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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Uzak 23


Michael Cimino. Gli spettri d'una nazione

Alessandro Cappabianca

altC’è una forma di maestà, nel paesaggio, che attiene al sublime e ammutolisce perfino i cinque amici de Il cacciatore, che pure non hanno mai sentito parlare di Kant o di Burke e non smettono di fare scherzi perfino davanti a certi fenomeni solari (qualcuno potrebbe chiamarli presagi), perfino lungo la marcia d’avvicinamento, in macchina, alle vette incontaminate dove si caccia il cervo.

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Diventare parte di tutto

Michael Cimino

altQuando lavoravo con Clint Eastwood per Una calibro 20 per lo specialista […] gli chiesi: «Clint sei contento di come sta venendo il film? Pensi che ci siano delle cose che dovrei fare per renderlo migliore?». Lui mi rispose: «Michael non ti preoccupare: quello che voglio da te è la tua visione. Quello che hai messo sulla pagina voglio che me lo porti sullo schermo!». Nessun altro mi ha più detto una cosa simile da allora.

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Editoriale. Gelsi.

Luigi Abiusi

alt«Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita». (C.E. Gadda, La cognizione del dolore)

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La sopravvivenza delle immagini nel cinema

Nicola Curzio

altQualche anno fa, alla Mostra del Cinema di Venezia fu presentato un breve film realizzato interamente con immagini d’archivio. Diviso in segmenti, questo affascinante lavoro di found footage assemblava al suo interno frammenti audiovisivi di diversa natura: filmini di famiglia, cinegiornali, una sequenza di Miracolo a Milano. Quattro voci, mantenute anonime sino ai titoli di coda, ne orientavano il senso generale, lasciando emergere quattro storie accomunate da un desiderio di redenzione. Redemption di Miguel Gomes resta ancora oggi una delle riflessioni più lucide e acute sulla capacità del cinema di riattivare immagini del passato, innestandole in un discorso attuale, nel solco della memoria. Perché dietro quegli atti di rimembranza e contrizione che il regista lusitano assegna arbitrariamente a personalità “di pubblico dominio”, si cela in realtà la salvezza, il riscatto delle stesse immagini con cui è fatto il film: attraverso un astuto, incantevole stratagemma, esse tornano a brillare di luce propria, assumono una nuova valenza, trovano un’inedita collocazione nello spazio del presente. In altre parole, tornano in vita, o meglio, sopravvivono.


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Allucinazioni su di una mano morta

Andrea Bruni

Cinema e Surrealtà: ceci n’est pas un film

altAl Museo Cernuschi a Parigi esiste una statuetta cinese che rappresenta un Demone e che è stata fusa in un amalgama a base di arsenico: non la si può toccare senza provare un bruciore insopportabile. Un chien andalou e L’âge d’or (quest’ultimo di più ampio respiro, più compiuto, più enigmatico anche, e soprattutto più rivoluzionario) tendono a infliggere una sensazione analoga. Ma è raro che lo schermo “bruci” l’occhio e il cervello dello spettatore. Spetterà comunque al futuro operare le riclassificazioni indispensabili e far capire che alcune tendenze essenziali del cinema partecipano anch’esse della “magia”, forse involontaria, a cominciare dai capolavori di Méliès, di Murnau (Nosferatu) e di tutto l’espressionismo tedesco, di Josef von Sternberg, di Abel Gance, di Orson Welles, e perfino di certi film più e meno gravemente commerciali (Ombre bianche, King Kong, Peter Ibbetson, Vertigine, etc….), relitti di questa marea disordinata, e gigantesca, che è stata definita “il solo mistero assolutamente moderno.
(André Breton)

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Il cinema ritrovato: Destino di Fritz Lang

Mariangela Sansone

altIl “Festival del Cinema Ritrovato” di Bologna ha festeggiato con l’edizione 2016 i suoi primi trent’anni. Amato dall’occhio più esperto, ma anche dal grande pubblico, continua ad essere una meta imprescindibile per i cinefili, i critici e per chi ama il grande cinema, perché «i film del Cinema Ritrovato ce lo insegnano: per guardare avanti, dobbiamo guardare indietro», proprio come afferma Gian Luca Farinelli, ideatore assieme a Nicola Mazzanti della manifestazione, dedicata alla storia del cinema ed all’attività delle cineteche. Incontri con critici e registi, tavole rotonde e dibattiti, con più di cinquecento film in otto giorni, opere che provengono da tutto il mondo per fornire allo spettatore la possibilità di «avere un’idea molto più ampia del Novecento e dei suoi linguaggi»: questo è da sempre l’obiettivo del festival.

