www.uzak.it - ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
anno IV | UZAK 14 | primavera 2014

Questo non è una pippa

Gemma Adesso

Immagine-15-211x300«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto». (G. Galilei)


Ceci n'est pas un livre: due libri, in forma di quadro.
Un quadro contempla, attraverso le lenti di un cannocchiale, la sua immagine nel riverbero del più prossimo; tra le due immagini non c'è riproduzione somigliante, ma solo il riflesso capovolto di una similarità che si pensa in proiezione.
Il riflesso della prima immagine è letteralmente: (come). Le parentesi hanno il valore lenticolare dell'ingrandimento, ingigantiscono lo spazio della distanza approssimandolo al nulla che attrae: (come) se IL nulla fosse1.

Il prossimo villaggio (di Lorenzo Esposito) scruta ciò che gli sta di fronte ad anni luce di distanza e che lo mantiene in orbita nel sistema caotizzato del riflesso: Per gli occhi magnetici (di Luigi Abiusi) traccia un segno sulla superficie lunare di questa fantascienza alla rovescia, per guardare da vicino quel suo doppio alieno.
Entrambi i titoli evocano ciò che non si può nominare senza che si dissolva nell'atto stesso di essere visto. L'immagine somiglia senza similitudine di paragone, diviene essa stessa quell'atto del vedere che esclude la somiglianza. L'oggetto visto si sottrae al calco spaziale della forma-materia, per inserirsi in una modulazione temporale che lo rende evento e implica lo sviluppo continuo della forma, la variazione costante della materia. 

«Questo cedimento dell'aria mi appare come il più estremo tentativo delle immagini di affrancarsi dalla visione. L'immagine che decide di impedire la riflessione dell'immagine, l'immagine che non è più che un'immagine, libera da aggettivazioni, ricapitolazioni, formulazioni, concetti, parole» {Esposito, p.132}:«[l'infanzia] equivale all'esperienza del cinema, a quella pratica di cattura e di potenziamento del reale mediante la contemplazione dell'immagine vivente per via dell'infinità delle proprie potenzialità, quei passaggi che la concatenano, la rendono procedimento, stile deprivato del soggetto e fondato solo su di sé» {Abiusi, p.85}.

Se l'immagine è per Esposito il riflesso “nero” del Nulla che inghiotte i caratteri di cui è fatta la materia, per Abiusi è la testimonianza “celeste” di Qualcosa che si rivela nelle smagliature del nulla ‒ un'aspirazione al flashback («ritorno di sé stessi») di pasoliniana memoria. Dal fondo nero di uno schermo remoto, essa rivela delle pieghe scintillanti, la forma esagonale di un intermezzo che protegge l'alveo di un tempo mitico, lasciando essere (anche) il nulla2.

In entrambi i casi la scrittura, il linguaggio, svaniscono nell'atto di aprire gli occhi che i martiri hanno conservato3 nel deserto (Esposito) o panorama scheletrico (Campana-Abiusi). In mezzo al caos, l'ininterrotto sfocato fluire fuori quadro è fissato nella stabilità; nello spazio dell'istante che separa le lenti dall'immagine, tutto l'insieme può cambiare: il nucleo dell'oscurità in espansione rende il senso dello spazio esplodente, le cose oscillano e svaniscono, come riflesse sull'acqua («come se tutte le immagini fossero custodite nell'incrocio delle onde» {Esposito, p.41}).

Nel riflesso giace lo spazio immobile della visione, «il volto-immagine sempre smarrito, i cui lineamenti, in un processo di identificazione con il diverso, arriveranno a confondersi/dissolversi in quelli deformi, distorti del mostro, sullo specchio dell'acqua notturno» {Abiusi, p.79}: «nessuna delle due facce che sono la stessa è in grado di riconoscere l'altra né quindi di riconoscersi, il faccia a faccia è il durissimo o ultracomico sguardo apofanico» {Ghezzi, p.15}.

Il Nulla esercita una forza di attrazione sull'immagine lasciando intravedere la presenza allucinata di Qualcosa che non appartiene al mondo, un non-luogo che la riflessiva Alice sa esistere non essendoci mai stata «perché ha l'innocenza sufficiente per credere a ciò che dell'invisibile rimane trasparente» {Esposito, p.43}.

