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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

UZAK 04 | autunno 2011


LO STATO DELLE COSE
Editoriale
Luigi Abiusi

Su Malick
Raffaele Cavalluzzi

Il demoniaco e il dinamico
Bruno Roberti

La gaia scienza
Lorenzo Esposito

Eastwood: bagliori di teodicea
Raffaele Cavalluzzi

Decalogo 5 - Non uccidete Kieslowski
Matteo Marelli

Zoom su Zaum
Michele Sardone

 

INCHIOSTRO DI KINE
Questo non è una pippa
Gemma Adesso

Intervista ai Dispersi
Michele Sardone

CINEMA E MEDIOEVO

Tre immagini di Medioevo: Bergman, Tolkien, Scott

Franco Cardini


Sognare il Medioevo: Graal e Templari

Francesco Violante


CINETECA

Lui e il cinema

Vito Attolini


uzak 4


Editoriale

Luigi Abiusi

The-Tree-of-Life-trailer-stunning-image1In questi ultimi mesi è accaduto qualcosa di molto importante, non solo inteso dentro l'ambiente della cultura, ma dentro l'ambiente in generale, cioè in “naturale”, se è vero, riprendendo Deleuze (non vedo chi altrimenti, pur volendo), che ogni storia dell'arte è, innanzitutto, storia naturale. La comparsa di quel The Tree of life, che, piaccia o no (e a molti non è piaciuta l'estrema pulizia, rigorosa, religiosa purificazione delle immagini, divenute così stucchevoli, o solo apparentemente), si installa come uno scuro (cioè misterioso) monolito, nella truculenza del mercato-contemporaneo.

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Su Malick

Raffaele Cavalluzzi

timthumb.phpIl giorno successivo all’attribuzione del Palmarès a The Tree of Life di T. Malick, sulle pagine di cronaca di «la Repubblica» C. Maltese raccontava e commentava a caldo: «Continua invece e andrà avanti chissà per quanto il dibattito della critica, divisa tra entusiasti e stroncatori al limite dell’insulto. Fra i secondi, molti ideologi dell'ateismo, che trovano intollerabile e reazionaria la fede mistica di Malick. Ed è un po’ avvilente stare a discutere ancora nel 2011 se un cattolico può amare Buñuel e un ateo può adorare Bresson, se a un sincero [democratico] è consentito ammirare il filonazista Céline o se è giusto separare le parole di Lars von Trier dal suo cinema, magari per decidere che non piacciono entrambi. A parte questo, se c'è uno che può convincere un non credente dell'esistenza di Dio, nel mio caso vorrei che fosse Terrence Malick» (23-5-2011).

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Il demoniaco e il dinamico

 

Bruno Roberti

tree_of_life_jessica_chastainSaggio tratto da "Filmcritica" n. 615/616

«Colui che si spande come una sorgente, viene conosciuto dalla
conoscenza» (Rainer Maria Rilke)

È qualcosa di incommensurabile che si espande da The Tree of Life, sono punti di sguardo senza misura che si intercalano e trapassano in un montaggio che sembra avvenire senza mediazioni nel cosmo visivo e nella mente, la nostra? Quella di una famiglia archetipica (paterno, materno, filiale intrecciati in un incessante incesto visuale, come se le immagini originassero prima della loro origine e quindi travalicassero il prima e il dopo, l'interno e l'esterno.

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La gaia scienza

Lorenzo Esposito

THE-TREE-OF-LIFE-malick-brad-pitt-jessica-chastain-80-nuove-fotoArticolo tratto da "Filmcritica" n. 615/616

In Malick l’immagine è sempre stata qualcosa a metà fra la grazia e il nulla, sottilissima e siderale, scintillante e smottante fra luce e tenebre, fra principio e fine.
Una vampa tesa e velocissima, che usa gli ostacoli terreni e ultraterreni come altri punti d’accensione, già e di nuovo incanalata e inoltrata nella miriade di deviazioni e derive che pure la generano.
Come se non fosse mai solo l’immagine, ma il residuo di vita sufficiente ad assorbire tutte le vite, sintomatiche e postume, passate e future. Un nucleo assoluto, di cui forse non esiste immagine esatta, né narrazione concorde, ma solo il film che la cerca e talvolta la intravede.

