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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Dispositivo di trascendenza. (appunti sparsi sull’ultimo Schrader)

Pietro Masciullo

Non più stile trascendentale ma dispositivo di trascendenza? Questa è la prima riflessione che mi viene in mente a quattro mesi di distanza dalla totalizzante esperienza di First Reformed visto a Venezia 74. Proprio nell’anno in cui le piattaforme S-VOD raggiungono la loro massima pervasività sociale, con le polemiche cannensi su Netflix che ci chiedono nuovamente «che cosa è il cinema?» e con la Realtà virtuale veneziana che bussa alle porte del Lido mettendo fuori campo ogni grande schermo. Tutto sacrosanto, tutto urgente, sì ma… quella proiezione rimane l’apice dell’esperienza estetica del (mio) 2017. Perché?


Ritorniamo al Future Reloaded veneziano del 2013. Paul Schrader cammina sulla High Line di New York con quattro fotocamere GoPro puntate sul suo volto (un quinto punto macchina è la videocamera di un operatore che lo segue entrando in campo più di una volta). Le immagini di questo lucidissimo cortometraggio sono montate prescindendo da ogni idea di découpage, come in un video amatoriale caricato su YouTube che ragiona autoriflessivamente sui concetti teorici enunciati:

In tempi di crisi i film sono “contro”, ma oggi la crisi è nella forma, non nei contenuti. Non sappiamo cosa sono i film, quanto durano, come si guardano, dove si guardano, come si pagano. Siamo nel 2013 ma sembra il 1913. Si fa tutto al volo, il cinema sta subendo un mutamento profondo, ogni settimana c’è qualcosa di nuovo e nessuno sa cosa sarà. Niente più proiezioni al buio davanti a un pubblico: roba da XX secolo. Il contenuto è fatto da personaggi, storia, musica, mentre la forma sta nella loro presentazione. Il contenuto è il vino, la forma è la bottiglia. Non c’è contenuto senza forma e non c’è vino senza bottiglia. Se la forma cambia il contenuto non è stabile e non si può fare un film rivoluzionario in mezzo a una rivoluzione. Forse questo periodo di transizione potrebbe non essere una transizione, ma uno stato di innovazione tecnologica permanente che non resta mai stabile e non raggiunge mai il punto in cui il contenuto regna sovrano.

E allora: nell’abisso degli sguardi oggetto, delle sale deserte e della softwarizzazione dei media che innerva ogni riflessione sulle immagini digitali del nuovo millennio, Schrader ci parla della necessità di rintracciare non tanto uno stile (The Canyons è il film del politico superamento di ogni stile), ma piuttosto il medium cinematografico che di per sé può oggi diventare esperienza di trascendenza. Da questo punto di vista Cane mangia cane è il divertissement malinconico nel quale il ricordo di “una famiglia perduta” sopravvive alla frantumazione della stessa (l’apocalisse produttiva e autoriale del disconosciuto Dying of the Light ha lasciato più di una cicatrice).

Il personaggio interpretato da Schrader in quel film (El Greco…) teorizza un ironico caos dei segni che sconfina da un lato nella sarabanda postmoderna dei suoi cani arrabbiati (una sorta di unicum nell’universo schraderiano) e dall’altro ri-apre le porte della più antica chiesa riformata dello stato di New York. First Reformed, appunto. In questo radicale e “incomprensibile” scarto balena il politico recupero di un dispositivo perso nello scioglimento degli stili e dei nuovi device, rintracciando uno spazio “sacro” dove il curato di campagna 2.0 possa sondare ancora i suoi demoni più perturbanti.

Il diario. Pagina bianca e materia intellegibile deleuziana che assorbe nei suoi pori ogni attimo di esperienza e ce la restituisce in immagini-percezione al di là dei piccoli display che anestetizzano la quotidianità del protagonista. Le potenze e le forze del cinema, però, diventano oggi memorie immaginarie passate perché «l’innovazione tecnologica permanente» non permette più «sedimentazioni stabili». Ecco perché il reverendo Ethan Hawke non oppone più l’improvvisa pace ritrovata “nella forma” dall’American Gigolo Richard Gere (nel 1980) o dallo Spacciatore Willem Dafoe (nel 1992), ma può solo testimoniare la folle consapevolezza di essere dolorosamente fuori dal nostro tempo di spettatori (nel 2017).

Ci siamo. Il finale di First Reformed è un evento decisivo bressoniano che bacia ancora l’immagine spezzando il flusso programmato delle cose; è un movimento di telo-bianco dreyeriano che spalanca ancora una finestra sulla nostra vita; è un balzo felino scorsesiano che abbraccia il cinema novecentesco strappandolo all’indistinzione mediale. Perché nel tendenziale scioglimento delle forme – che Schrader teorizza da almeno un decennio – c’è ancora un resto, un fascio di luce, pochi attimi di sentimento puro e incondizionato. Un frame troncato però. Spezzato, stoppato, tagliato. Sottolineando quindi la presenza di un dispositivo che persiste oltre-la-sala: esperienza estetica che non può esser altro che cinema, allora, dispositivo-di-trascendenza (ancor prima di stile trascendentale) che riflette sulle potenze delle nuove-immagini creando emozioni prime dalla sua sopravvivenza. Insomma nell’ultimo Schrader il cinema è teoricamente testato (Future Reloaded), incarcerato (The Canyons), difeso (Dying of the Light), ricordato (Cane mangia cane) e infine definitivamente riconsegnato (First Reformed) al medium primo dei nostri occhi.


Filmografia

American Gigolo (Paul Schrader 1980)

Cane mangia cane (Dog Eat Dog) (Paul Schrader 2016)

First Reformed (Paul Schrader 2017)

Il nemico invisibile (Dying of the Light) (Paul Schrader 2015)

Lo Spacciatore (Light Sleeper) (Paul Schrader 1992)

The Canyons (Paul Schrader 2012)

Venice 70: Future Reloaded (AA. VV. 2013)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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