi in sospeso. Visto dall'alto terminò come una specie di occhio chiuso per sorvegliare a metà i suoi carcerati, che, nel caso, indossavano anche abiti a righe e manette. Come presidio ha funzionato per un paio di decenni, ma nella memoria ha pesato molto di più.

Oggi, uno strano museo ricorda lì il Penitenziario, l'Antartide e i viaggi marittimi. Come per compensare quella destinazione di clausura. Per una maggiore apertura verso altri mondi, ci sono mostre temporanee d'arte e, al suo centro, una riproduzione del faro della fine del mondo. Quest'occhio come faro che avrebbe entusiasmato Pitagora, sovrapposto al panottico. Un collage per pensare prigioni reali e fughe o liberazioni immaginarie.

La pianta evoca anche vagamente un polpo o, meglio ancora, ricorda un certo essere antico e inquietante, che fu immaginato da qualcuno in Providence ossessionato dai ghiacci eterni.

Nella città di Ushuaia, il Presidio sogna.

 

Un plano en la entrada del Penal de Ushuaia, ciudad que fuera ejemplar colonia penitenciaria. Es un semi-panóptico; iba a ser uno entero, pero faltó dinero y quedaron tres radios pendientes. Visto desde arriba terminó como una especie de ojo entornado para vigilar a medias a sus presos, que por las dudas, también estaban con traje a rayas y grilletes. Como presidio funcionó un par de décadas, pero en la memoria pesó mucho más. 

Hoy, un museo extraño recuerda allí al Penal, a la Antártida y a los viajes marítimos. Como para compensar aquel destino de encierro. Para más apertura a otros mundos, hay muestras temporarias de arte y, en su mismo centro, una reproducción del faro del fin del mundo. Ese ojo como faro que entusiasmara a Pitágoras, superpuesto al panóptico. Un collage para pensar prisiones reales y escapes o liberaciones imaginarias. 

La planta también evoca vagamente un pulpo o, mejor aún, tiene reminiscencias de cierto ser antiguo e inquietante, uno que imaginó en Providence alguien obsesionado por los hielos eternos. 

En la ciudad de Ushuaia, el Presidio sueña.



Il faro alla fine del mondo

di Giovanni Festa

Tre immagini del Faro di Ushuaia scattate da dietro il vetro di un traghetto mentre sta piovendo, utilizzando lo zoom del telefono. Sulla superficie del vetro appaiono prima delle gocce, poi le gocce diventano più sottili e una serie di striature simile a graffi appaiono sulla finestra-schermo, infine delle scie bianche, che sembrano lasciate da polpastrelli, costellano l’immagine. In mezzo, il faro, sempre sfocato; l’isolotto; l’orlo delle montagne; e il cielo scuro. Il faro prende a modello quello, fittizio, di un romanzo, Il faro in capo al mondo di Jules Verne, che a sua volta si ispirava ad un altro faro argentino, quello di San Juan al Salvamento.

Il romanzo di Verne parla della costruzione di un faro, di eroici guardiani e predoni che, nell’isola vicina, rastrellano le merci delle navi naufragate e li accumulano in una grotta, aspettando di poter guadagnare di nuovo il mare. Quando hanno la fortuna di prendere possesso di una nave, una serie di incidenti dovuti al tempo (si scatena una tempesta) o all’intervento del guardiano superstite e di un marinaio (un colpo di cannone; una bomba lanciata contro lo scafo) ne ritardano la partenza fino all’arrivo della nave della marina militare che ogni tre mesi giunge a rilevare i guardiani e a portare provviste.

Verne fa sempre pensare a romanzi migliori di quelli che ha scritto lui. Per esempio, che romanzo sarebbe stato Il faro in capo al mondo se il ritardo dei pirati fosse dipeso da inezie o dettagli (e non dai topoi del romanzo di avventure: la tempesta, l’atto eroico dei protagonisti) come una lite o una sequela di banali accidenti. Oppure immaginiamo che non ci sia nessuna nave militare a interpretare il ruolo del deus ex machina e nessuna scadenza ravvicinata (i tre mesi del cambio della guardia); e che il ritardo nella partenza diventi lentamente sempre più grande, fino a durare anni, decadi, fino a vedere gli attori del dramma invecchiare e morire. L’ultima scena sarebbe stata, allora, il totale della spiaggia vuota, con le ossa calcinate dei predoni divorate dalla sabbia e dal vento, mentre la barca che doveva servire alle loro scorribande marittime cade a pezzi fino a diventare un immenso scheletro di legno marcito. Saremmo finiti in un romanzo di Buzzati. Di Borges. (Borges amava la letteratura “popolare”). Di Kafka.