Il punto di vista che si spalanca dal cannocchiale di Esposito è la folata luminosa che investe l'universo in espansione di Abiusi e, lasciando entrare nulla, disperde nello spazio lo sguardo venerante delle cose senza occhi, a sospendere il corso del tempo nella sottrazione dei panorami («Poi guardò lo spazio... e accanto all'albero ne stava crescendo uno nuovo. Non era vero, la terra non stava crescendo, era la pellicola che stava rubando pezzi di mondo e, durante la sottrazione, la campagna, per difendersi, si mangiava la città». {Esposito, p.25}) e nella conversione moltiplicata del reale (nel «paese-cinema che è realtà intensiva, che fonde attualità e finzione in una complessiva storia naturale». {Abiusi, p.86}).

Gli occhi vuoti fissano il fenomeno della deflagrazione computando gli scarti, le faglie, le larve; accellerando il sogno agravitazionale (l'esplosione antonioniana di Zabriskie point) dell'apocalisse, inseguendo le "sopravvivenze" (Abiusi)/"scarti" (Esposito) nell'estetica del riflesso.
E noi, in questa lettura ‒ o buona visione ‒ "atterriamo", planando in loop dinanzi a ciò che resta della catastrofe, contemplando la tarantiniana «sacralità del brulicame pop» {Abiusi, p.93} che rinfranca da una perdita impossibile, giacché siamo da sempre stati mancanti di Tutto {Esposito, p.71}.

occhimagnetici-163x300L'immagine cade fuori dal linguaggio4 ‒ rivelando la sua essenziale «natura dello scarto» {Abiusi, p.26} ‒, nel campo magnetico che è piano d'immanenza, permettendo al pensiero di restare in movimento orbitale, immerso nella sezione inquadrata che infrange l'unità della visione e produce allucinazioni nel reale. Il punto di vista, scegliendo il fuori quadro, lascia che il mondo si dilegui, scompaia nell'evento, le cui pieghe convergono e divergono nell'infinità dei possibili metanarrativi. Il cinema fa crollare il mondo contemplando la sua molteplice inconsistenza e, dal fondo scuro dello sguardo, lascia che affiori ogni cosa in virtù di un nuovo regime della luce, avviluppando l'infinito: «oggi siamo lontani dalla ridicola presunzione di decretare dal nostro angolo che solo a partire da questo angolo si possono avere prospettive. Il mondo è ancora una volta infinito: in quanto non possiamo sottrarci alla possibilità che esso racchiuda in sé interpretazioni infinite» {Nietzsche 2007, p.310}.

Mediante l'atto medesimo dell'assoluto vedere, o magnetismo metafisico, il "cannocchiale intrusivo" (∞) si fonde con l'immagine riflessa e ingrandita dell'infinito ottico5 (come) «il paesaggio nel restringersi in iride» {Ottonieri, p.99}6 e proietta il somigliante sulla superficie lunare (alla maniera di Erice). Il campo elettromagnetico interviene nel caos e ne setaccia l'evento che non cessa di giungere e di vibrare…

Il tempo allora si ferma, lo spazio scolora in pulviscoli impalpabili e ogni cosa incompiuta conserva nel suo sfondo oscuro, di potenziale novità, l'immagine senza oggetto. Ciò che resta dell’immagine, sfuggendo alla funzione, esiste come segno; come parola che coincide con la cosa stessa e, nell’informe convulsione della ripetizione (autoriflessione), si concentra nel dettaglio, nella parte che sopravvive alla dissolvenza del resto:

una pipa è una pipa è una pipa è una ma l’immagine non è mai (solo) una (pipa)7.
Il fitto intreccio delle parole riempie tutti i possibili spazi fino a inglobare in un groviglio caleidoscopico gli occhielli bianchi, le righe, i celesti pulviscoli, a lasciare solo il nero «più totale, impenetrabile, disperato come un urlo»{Calvino 2006, p.135}.
Nel quadro scritto da Esposito-Abiusi, il mondo si compone di serie divergenti, non più incluso interamente in un cerchio chiuso, ma proiettato su una spirale in aperta espansione, che si allontana sempre più dal centro, mettendolo fuori fuoco, consegnandolo alla geometria nomade del nulla, a quel lungo raggio immobile nel quale si fondono magneticamente tutti i villaggi.


