www.uzak.it - ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
anno IV | UZAK 15 | estate 2014

Cose mai viste

Enter the void

Matteo Marelli

enter-the-void-18-31770Tokyo è un immenso flipper scosso da lampi di luce elettrica. Oscar è un piccolo puscher ammaliato dalle fluorescenze urbane, più dedito al consumo che allo spaccio. Vive con sua sorella Linda. I due si sono da poco ritrovati dopo la separazione coatta subita in seguito alla tragica morte dei genitori. Una sera, raggiunto un amico cliente al Void, sorta di postmoderno Karakova Milk Bar, è freddato da un poliziotto da cui cercava di sfuggire. A questo punto la sua anima compie un percorso d’ascesa lungo le traiettorie descritte dal Bardo Thodol.



«Tutte le tonalità del vivido
Pallori nuovi tendenti al fluorescente»
(Giovanni Lindo Ferretti, Matrilineare)

La strategia migliore per godere Enter the void è quella di lasciarsi trasportare dalla pura sensorialità, come in un ambiente, o in un’istallazione. È prima di tutto e soprattutto un’esperienza visiva che cerca di portare l’occhio oltre i confini del visibile e del filmabile, di scandagliare i territori dell’irrapresentabile.
Gaspar Noé prova a tracciare le coordinate di un cinema post-oculare, che infrange il rapporto di contiguità ontologica con il reale. Il percorso di reincarnazione di un uomo morente, allucinato dallo smodato consumo di stupefacenti (una lisergica escalation culminante nell’assunzione di DMT), orbitante lungo la parabola prevista dal Bardo Thodol o Libro Tibetano dei Morti, è per il regista opportunità di ridefinire le logiche del territorio percettivo facendole approdare ad altri tempi e ad altri spazi. È il tentativo di dar visione a un’immagine largamente distaccata dal suo referente profilmico, che riflette configurazione e assetti completamente diversi. Un’immagine volutamente parziale ed impressionista, riflesso della percezione individuale del protagonista, Oscar, ottenuta dal regista mostrando il tutto attraverso un’ininterrotta soggettiva; soluzione per un verso limitante, poiché sacrifica autonomia all’attività scopica dello spettatore, al quale è però permesso di calarsi in maniera empatica dentro l’orizzonte percettivo del personaggio. Noé elabora tre diversi tipi di soggettiva corrispondenti ai differenti stadi d’abbandono della zavorra corporale: una iperrealista, contraddistinta dalla visualizzazione dei tremori del capo e dei convulsi battiti delle palpebre di Oscar ; una esterna, usata per i flashback, con il protagonista ripreso di spalle, à la Dardenne; ed una extracorporea, tutta plongée e sinuosi movimenti di macchina sorvolanti la città di Tokyo.
La visione è mantenuta sotto un costante regime allucinatorio. Caleidoscopici e fluorescenti frattali, diretta conseguenza dell’abuso di droghe psicotrope, ma soprattutto la costruzione dello spazio filmico attraverso l’uso intensivo di un cromatismo forte, l’impiego di neon, di colori acrilici che sembrano quasi sostituirsi agli oggetti, come se avessero una consistenza particolare, un’autonomia visiva ulteriore, fanno di Enter the void un mondo totalmente artificiale, di una luminescenza anomala, del tutto particolare, che insieme mostra il visibile e lo altera radicalmente. La luce cromatica forma gli spazi, disegna gli eventi, delinea percorsi diegetici, affermando con grande evidenza il proprio potere costruttivo. Noé dimostra come l’immagine cinematografica altro non è che un’impronta di luce. Il colore irrealistico diventa più rilevante sul piano testuale degli altri elementi dell’immagine, in quanto produce i sensi nascosti e secondi che oltrepassano il mero sviluppo diegetico; al posto della storia luci e colori che disarticolano la trama e la rendono indecidibile.
Conseguenza di questo utilizzo esasperato della soggettiva è la perdita della distanza. L’esperienza a cui si autosottopone lo spettatore di Enter the Void è un «toccare ottico […] avvolgente, immersivo, inglobante» (Canova 2004, p.151). Si è assorbiti all’interno del film, instaurando così una contiguità fisica e tattile con le immagini. «L’asse emozionale-sensitivo viene privilegiato rispetto a quello percettivo-cognitivo» (Negri 1996, p.116). Lo spettatore entra dentro lo spazio della propria visione, immergendovisi senza più filtri. Alla luce di quanto scritto il film di Noé è un perfetto esempio di cinema postmoderno, almeno nei termini in cui viene inteso da Laurent Jullier, il quale attribuisce alla postmodernità filmica proprio i connotati di immersività e plurisensorialità.  Per Jullier il cinema postmoderno non produce senso, ma sensazioni. Mette l’accento sul piacere fisico delle forme e dei colori invece di porlo sul piacere intellettuale della conoscenza. Dunque, alla fine quello che sembra domandare Enter the void non è tanto di essere compreso quanto sentito. Del resto non si potrebbe fare altrimenti perché, come scrive Canova «quanto più le dita acquistano la capacità di osservare, tanto più la vista la perde, e abdica al suo ruolo di conoscenza e valutazione. Il visibile cede al tattile» (Canova 2004, p.47).


Bibliografia:

Canova G. (2004), L’alieno e il pipostrello. La crisi della forma nel cinema contemporaneo, Studi Bompiani, Milano.

Negri A. (1996), Ludici disincanti. Forme e strategie del cinema postmoderno, Bulzoni Editore, Roma.




 

 

Titolo: Enter the Void
Anno: 2009
Altri titoli: Soudain le vide
Durata: 150
Origine: FRANCIA
Colore: C
Genere: DRAMMATICO
Specifiche tecniche: (1:2.35)
Produzione: WILD BUNCH, FIDÉLITÉ FILMS, LES CINÉMAS DE LA ZONE, BUF CO., LOVE STREAMS, ESSENTIEL FILMPRODUKTION, BIM DISTRIBUTION, PARANOID FILMS

Regia: Gaspar  Noé

Attori: Nathaniel Brown (Oscar); Paz de la Huerta (Linda); Cyril Roy (Alex); Masato Tanno (Mario); Olly Alexander (Victor); Hayes Bruno (Bruno); Sara Stockbridge (Suzie); Sakiko Fukuhara (Saki); Nobu Imai (Tito); Emi Takeuchi (Carol);  Janice Sicotte-Beliveau (Madre); Simon Chamberland (Padre); Emily Alyn Lind (Linda piccola); Jesse Kuhn (Oscar piccolo)
Sceneggiatura: Gaspar Noé     
Fotografia: Benoît Debie     
Musiche: Thomas  Bangalter     
Montaggio: Gaspar Noé; Marc Boucrot; Jerôme Pesnel     
Scenografia: Marc Caro     
Effetti: Pierre Buffin BUF

 

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