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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Ape

Nicola Curzio

altTrevor è un giovane stand-up comedian senza arte né parte. Di notte si esibisce con scarso successo nei locali della sua città, di giorno sfoga la sua rabbia e la sua frustrazione ascoltando musica a tutto volume e appiccando piccoli incendi dove gli capita.



Chissà se tra i tanti che hanno votato Donald J. Trump, neoeletto Presidente degli Stati Uniti d’America, c’è anche lui, Trevor Newandyke, lo smilzo e rancoroso protagonista di Ape. Se è vero quel che si dice in questi giorni, ossia che il voto degli americani sia stato soprattutto un atto (malato) di protesta, “un voto contro l’establishment”, allora forse è possibile che un ragazzo bianco del Michigan, ignorante, annoiato e insofferente, abbia deciso di fare una bravata, un dispetto, contro un mondo che non gli appartiene, che non comprende e che odia profondamente, senza forse nemmeno sapere perché. Incurante delle possibili conseguenze delle sue azioni, Trevor si comporta come una scimmia (“ape”, in inglese) e vive assecondando i suoi istinti e le sue manie più strane: su tutte, quella che lo porta a infiammare oggetti e giocare col fuoco per il semplice gusto di farlo.

L’idea che un individuo del genere possa aver contribuito alla schiacciante quanto inaspettata vittoria di Trump non è poi così bizzarra, ammesso che un personaggio come Trevor ci vada per davvero a votare e non se ne infischi persino di esprimere la sua preferenza elettorale. Perché Trevor Newandyke, meglio fare chiarezza, è “solo” un personaggio di finzione, nato peraltro nel 2012 quando nessuno, salvo forse Matt Groening, avrebbe potuto mai prevedere l’ascesa in politica del tycoon americano e ancor meno il suo ingresso trionfale alla Casa Bianca. Dietro questa inquietante figura si nascondono, in realtà, il talentuoso regista e sceneggiatore del film, Joel Potrykus, e lo straordinario attore Joshua Burge, entrambi alla prima esperienza nel lungometraggio. Ape, per essere più precisi, è il secondo lavoro frutto di questo fortunato sodalizio, capitolo centrale di una “trilogia animale” iniziata nel 2007 con il corto Coyote e proseguita nel 2014 con Buzzard. Tre film che, pur raccontando storie diverse, sono indissolubilmente legati: non solo perché tutti ideati e realizzati da Potrykus, peraltro sempre nel suo Michigan, con la sua microscopica casa di produzione (la Sob Noisse) e con Burge nella parte del protagonista, quanto perché incentrati ogni volta su un personaggio che esprime forti emozioni primarie e che offre un volto inedito, folle e sinistro, dell’America di oggi.

altApe si apre con la mdp che pedina nervosamente Trevor, ripreso inizialmente solo di spalle mentre si aggira in un anonimo viale di periferia. Ad un tratto, senza apparente motivo, il ragazzo entra nel cortile di una casa e, dopo aver scritto la parola «FUNNY» sull’asfalto, scaglia goffamente una Molotov per terra. Solo allora viene mostrata la sua faccia sovraeccitata, appena un attimo prima che il titolo «APE» compaia a caratteri cubitali sull’immagine, infiammando tutto lo schermo. La scena nel suo complesso non dura più di due minuti, ma fin da subito riesce a catturare l’attenzione e a trasmettere un crescente senso di tensione, alimentato anche da un fastidioso rumore di sottofondo: la musica metal che proviene dalle cuffie di Trevor. Traccia audio che esploderà dopo lo sconsiderato gesto del piromane e che coronerà quella sua smorfia di insana felicità su cui si chiude il prologo. È presto per dirlo, ma si ha già la sensazione che il regista stia imponendo a chi guarda la visione malata e distorta del suo protagonista, sfiorando quella che comunemente viene chiamata una soggettiva libera indiretta.