Note

1 (come) se nulla fosse è il titolo della postfazione di E. Ghezzi al libro di L. Esposito.
2 Indicativa è l’immagine della copertina sul libro di Esposito: un soggetto che scruta l’orizzonte con le dita chiuse a mimare un cannocchiale. Questa suggestione iconografica basta a intessere un discorso che connetta i due testi visti attraverso le doppie lenti di un cannocchiale che evidentemente deve restare “immaginato”. La prima lente (obiettivo) forma nel suo piano focale l’immagine dell’oggetto osservato, mentre la seconda lente (oculare) serve per ingrandire l’immagine formata dall’obiettivo. Alla stessa maniera, il libro di Esposito osserva da lontano il suo più prossimo, “per le lenti magnetiche” che attraggono l’oggetto in forma d’immagine. Lo schermo nero sovrimpresso sulla copertina del libro di Abiusi, essendo il simbolo del Nulla che lo attrae, espone nella sua forma ingrandita dalle lenti immaginate da Esposito il nulla stesso, che esisterebbe (come) Qualcosa.
3  “Stava immobile, come nell’urna perduta, ma a differenza degli altri martiri, oltre ai pezzi di fegato alle membrane ai tendini, aveva conservato… gli occhi” è la citazione da Nostra Signora dei Turchi di C. Bene che apre il libro di L. Abiusi.
4 L’immagine cade fuori dal linguaggio come l’elettrone della “lente magnetica” sfugge al proprio campo e si “deterritorializza”. Quando l’intensità o l’estensione del campo non sono sufficienti a contenere l’elettrone in un percorso chiuso, esso sfugge in direzione tangente al limite del campo. Azione paragonabile a quella di un prisma su un fascio di luce che esplode in cromatiche micropercezioni allucinatorie. Queste leggi applicate all’immagine cinematografica e alla letteratura devono essere intese propriamente come una rigorosa meta-fisica.
5 Secondo la formula fisica dei punti coniugati, essendo l'oggetto sul piano focale, l'immagine non potrà che essere all'infinito, cioè l'oculare renderà tra loro paralleli tutti i raggi emergenti dalle immagini dell'oggetto.
6 Fotogrammi per Dino Edison, postfazione di T. Ottonieri al libro di L. Abiusi.
7 Le molte versioni del celebre quadro di Magritte, Ceci n’est pas une pipe, confermano questa infinita autoriflessione dell’oggetto, il quale, essendo una riproduzione, espone ciò che di sé stesso manca. Esso si mostra come il dettaglio del tutto in una variazione molteplice dello stesso tema, perciò quello che si riflette coincide con ciò che dell’oggetto scompare e che diventa indefinibile. La parola ripetuta dice l’impossibilità di dire Tutto e, ripetendosi, torna continuamente al suo referente.
Nel saggio Sul romanzo, Elsa Morante scrive: «Non si può trasferire o travisare il valore della parola, giacché le parole, essendo i nomi delle cose, sono le cose stesse.
Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa.» {Morante 1987, p. 69}.


Bibliografia

Calvino I. {2006}: L’avventura di un poeta in Gli amori difficili, Mondadori, Milano.

Foucault M. {1988}: Questo non è una pipa, Sapere Edizioni, Milano.

Morante E. {1987}: Sul romanzo in Pro o contro la bomba atomica, Adelphi, Milano.

Nietzsche F. {2007}: La gaia scienza e Idilli da Messina, Adelphi, Milano.





Titolo: Per gli occhi magnetici
Anno: 2011
Durata: 96 pagine
Genere: SAGGIO    
Specifiche tecniche: 10 euro
Produzione: Caratteri Mobili

Regia: Luigi Abiusi

Prefazione: Lorenzo Esposito, Bruno Roberti
Postfazione: Tommaso Ottonieri
Progetto grafico: Maria Rosaria Digregorio

Reperibilità




Titolo: Il prossimo villaggio
Anno: 2011
Durata: 144 pagine
Genere: RACCOLTA DI RACCONTI
Specifiche tecniche: 13, 50 euro
Produzione: Caratteri Mobili

Regia: Lorenzo Esposito

Prefazione e postfazione: Enrico Ghezzi
Progetto grafico: Michele Colonna

Reperibilità