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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Chiamami col tuo nome



La pronuncia delle cose

Luigi Abiusi

La dimensione in cui si muove Chiamami col tuo nome e sembra gocciolare sulla pietra della pila, sgranare gli occhi verso un orizzonte di attese (immagini), di questo qui e ora che è già ricordo, fantasticherie debussiane che si rincorrono per tutto il tempo, è quella intima, adolescente, fatta della sostanza dei dubitativi pomeriggi passati nella penombra delle soffitte, tra un libro, una canzone a impregnare i muri, un corpo di pesca da riempire, mentre da fuori arrivano i gridi delle rondini che si arrossano nei cortili e tra i vecchi palazzi. È nell'intimo, acerbo mancare di una misura della messa in scena e nell'infantile ostensione delle cose scintillanti e grondanti che fanno vibrare il mondo del suo mistero, il tempo, del suo sentimento del tempo. È in un mancamento allora, in un venire meno d'infante (alle norme della matura narrazione): nel deliquio di un colpo di sogno mentre l'immagine brulicava di Radio Varsavia e delle secrezioni di polpa. Si sgrana così la prosodia di immagini di libri, di sagome danzanti negli anni Ottanta, musiche in pose statuarie, in cerca di esattezza nel quadro, nello spazio catastrofico cinematografico, quello della memoria, che poi è uno stare stilizzato, sfogliato da un colpo di vento o di luce. Call me by your name in antifona è proprio una questione di pronuncia (solidificata nella parola albicocca), è un problema di dettato, e della maniera di concatenarsi e scandirsi dei linguaggi, di un come suonano che riguarda alla fine il film fatto alla maniera di Bach (ingenuo, tenero), pur non escludendo la rêverie di Debussy o Ravel (che ne è la prosecuzione onirica, è cioè il sogno fatto da quello stesso fanciullo) al contrario di Busoni e Listz.
Guadagnino ambisce a forme di bellezza assoluta (perciò il film può apparire a tratti costruito, manierato, ma eventualmente lo è programmaticamente): la leggerezza e i riflessi dell'acqua; la levigatezza delle statue greche, le loro proporzioni puntellate da peni pensili, la pelle che s'accende, si gonfia su gabbie toraciche, sulle natiche, la «bocca fanciullesca» (Saba). Lo sguardo sul corpo è per certi versi, appunto, sabiano (non ho potuto non pensare a Ernesto e il suo operaio ventottenne, viatico dell'amore carnale, e poi a Ilio che giunge a fomentarne un altro): semplicemente acceso d'entusiasmo per le cose del mondo, per il risvegliarsi dei sentimenti e degli istinti, per la perdita irreparabile, qui sottolineata, come implementata nel suo portato emotivo, da Mystery of Love di Sufjan Steven e dal discorso finale del padre che è confessione nuda e vera e propria abreazione, non di Elio o di suo padre, ma del grumo immaginale. E si posa, lo sguardo, straripante di candido desiderio già nella prima sequenza, sul corpo di Marzia, di spalle: natiche e schiena, polpacci, garretti rassodati dall'abbaglio che viene dalla finestra, poi ancora dai riflessi nell'antica pila, o ai bordi del fiume quando Elio la deflora come in gioco, tra lo sgomento per la scoperta dell'attrito, l'incastro d'organi, l'eiaculazione improvvisa, e le risa fanciullesche che si mischiano al brusio dei campi.
Sono proprio le fattezze così universalmente riconoscibili del paesaggio, quasi fagocitante i corpi, proteso verso la distillazione delle forme propria dell'ottica di Guadagnino, che consentono la larga assimilazione del film, come forse non accadeva da tempo: è la vitalità, l'azione dello sfondo cinematografico (quell'avanzare delle forze nel tentativo di farsi forme, riguardante ogni ambientazione), la capacità di compenetrarsi con il pensiero del soggetto, anzi con la sua psiche, che agisce a livello identitario oltre che di immedesimazione. È il meccanismo spiegato da Vittorio Lingiardi in Mindscapes. Psiche del paesaggio, che «evocando il rapporto tra psiche e paesaggio, ci colloca a metà strada, là dove dobbiamo stare. Con la psiche nel paesaggio e il paesaggio nella psiche. Siamo felicemente nel paesaggio quando sperimentiamo una corrispondenza tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo. Un'intonazione tra quello che ci sta attorno e quello che sentiamo in noi. […] I nostri paesaggi sono diventati tali perché li abbiamo riconosciuti nel momento in cui li abbiamo trovati. Sono il risultato dell'incontro tra ciò che vediamo (il panorama, che è appunto “tutto ciò che vedo”, panorama) e la nostra estetica degli oggetti, la nostra memoria e la nostra solitudine».


Bibliografia

Lingiardi, V., Mindscapes. Psiche nel paesaggio, Raffaello Cortina, Milano 2017.
Saba, U., Ernesto, Einaudi, Torino 1973.