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Pesaro e dintorni: tra porno e satelliti

Luigi Abiusi

Il Pesaro Film Festival a conduzione Armocida si conferma terreno laboratoriale privilegiato in Italia, tra videoteppismi, critofilm, pornografie, scandaglio del florido sottobosco italiano; poi il panorama del concorso ufficiale, davvero bello, quest’anno superiore al passato: soprattutto Les Ogres di Léa Fehner e Per un figlio di Suranga Deshapriya Katugampala, che conferma certa sensibilità delle produzioni di Arcopinto.

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Plasma - Microscopie della visibilità

Gemma Adesso

Noi siamo meno che umani, puri
dal vizio della morte.
(E. Morante)

Per indagare l’ordine in una forma si dovrebbe immaginare di retrocedere dalle dimensioni di uno schermo al plasma ad un vetrino visto al microscopio e, dalla struttura infinitamente piccola, provare a riconsiderare l’ampiezza del verbo “plasmare”. Il disordine invisibile delle parti trattenute nel vetrino viene assorbito dall’unità d’insieme riconoscibile sullo schermo: al primo momento in cui il corporeo transeunte si fissa, ne segue un secondo dove le singole parti acquistano una vita spirituale nel tutto della costruzione. Letteralmente questa è formen, la forma plasmata.

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Istituzioni di Neonismo: The Neon Demon

Luigi Abiusi

altL’immagine pubblicitaria, la patina della posa stimolante il consumo, è solo il risvolto di The Neon Demon, l’appiglio necessario a una “critica del reale”, economico-politica (ma comunque evidente, la fenomenologia del selfie in quanto esserci oggi, del sé narcissico ostentato senza pudore); mentre la sua essenza starebbe nella gratuità di un abbaglio d’ombra; del luccicare smorto del manichino, fermo, oscenico; nel pallore di epidermidi artificiali, cosmetiche, al chiaro di luna (o del lume che si sparge per tutto il tempio borghese in cui si compie il sacrificio della bellezza, quella di Jesse in carne o ossa, carne vera, ancora rosea, scampata fino a quel momento alla crapula da parte della scena mortuale, manichinica); sta proprio nel crepuscolo di un qualche angolo di stanza in cui l’io-Refn (pieno di sé) fruisce di un Es pieno di plastica, mentre risuona il carillon di Cliff Martinez e tocca le bambole di alabastro a gambe spalancate, con la finta feritoia, impenetrabile sotto i polpastrelli e la carne della lingua, che era stata l’ossessione di Casanova, di sfondare la perfezione del simulacro.

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Grandrieux: per una ripetizione emotiva dell'immagine

Vanna Carlucci

altPersi il contatto con il mondo: vi nascevo allora in quel buio desolato. I contorni delle cose salivano alle pupille ma non arrivavano al cervello. […] La realtà era questo frammettersi del buio e del chiarore che, ecco, laggiù, ricompariva, o era questo fermarsi nel buio a contemplare la luce, non per un gioco di contrasti e nemmeno di fervori, ma per lo squallido vizio di una ripetizione emotiva? (Il mare verticale, G. Saviane)

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(Post)colonial fear&utopian dreams. Su Deborah Stratman

Valentina Dell'Aquila

altWar is cinema, cinema is war
(Paul Virilio)

In The Terror Dream: Myth and Misogyny in an Insecure America, Faludi scriveva:« la cacofonia ripetuta di certe verità induce un tipo di ipnosi culturale: gli americani sembrano scivolare in uno stato di sonnambulismo e nessun film o dramma televisivo può realmente rappresentare il nuovo trauma» (Faludi 2007, p. 2). In altre parole: il contemporaneo fallimento delle politiche di sorveglianza spiega come la genesi psichica di una nuova estetica del trauma influenzi e limiti (rappresentativamente) la nuova (ordinaria) visione cinematica: la funzione dell’arma è assimilabile alla funzione (invisibile) della camera; sarà perciò a partire da questa che si attuerà la ricostruzione di un nuovo sguardo. Perciò l’ipotesi post-traumatica di cinema come hauntology non sarà più nel roboante, nella rapidità guerresca che imita una realtà mai data: nell’immagine sarà la perdita, la simulazione senza inganno, lo spettro continuamente differito.

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Appunti sparsi per un progetto postmediale. Note su Action30

Simone Arcagni
incontra
Action30


altIl mondo è tutto ciò che accade.

Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-philosophicus)

Non penso sia interessante in questo momento costruire una storia, analizzare o teorizzare l’operato del collettivo (sé-definente “eterogeneo”) Action30. Non credo nel valore catalogativo e storicizzante di un’attività così varia, viva e perdurante.

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La didascalia e il Diorama

Luca Romano

altCos’è la didascalia? Didáskalos era colui che aveva il compito di istruire il coro nelle tragedie greche. Il suo compito era lavorare a margine, sul modello del maestro (la cui radice è la medesima) forniva lo strumento verbale, ma non solo, a chi doveva svolgere un atto artistico.