Nello stesso tempo, nel romanzo c’è almeno un momento straordinario, bello come quello de Il raggio verde, che Eric Rohmer ha trasformato nel campo e controcampo più bello della storia del cinema (e che appare, per un attimo, anche in questo racconto di terre australi). I pirati assaltano il faro e lo spengono. All’improvviso, quel pezzo di terra del sud estremo si trasforma in una terra del silenzio e dell’oscurità. È l’opposto della fenomenologia della luce di Al faro di Virginia Woolf. Da un lato leggiamo Verne che descrive le luci estinte quando «nessun rumore turba il silenzio della notte»; dall’altro la Woolf che racconta di un faro appena acceso: «Si voltò e guardò al di là della baia, da dove, ma certo, eccolo, attraverso le onde, a tratti regolari, prima due tempi veloci, poi uno lento, veniva la luce del Faro. Lo avevano acceso».

Verne descrive il vuoto del litorale e il pericolo rappresentato dall’estinzione del faro, la Woolf il fascio di luce estatica che «scoppia negli occhi» della signora Ramsay mentre «onde di gioia pura a gara le invasero la mente».

Si tratta, ovviamente, di due opere incomparabili. Ma è anche vero che i romanzi fanno pensare ad altri romanzi, alcuni di essi mai scritti. E tutti sono contenuti dentro l’immagine di un faro, che, sfocata, lentamente scompare.


Sentinella… sentinella, che vedi?

di Alessandro Gagliardo

Gabriele monaco e Alessandro Gagliardo dopo la proiezione del film, foto di Raquel Schefer

Percorrendo la Patagonia che fiancheggia l’oceano, contavi di poterci cadere dentro alla fine del mondo. Non si capiva però quando sarebbe potuto accadere. Se ti giravi da un lato o dall’altro, tutto restava frontale e tagliato al centro orizzontalmente e senza fine, eravamo nella nostra curva patagonica. Cosicché arrivando ad Ushuaia ebbi l’impressione che avevamo sbagliato all’ultimo bivio per la fine del mondo. Un sibilo di misticismo covava desideri di strade diverse, a clamori diversi, a “occidenteoriente” diverso. Atavico portato dei primi sguardi dei nomadi. Ma la fine del mondo non c’è mai, almeno sin dove c’è un essere umano che c’ha messo un piede, acceso un fuoco e ha steso i cavi del telefono. Non c’è la fine del mondo. C’è tutto il clamore del mondo, di nuovo. Le sigarette costano sessanta centesimi e allora puoi dire, la fine del mondo, come quando assaggi qualcosa di delizioso. Memorabile alla fine del mondo, col signor Monaco, è stato farsi buttare fuori dalla foresteria dell’università la prima notte: Battiato a volume alto no.  «Sentinella… sentinella, che vedi? Una catastrofe psico cosmica mi sbatte contro le mura del tempo». E per controcanto non riusciamo a vedere il film per intero, autoimponendoci un dieci minuti di visione che c’è da chiudere il congresso a choripan. Ma quello diventa come un pesce acciuffato con le mani nel mare e non lo trattieni, non lo afferri davvero che guizza e i minuti diventano venti, poi trenta. Acchiappalo! e però no... qua in effetti non si può stoppare, non c’è ragione, e diventano trenta, quaranta… <<finisce questa sequenza e lo fermiamo>> e il film è già nel cielo che ha fatto un salto che non ti aspettavi ed è passata un’ora e mezza e torna in acqua e da lì se ne va in Brasile, Cile, forse in Colombia, in Repubblica Domenicana, seductor serial. E allora te la puoi ricordare come una proiezione che avrebbe fatto presto amici un manipolo di persone e che è stata la fine del mondo, come le sigarette o, per antitesi, il frango a Rio la notte di Natale.


Cerrar los ojos

di Alejandra Bottinelli Wolleter


Chiudere gli occhi. Immaginare un mare grigio, grigio lupo. Disteso sotto un cielo grigio, alluminio. Con montagne grigie, carbone. Il più grigio dei posti che sogniamo. Calmo, completamente calmo, esteso, grigiastro, scuro. Abbandonato al suo grigio grigiore. Impreciso. Sospendere il respiro e sentire il vento grigio polare. Aprire le mani, sfiorare appena con i polpastrelli l'epidermide di quel mare, tunica nebulosa d'acqua ferma, incerta e delicata. Come le grinfie dell'animale che uccide, che ferisce, che divora. Avvicinarsi miseramente al mistero del mare più grigio dell'Austro, assistere al suo respiro di animale stanco. Intuire appena nella sua onda grigio argento la membrana che connette al suo spirito.

Intuire appena, con gli occhi chiusi, l'incubazione grigia di tutti i mari.

Cerrar los ojos. Imaginar un mar gris, gris lobo. Extendido bajo un cielo gris, aluminio. Con montañas grises, carbón. El más gris de los lugares que soñamos. Calmo, completamente calmo, extendido, grisáceo, oscuro. Abandonado a su grisura gris. Imprecisa. Suspender la respiración y sentir el viento gris polar. Abrir las manos, rozar apenas con las yemas la epidermis de ese mar, túnica nebulosa de aguas quietas, inciertas y delicadas. Como la binza del animal que mata, que hiere, que devora. Acercarse pobremente al misterio del mar más gris del Austro, atender a su respiración de animal cansado. Intuir apenas en su onda gris plata la membrana que conecta con su espíritu. 

Intuir apenas, con los ojos cerrados, la incubación gris de todos los mares.