Luigi Abiusi

Dentro il contesto estremamente sfaccettato, multicolore, anche contraddittorio, del cinema francese contemporaneo, ancora, fortunatamente legato a una nouvelle vague mai veramente sopita e invece viva e mutevole in autori come Carax, Dumont, Assayas; è emersa negli ultimi due anni una tendenza a un cinema fanciullescamente, schizofrenicamente sognante, immaginifico e musicale, proprio nel senso di uno spazio e di un tempo di emergenza della musica che scandisce (in una sincronia perfetta) il susseguirsi di sequenze, scene, finanche tutta la gestualità (di volta in volta ritmicamente gioiosa e disperata) di personaggi intrisi di suoni, di poesia, di sogno concepito in interni a intermittenza luminosa, o sui marciapiedi, alle fermate dei tram, nel buio di campi di passaggio.

 Uno dei film più importanti di questa tendenza (che peraltro unisce davvero pochi giovani registi) è L'âge atomique di Héléna Klotz uscito nel 2012 e vincitore a Berlino del premio FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique) nella sezione Panorama, quando il film incantò e sorprese proprio per la sua spinta connotazione musico-visiva, che metteva il materiale filmico su un piano di immediata fruizione, eppure, d'altro canto, disegnava nuovi territori di significazione, superfici sensoriali, vere e proprie vie di fuga rispetto alla mera narrazione. Del resto questa connotazione è il frutto di un contesto, quello in cui è cresciuta la trentacinquenne Héléna, di sedimentazione (e rielaborazione) dell'esperienza registica, appannaggio del padre Nicolas Klotz, e di sua madre, l'attrice, regista, sceneggiatrice Élisabeth Perceval; nonché della musica di suo fratello Ulysse, che in effetti firma la colonna sonora de L'âge atomique, una delle più belle ascoltate negli ultimi anni.

 Ovviamente l'apprendistato di Héléna si svolge attraverso la forma del cortometraggio: Le léopard ne se déplace jamais sans ses taches del 2003 e Le Festin des chiens del 2008; e in un mediometraggio del 2011, Val d'or, nei quali già emerge la sua particolare cognizione della realtà, che tende in ogni momento a trascolorare in una temperie favolosa, sonnambolica, come accade appunto, pienamente, nel suo primo e unico lungometraggio, interregno di luci elettriche, riflessi caleidoscopici sui finestrini; binari, interni da ballo elettronico; una Parigi notturna irriconoscibile, mentre la Tour Eiffel getta luce su una città che sembra a un tratto disurbanizzarsi dentro l'oscurità di un bosco, in cui gli alberi crepitano di fosfori verdi e i due giovani protagonisti, prendono le sembianze di fantasmi. La notte, l'arrivo nella città, l'atmosfera incantata e crudele del club, poi il ritorno attraverso i deserti allucinati urbani che lasciano spazio alla diversa modulazione vegetativa in cui perdersi; sono il contesto di un affioramento poetico rimbaudiano (con versi e versi recitati in lacrime, creati sul momento, rimuginati, ricordati dalla notte prima; e monologhi, confessioni sentimentali di un amore celato e ambiguo) intriso di musica elettronica che vira verso gli anni Ottanta: tutto a definire una condizione esistenziale di dolore (magnificamente anacronistico come i due bohémien Victor e Rainer) che trascende nell'immaginifico (nello scuro fiabesco), in un'immagine espressionistica e misteriosa della realtà che però non la elude nei suoi aspetti mimetici, ma la scopre, la mostra nuda, fatta d'ombra e di alba.

6 Marzo ore 20.30 presso il Cineporto di Bari c/o Fiera del Levante, Lungomare Starita, 1: INCONTRO CON HÉLÉNA KLOTZ.
Interviene, insieme alla regista, Luigi Abiusi (“Filmcritica”, Uzak.it).
A seguire proiezione di L’ÂGE ATOMIQUE (2012) (v.o. sott. ita.).


Programma