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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Voci sul tempo

Vanna Carlucci

alt«Tutto, dice Pavese, accade nel tempo […] ma l’accadere non ha senso per noi se non a partire dalla sospensione del tempo stesso».
(Sergio Givone, Introduzione a Dialoghi con Leucò)





La cattura del tempo nel luogo su cui agisce l’immagine è il nodo centrale su cui si svolge il lavoro di Francesco Dongiovanni: cosa significa ad esempio - in Densamente spopolata è la felicità -  ritornare alla terra accecata dal sole, cosa significa salire la collina, calpestarla e viverla in solitudine (la solitudine del pastore), in completa nudità terra/uomo/animale se non sentire che un colloquio remoto è possibile nel vuoto del campo di grano, nel rumore del pascolo e del serpente che si muove? Qui tutto si fa mortale, sensibile e duro, si fa uomo e tutto diventa ascolto ma anche presenza, perché solo nella solitudine si attende e si ritrova un contatto col mondo.

Questa specie di nitidezza della desolazione che poi è silenzio del vivente, pare il principio per un passo successivo, passo del pastore, passo che porta a una nuova ricerca del tempo che invece in Elegie dell’inizio del mondo s’arresta attraverso un richiamo luminoso che arriva dall’alto per andare a bucare l’occhio da parte a parte, per svelare cosa non è ancora manifesto: la memoria del paesaggio. Questo rifrangersi della luce implica un dialogo che è senza parole, perché qui la parola cade, cede alle voci del “luogo”. L’elegia cos’altro è se non inno “del passato” che risuona come eco, come sottile presenza nell’essenza dell’invisibile, è cioè trascendenza, ciò che non è «attuale sotto lo sguardo – ma questa attualità totale essa la promette, in quanto è qui…» (Merleau-Ponty 2009, p. 207).

Qui, allora, «le parole sono erba e radici, sono sassi, mota, fulgore» (Pavese 1979, p. 160), la terra cioè si veste di sguardi e passi che ritornano e si ripetono nel “luogo” da tempi remotissimi con quella intensità che “segna” il paesaggio: attraverso di esso l’uomo compie il suo rito propiziatorio (il culto arboreo del Maggio di Accettura) rallentando movimenti, gesti, espressioni di chi partecipa al culto sotto l’aria di una litania musicale: il mito del passato giunge a fondersi - come un ritorno - nel presente, «sensazioni remote che si sono spogliate, macerandosi a lungo, di ogni materia, e hanno assunto nella memoria la trasparenza dello spirito» (ivi, p. 157). La materia di questo spirito è l’albero che diventa simbolo mitico, cima da salpare perché raggiungere la vetta più alta (come il rito richiede) qui significa avvicinarsi un po’ di più alla risposta di dio.

Allo stesso modo, in Giano – presentato al Filmmaker Festival 2014 - la memoria scivola nei ricordi di vecchi filmati di famiglia: la scrittura si prosciuga, assorbe l’enfasi del rituale per andare a scorgere l’elementarità della vicenda umana: vita, morte e passaggi di tempo; la terra con le sue radici diventa base comune su cui è impiantato il ricordo, zona fertile perché ri-nasce, ri-appare. Ci si addentra allora in un casolare abbandonato, passando da un interno all’altro, da un vuoto all’altro cercando ingressi, porte, varchi temporali abolendo così ogni tipo di separazione tra un tempo e l’altro e garantendo invece una congiunzione costante, di appartenenza vita/morte, presente/passato come un flusso o un film non ancora finito (sul tempo). Girare l’assenza lascia libero spazio a ogni tipo di interpretazione, un po’ come avviene in quelle Quattro volte di Michelangelo Frammartino dove “l’anima” invisibile sembra quasi passare da una materia all’altra (umana, animale, vegetale) in un continuo processo di spoliazione in cui mettere in risalto il concetto di soglia e di vita (da trapassare) per catturare ancora una volta l’essenza dell’opera, dialogo senza voce ma udibile.


Bibliografia

Merleau-Ponty M. (2009): Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano.

Pavese C. (2014): Dialoghi con Leucò, Einaudi,Torino.

Pavese C. (1979): Feria d’agosto, Einaudi, Torino.


Filmografia dei film citati di Francesco Dongiovanni

Densamente spopolata è la felicità (2011)

Elegie dall'inizio del mondo - Uomini e alberi (2013)

Giano (2014)


Filmografia dei film citati degli altri registi

Le quattro volte (Michelangelo Frammartino 2010)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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