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I ricordi del fiume. Nelle immagini è inscritta una metodica

Matteo Marelli

alt«Chi sarà a raccontare. / Chi sarà. / Sarà chi rimane». Questi versi di Giorgio Bezzecchi (originariamente in “romanes”), ripresi da Fabrizio de André per la chiusa di Khorakhané (A forza di essere vento), funzionano come postilla anche per I ricordi del fiume, il documentario di Gianluca e Massimiliano De Serio presentato all’ultima “Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica” di Venezia in una prima edizione di 140’ e proposto ora in sala in una nuova versione di 96’ che meglio mette a fuoco il gesto registico dei due gemelli.

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Foxcatcher: l’angoscia dell’America

Raffaele Cavalluzzi

altIl giovane campione di lotta libera Mark Schultz (Channing Tatum) è un uomo solo. La sua solitudine, dovuta all’assenza dalla sua vita dei genitori subito divorziati, sembra (di fronte agli specchi dei bagni in cui spesso si rifugia a guardare la propria immagine che gli pare forse sempre inespressiva) quasi bloccarlo psicologicamente, sin dall’infanzia, nella forza e nella violenza repressa del suo corpo muscoloso, cresciuto – potente e ottuso – nella pratica dello sport sotto l’affettuosa guida di Dave (Mark Ruffalo), suo fratello maggiore, che gli ha fatto da padre e da partner anche dopo essersi sposato e aver messo su famiglia.

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Yasujirō Ozu – Scritti sul cinema

Leonardo Gregorio

altHa 14 anni, è il 1917, quando si imbatte in Civiltà di Reginald Barker , Ramond B. West e Thomas H. Ince. «Aveva un grosso budget per l’epoca ed era davvero stupendo. Mi impressionò profondamente. Fu proprio in quel momento che mi dissi che volevo diventare un regista» (p. 24). Yasujirō Ozu (1903-1963), il ragazzo che scopre, di nascosto, trasgredendo le regole, il cinema quando le sale non si chiamano ancora così ma «baracconi delle immagini in movimento» (p. 23); adolescente che a quel tempo disprezza, snobba i film del suo paese e ama solo quelli occidentali, che sceglie di diventare chi sarà, nonostante le diverse aspirazioni dei suoi genitori e la generale diffidenza all’epoca per i sognatori di cinema. Ma questo è solo un frammento, prezioso, di un percorso tra pagine che ci donano il privilegio di perderci, di immaginare, di cavalcare il tempo, dentro la vita e fuori del grande regista giapponese, dentro e fuori la sua arte. Così da renderci partecipi anche di uno strano e dolce inatteso, di piccole grandi meraviglie che si aggirano tra quello che già sapevamo, credevamo di sapere o potevamo solo ipotizzare.

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The Get Down – Genesi e apologia di una grande narrazione

Fabio Lusito

altLife’s a bitch and then you die    
That’s why we get high    
‘Cause you never know when you’re gonna go    
(Life’s a Bitch, Nas ft. AZ, 1994)       

New York, 1977. Più precisamente Bronx, South Bronx. I primi confusi fotogrammi, che mettono insieme immagini di repertorio ed una New York odierna, accompagnati dalle parole e dai suoni di un rap deciso, racchiudono il significato essenziale di The Get Down: la genesi dell’Hip Hop, una cultura che vede in quei giorni ed in quei luoghi i suoi albori. Un fenomeno che viene fuori dalla disperazione, dalle macerie, materiali e morali, di un Bronx devastato da povertà e delinquenza, ma che ha sempre saputo mantenere sgargianti i suoi colori, di cui emblematico, seppur in contrasto, è il nero della pelle di chi è anima di quelle strade, di quei campetti, di quei palazzoni in fiamme, di quei barber shop, di quel ghetto. Bronx che è vita, è disperata sopravvivenza, che è allo stesso tempo morte, ma pur sempre con quei colori, con i suoi suoni, con i suoi limiti.

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«Il linguaggio della voce». Conversazione con Chiara Guidi

Lia Miceli e Matteo Marelli

altCiò che resta, dopo aver conversato con Chiara Guidi, è un’idea di teatro nel suo rigore pieno e necessario.
L’occasione per incontrarla ci è stata data dallo Spazio Matta di Pescara che ha ospitato La cattedrale sommersa: laboratorio teatrale di improvvisazione vocale su frasi del Guaritore galattico di Philip K. Dick a cui ha fatto seguito una performance finale aperta al pubblico.

Fare: sollevare.
Fare il verbo. Non dire. Fare. È un lavoro di singolarità condotte verso una forma corale.
Partendo dalle parole di Philip Dick un gruppo di persone cercherà di sollevare un’unità sonora nell’arco di 20 minuti. Sollevare.
Non una cattedrale sommersa, come ha fatto Glimmung, ma un suono.
(Chiara Guidi)

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Speciale Crossroads 2017




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