 

Della melodia
Vanna Carlucci

Poi ho visto, ed era il frinire di cicale, il ronzio delle mosche, il tempo di una stagione muta, nell’acqua. Tocca. Scocca. Bocca contro bocca, come la luce nella calda inflorescenza estiva.
Call me by your name è la giovinezza che si riflette su se stessa, sul proprio nome, la carne, il gusto della polpa, del succo della polpa lasciata cadere sul nostro tempo andato, annoiato, scorso, fuori da certe parentesi  mute. Linguaggio d’amore.
Se qualcosa accade in questo film, non è tra le parole dette o solamente sussurrate, non è nel lungo accorato confronto padre-figlio che nulla aggiunge e forse toglie a quel silenzio meravigliosamente sospeso dei corpi appena pronunciati, appena sfiorati dall’occhio della camera tale che restano corpi che giocano a nascondersi, incrociati e riservati tra le lenzuola, negli angoli delle strade, sulle rive. Se qualcosa accade in questo film è tutto intorno. Guadagnino gioca con gli spazi, li attraversa riportandoli in vita: una bellezza che emerge dal passato, dalle acque, dall’analisi filologica di una parola come “albicocca” e poi la piazza, il lago, la villa settecentesca ereditata.  
Nell’immobile stagione estiva dove la vita finalmente (ac)cade, la natura pare amplificarsi nella mobilità dell’elemento liquido, mutevole nelle sue trasparenti venature e gorgoglii sui corpi che si accarezzano nell’acqua; resine e frutti come bocche avide di sere estive ma sempre con quella leggera trasparenza che rende nulla volgare, mentre intorno una mosca si attacca alle dita e in testa solo «la melodia del rorido mattino, della giovinezza, del congedo d’amore, del mattino di vita, del mattino d’amore» (Joyce).


 

Codici di geometrie esistenziali
Mariangela Sansone

…E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché così a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
così ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi...

(da Estasi di John Donne)


In Chiamami col tuo nome Guadagnino porta in scena il desiderio, nel momento della scoperta, della rivelazione inattesa e sconvolgente e lo raffigura con una forma quasi fantasmica, come nella tesi supportata da Lacan nel suo Il seminario (Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione).
Ciò che interessa raccontare al regista non è tanto il soggetto o l’oggetto, il desiderante o il desiderato, quanto il rapimento, lo sconvolgimento sensoriale, quella concatenazione di sensi, vigili e vibranti, tra attese, speranze e sguardi, che ora si scrutano a distanza, ora si cercano per rendere materica l’emozione. La cicatrice sanguinante, nel fianco di Oliver (Armie Hammer), quasi cristologica, è lo squarcio nella carne, inaspettata e improvvisa, una lacerazione pulsante, dolorosa, dispositivo funzionale alla  manifestazione della pulsione erotica e della vita che esplode.
Spesso il desiderio è inconsapevole, si rivela, indipendentemente dal volere del soggetto, è una fitta dolente, un sintomo che prende forma proprio nel momento in cui si crea una dicotomia tra volere cosciente e desiderio inconscio. Dopo aver ceduto al desiderio, rendendolo finalmente libero, e nel momento in cui Oliver ne raggiunge la consapevolezza “magari fossero tutti malati come te…ma io sono ancora più malato di te”, Elio (Timothée Chalamet), dopo l’orgasmo, scoppia in un pianto fragoroso, prendendo coscienza dell’impossibilità di fare totalmente proprio l’oggetto del desiderio e, forse, appurandone la sua consistenza non materica.
Guadagnino dipinge una fluttuazione intorno al corpo, pur rimanendone a distanza, lo accarezza, lo sfiora, ne mostra l’erotica pulsione attraverso il paesaggio emozionale creato dallo sguardo dei due amanti. Ogni cosa è erotica, l’acqua che vezzeggia e bagna la pelle, il calore di un’estate che esplode nel cicaleggio musicale pomeridiano, il frinire notturno che accompagna l’incontro tanto atteso.
Il desiderio è lacanianamente un oggetto fantasmico, si può percepire con occhi ben attenti, si può avvertire dall’acutizzarsi dei sensi, ma non può essere mostrato, è un’idea che coglie solo chi si lasci rapire e trasportare dal vento, non si può toccare, così come il primo contatto consapevole tra i due amanti è mediato da un arto non carnificato, simulacro della bellezza passata, sensuale e rinvenuta, come una scoperta, tra le acque del lago di Sirmione.
L’emersione di una Venere lasciva, nella fluidità del desiderio liquido, è la forma materica che rende sensibile il rapporto tra i due ragazzi. Perché il desiderio è liquido, la sua identità è mutevole, priva di forma, una realtà inafferrabile, è una deflagrazione orgasmica, come il fiume o il lago, o ancora la fontana dove si ritrovano Elio e Oliver, ma anche come lo sperma sul corpo dell’americano.
L’amore, il primo, quello che ferisce e sanguina, quello puro, perché per lui si è disposti a tutto, è quello che fa vibrare e che spaventa quando lo si scopre così forte e incontenibile. Tra le parole dette e quelle sussurrate, ma anche nel non detto, il desiderio non è un linguaggio, ma una manifestazione non manifestata, sorge dalla morte e ri-sorge alla vita. Elio si confessa a Oliver in una piazza, vicino al monumento ai caduti in guerra, in un connubio tra eros e thanatos, rende palese il proprio sentire come una gioia che non si può tacere ed è scintilla vitale.
Un racconto d’estate, dalle sfumature rohmeriane, dove il desiderio, al pari della calura estiva, brucia la pelle e accende gli occhi della sorpresa della scoperta. Il piacere si manifesta in forma liquida, si insinua e scivola tra le pieghe dei corpi che si scelgono, si cercano e si desiderano, tra i precipizi improvvisi e la felicità assoluta nell’attesa di un incontro notturno. Le corse in bicicletta nello scrosciare dell'erba accarezzata dal vento estivo, le spighe che danzano nel ritmo dettato dai sensi e dalla natura in piena assonanza con il sentire dei due giovani amanti. Call me by your name, di Luca Guadagnino, è pura gioia per gli occhi, un’opera delicata, elegante ed emozionante che commuove e incanta fino all’ultimo frame.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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