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Eastwood: bagliori di teodicea

Raffaele Cavalluzzi

grantorino03«Rendo grazie a qualsiasi Dio ci sia
per la mia anima invincibile:
sono il padrone del mio destino,
il capitano della mia anima».
(Invictus)

I film del regista americano Clint Eastwood sono sempre più cresciuti lungo due direttrici costanti: l'una tematica, l'altra formale. La prima riguarda il tema della difesa dei diritti civili, che scaturisce a sua volta dall'epica – già dei classici western e dei polizieschi – dell'uomo solo, dell'eroe onesto (ma senza scrupoli nell'uso delle armi) nell'impari lotta contro i nemici dell'ordine e della giustizia. L’altra costante dei film di Eastwood, che è venuta sempre più delineandosi via via anche attraverso la pratica di generi e di soggetti diversi, è quella della regia lineare e puntigliosa, capace, specie nei film della maturità, di portare il respiro della pellicola a contendersi il senso del reale, seguendo la verità delle cose con l’asciuttezza di ogni passaggio interpretativo e in virtù della cura di ogni dettaglio (sempre, però, per così dire, senza darlo a vedere).

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Decalogo 5 - Non uccidete Kieslowski

Matteo Marelli

decalogo5-2Ci sono autori che immeritatamente finiscono nel dimenticatoio di pubblico e critica. È la sorte toccata a Krzysztof Kieślowski, autore su cui è calata una spessa coltre di silenzio. Una rimozione sfrontata e colpevole. Nell’anno in cui tutti vogliono celebrare il centenario della nascita di Nicholas Ray, a noi sembra giusto dedicare un po’ d’attenzione anche ai quindici anni della scomparsa del regista polacco, autore d’una delle opere di più ampio respiro di tutti gli Anni ’80, Il Decalogo. Con la speranza che si torni a far letteratura critica anche attorno al suo cinema.


L’aggettivo centrale, comunque lo si voglia usare, sia in senso proprio - di riguardante il centro - che figurato - utilizzato per indicare un qualcosa di fondamentale importanza - è particolarmente indicato per connotare il quinto episodio del Decalogo di Krzysztof Kieślowski. Il tema di questo episodio, collocato nel mezzo della struttura complessiva dell’opera, relativo all’imperativo apodittico di Non uccidere, può essere considerato come la premessa che ha dato origine all’intero progetto.

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Zoom su Zaum

Michele Sardone

1931187«L'immagine dell'inafferrabile nella vita. E questo è la chiave di tutto».
(O. Welles1)

Più che un titolo, un'onomatopea. Se Blob è il rigurgito, il gorgoglio viscerale della sbobba televisiva propinata quotidianamente, Zaum2 è il fendente nell'etere di un ufo avvistato sugli schermi TV, rombo in fuga supersonica, irraggiungibile come il tempo reale in cui l'immagine si dà.
Zaum è stato un programma settimanale in sei parti di circa un'ora ciascuna andato in onda su Rai Tre questa estate, a cura di Enrico Ghezzi e della redazione di Fuoriorario. Tema di fondo è la catastrofe, rappresentata e montata attraverso un «repertorio raro e intenso da più di duemila anni di immagini3 scagliato e proiettato in carezza costante sulle tematiche e le ossessioni del presente fino a provocarne più l’evaporazione che la fissione»4: più che la presentazione di un programma, è la stessa presentazione ad essere un programma, sorta di libretto d'istruzione per assemblare il dispositivo Zaum, marchingegno composto esemplarmente in sei diverse varianti, potenzialmente scomponibile e ricomponibile all'infinito.

