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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 26 | primavera 2017

Cose mai viste

Les eclats (ma gueule, ma révolte, mon nom)

Gianfranco Costantiello

 

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Calais, Nord della Francia. Migranti che aspettano di riuscire ad attraversare la Manica, conquistare la traversata, raggiungere l'Inghilterra. Nel frattempo si tengono lontano dalla polizia. Attendono, si lavano, fumano, si nascondono, si scaldano mentre raccontano della fatica, dei soprusi e delle loro identità travolte.

[dal catalogo del Torino Film Festival 2011]


 

Les eclats, ovvero frammenti. Frammenti di vite, di voci, di volti, di ombre, di alberi, d’acqua, di fuochi, di speranze. La frammentazione non è solo nella dissolvenza al nero a cui tende il montaggio, ma è anche nell’incedere della macchina da presa. Lo spazio, ad esempio, all’inizio, lo si avverte vastamente negli scorci di cielo riflessi in una pozza d’acqua o nel vento che agita le fronde di un albero. Spazio qualsiasi direbbe Deleuze, cioè quello spazio talmente sconnesso e frammentato da aver perduto la sua omogeneità e i principi di raccordo delle sue parti. Sottrazione dell’intero allo sguardo. Ecco Rohmer: il cinema non è immagini, ma inquadrature. Serge Daney amava citare il regista francese sostenendo come l’inquadratura fosse quel tempo necessario per abitare e abituarsi a un’immagine. Riconducendola a qualcosa di musicale, un ritmo, una respirazione, chiosava sottolineandone l’importanza del suo concatenarsi alle altre. Lo sguardo del regista, allora, somiglia a una carezza tesa a proteggere i nostri occhi da un rapporto troppo violento con l’immagine.

Propongo un confronto: Sylvain George vs. Davide Manuli (entrambi, tra l’altro, visti nella seconda edizione della rassegna barese Registi fuori dagli sche(r)mi).

Mentre il regista italiano coglie lo spazio nella sua vastità, George lo fa attraverso il frammento. Eppure il risultato assume le stesse proporzioni: saturazione, astrazione, annichilimento. Anche le ombre giocano in favore della qualsiasità spaziale: l’immagine stessa è un’ombra, preferisce rivelarsi di riflesso. George sembra dirci, come del resto fa Manuli, per bocca del prete-Gifuni nel suo Kaspar Hauser: ecco la terra di nessuno, dove non c’è un dentro e non c’è un fuori, e dove, dunque, non può esserci alcuno straniero (e tornando ancora al film di Manuli: forse Vincent Gallo disegnando quelle parabole celestiali coi dischi volanti ci invita a ripensare lo spazio spingendoci a guardare a ciò che sta oltre la volta del cielo? Non più lo Stato o lo Staterello, ma l’Universo?).

Oltre allo spazio, anche il volto viene riassorbito nella poetica del frammento. Colto in primo piano e spogliato delle classiche funzioni di individuante, socializzante e comunicante, diviene volto intensivo, cioè pura espressione che tenta di dire ciò che non si può dire. Tant’è che il regista, durante il cruciale discorso del migrante afgano, preferisce, ad un certo punto, indugiare con la camera sul volto (pasoliniano) di un altro migrante che se ne sta seduto lì accanto, muto e con lo sguardo perso nel vuoto. Ed è questo volto, che pur se tace, dice più di quello di chi parla, dice più della parola.

Allora non c’è dubbio: l’opera di Sylvain George è un susseguirsi di straordinarie immagini – affezione. Sbilanciata verso l’irrappresentabile, trova il suo segno di composizione nella singolarità del volto e delle sue parti e il suo segno genetico nello spazio qualsiasi e nei suoi frammenti. Vediamo dunque avvicendarsi delle immagini che tendono a rompere le maglie della rappresentazione per entrare nell’ordine dell’espressione. Si resta sospesi nei vuoti e nelle attese e ciò che si potrebbe chiamare azione si scopre nelle orme dei passi sulla spiaggia e nel sogno dei migranti al di là delle onde, al di là del fragore del mare, lì dove probabilmente si staglia l’immagine mancante: l’Inghilterra (il desiderio di congiungersi con l’immagine mancante non è forse ciò che accomuna chi sta dietro e davanti alla macchina da presa e lo spettatore? Non è forse il motore invisibile del Cinema?).

La grandezza di Les eclats - immerso in un freddo e bellissimo bianco e nero, in quattro terzi, e sostenuto da una vibrante armonica (il blues struggente di Diabolo) - riluce lontano da qualsiasi retorica (Crialese?): George, forte di una consapevolezza teorica, dà forma al reale partendo da una politica estetica, una politica dell’immagine.



 

Titolo: Les Eclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom)
Anno: 2011
Durata: 84
Origine: Francia
Colore: B/N - C
Genere: Documentario
Produzione: Noir Production

Regia: Sylvain George

Soggetto: Sylvain George
Fotografia: Sylvain George
Montaggio: Sylvain George
Musiche: Diabolo

Sito ufficiale, Riconoscimenti e Reperibilità

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