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Tre immagini di Medioevo: Bergman, Tolkien, Scott

Franco Cardini

7sigillo1. Il Settimo Sigillo. Medioevo, partita a scacchi contro il nulla

La generazione precedente alla mia, quella di chi oggi ha tra i settanta e i novant’anni, è stata forse segnata soprattutto dalla radio; quella successiva alla mia, i trenta-cinquantenni, è una generazione decisamente televisiva; la prossima, quella di chi oggi ha fra i dieci e i trenta, è una generazione informatico-telematica, tutta computer e telefonini. Noialtri che stiamo tra i cinquanta e i settant’anni, noi generazione della guerra in Vietnam, del boom economico e del Sessantotto, noi contemporanei di Bob Dylan e di Sean Connery, siamo senza dubbio una generazione profondamente segnata dal cinema, intrisa di cinema. Non che il grande schermo e la pellicola al nitrato d’argento non fossero cose anche di prima: è ormai praticamente un secolo che ogni generazione ha i suoi idoli cinematografici, e Charlot non vale certo meno di Johnny Depp.

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Sognare il Medioevo: Graal e Templari

Francesco Violante

lancelot-joust-audience1. Il sogno del Medioevo

Dove abbiamo imparato, dunque, tutto quello che sappiamo sul Medioevo? E come?
Come ha ben scritto Giuseppe Sergi, ciò che colpisce, negli sguardi sul passato, e sul Medioevo in particolare, è la compresenza di due categorie psicologiche antitetiche, assimilazione e distanziamento. Da un lato si cercano aspetti della storia degli uomini nel passato che più facilmente possano dire qualcosa sul presente, momenti di vita quotidiana, o sentimenti ed emozioni, o che, in prospettiva, indichino possibili sviluppi futuri della civiltà; dall’altro, in positivo o in negativo, il passato impone una fascinazione collettiva indotta dalla diversità dell’esotico ritrovato negli stessi luoghi del presente, ma lontano ormai irrimediabilmente nel tempo.

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Lui e il cinema

Vito Attolini

harold_lloyd_reduced«Aveva… un vocabolario comico insolitamente vasto ed aveva in particolare un corpo sapientemente espressivo… I suoi film derivavano dalla vita quotidiana e vi erano vicini più di qualsiasi altro film comico», scrisse James Agee (1950) a proposito di Harold Lloyd, contrapponendo la sua opera a quella dei grandi comici a lui contemporanei, suoi “rivali”: vale a dire Charlie Chaplin e Buster Keaton, dai quali i film dell’homme aux lunettes d’écaille sono stati in parte “oscurati”. La singolarità di questo grande attore, che ebbe la sua stagione d’oro nei decenni Venti-Trenta, trova le sue ragioni in ciò che James Agee definiva realismo ordinario, quotidiano appunto, alla base di una comicità lontana dalla stilizzazione che caratterizzava quella di Chaplin o Keaton. (Sull’opera di questo grande protagonista del cinema hollywoodiano del muto è da segnalare la monografia italiana di Alessandro Faccioli, Harold Lloyd. L’officina della risata).

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Questo non è una pippa

Gemma Adesso

Immagine-15-211x300«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto». (G. Galilei)


Ceci n'est pas un livre: due libri, in forma di quadro.
Un quadro contempla, attraverso le lenti di un cannocchiale, la sua immagine nel riverbero del più prossimo; tra le due immagini non c'è riproduzione somigliante, ma solo il riflesso capovolto di una similarità che si pensa in proiezione.
Il riflesso della prima immagine è letteralmente: (come). Le parentesi hanno il valore lenticolare dell'ingrandimento, ingigantiscono lo spazio della distanza approssimandolo al nulla che attrae: (come) se IL nulla fosse1.

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Intervista ai Dispersi

Michele Sardone

dispersiNon potevamo non incontrarci. Da una parte noi, gli uzaki al (quasi) completo, impegnati da tempo a recuperare film fuori dal cortissimo circuito delle sale cinematografiche nazionali. Dall'altra loro, Sara Sagrati e Alberto Brumana, co-curatori del libro Dispersi (370 pp., 19 euro), edito da Falsopiano, una guida ai film non distribuiti in Italia. E non potevamo scegliere miglior luogo dell’atrio della Sala Perla, durante l’ultima Mostra di Venezia, poco dopo la proiezione di Cut di Naderi, un film che ha tutte le caratteristiche per diventare anch'esso un clamoroso disperso e che scegliamo come nume tutelare del nostro incontro.

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Speciale Crossroads 2017




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