Ci troviamo di fronte a un nuovo funny game, che Joel Potrykus dirige con pochi soldi e una troupe ridotta all’osso, fregandosene di assicurazioni e permessi, in totale anarchia, guardando tanto al cinema americano (tra i suoi punti di riferimento ci sono John Cassavetes, Jim Jarmush, Vincent Gallo e Martin Scorsese) quanto a quello europeo (Godard e la Nouvelle Vague, ma anche Alan Clark, i fratelli Dardenne e, appunto, Michael Haneke)1, e frullando tutto con il cibo spazzatura, la stand-up comedy e la musica più fastidiosa, che spazia dal punk all’heavy metal. Un approccio alla materia cinematografica ruvido ed essenziale, che non lascia scampo e che risponde a un’idea di cinema chiara e precisa: «Io voglio semplicemente fare film che mi piace vedere. Amo i film che corrono dei rischi e che a volte deragliano totalmente. (…) Questo è sempre stato il mio modus operandi: vivi con poco, fai film con poco. Ma dai l’anima. Per me un film deve avere un’anima» (Potrykus in Potrykus – Ross Perry 2014)2. E se Ape ha davvero un’anima, questo è dovuto in primo luogo al suo autore che ha riversato sullo schermo gran parte delle sue esperienze personali, vissute e patite sulla propria pelle: dalla condizione di precario fino alla comicità che Trevor porta sul palco, tra i silenzi e le risatine del pubblico. Gli elementi autobiografici servono così da base e da collante in questa pellicola alienata e alienante in cui la cultura “alta” si amalgama efficacemente con quella “bassa”, dove la provincia americana diventa un singolare paesaggio esotico abitato da strane creature e dove la realtà sconfina nella fantasia degenere del protagonista, mostruoso alter ego del regista.

altSeguendo la vicenda senza senso di Trevor, si è dunque costretti ad abbandonare quella zona di sicurezza così cara a Hollywood, ma anche a quel cinema targato Sundance, che troppo spesso risponde a logiche simili, per non dire peggiori, di quelle vigenti a Los Angeles e dintorni. Come ha detto un altro cineasta, Alex Ross Perry, amico e collega del giovane autore di Grand Rapids3: «Potrykus rappresenta un bene prezioso nel mondo del cinema indipendente, essendo uno che lavora fuori dal sistema che coloro che lavorano fuori dal sistema hanno costruito» (Ross Perry in ivi)4. Non ci si sente dunque al riparo durante la visione di Ape, ma al contrario, presto o tardi, si è assaliti da un senso di disagio, tanto vago quanto insistente; qualcosa che sebbene sia senza dubbio indotto dai suoni e dalle immagini del film, per altri versi potrebbe essere, almeno in parte, già annidato negli occhi e nella mente di chi guarda, e improvvisamente risvegliato da questa pellicola punk.



Potrykus si scaglia dunque contro il “sistema” imperante, anche a livello cinematografico, e lo fa in maniera piuttosto radicale. Se sopravvive la classica struttura in tre atti, la pellicola non può però essere riconducibile ad un solo genere poiché, contorcendosi, ne abbraccia diversi (o forse nessuno). È un’opera che chiama in causa lo spettatore e lo bastona, letteralmente, sino a quando non ottiene la sua completa attenzione. Sotto l’inconsistenza e la grigia banalità della sua trama risplende una critica lucida e feroce del presente americano. Ape coglie cioè quel senso di profonda rabbia e frustrazione che si insinua nella società statunitense e lo scolpisce sul volto granitico e folle di Trevor. Dietro questa maschera rigida, dietro questa smorfia perturbante si intravede uno squilibrio che ha del patologico, un senso di profonda inadeguatezza e isolamento: il giovane protagonista non ha praticamente legami, è solo, anche se non sembra preoccuparsene più di tanto. Non bisogna sorprendersi se ad un certo punto si arriva alla violenza. L’America d’altronde – oggi più che mai – è un paese violento. Così Trevor, vittima di un sistema malato, diventerà aggressivo e brutale per reazione istintiva, per sopravvivere ad una realtà ostile, come se appunto si trattasse di una bestia e non di una persona dotata di intelletto e raziocinio. Nel film successivo, Buzzard, tracciando un’inquietante linea evolutiva, questo istinto animale si trasformerà poi in una vera e propria pulsione a voler “fottere il sistema”: da scimmie si diventa avvoltoi.

Chissà se Trevor avrebbe davvero votato per Trump a quest’ultima sconcertante tornata elettorale. Buona parte della gente come lui deve averlo fatto, visti i numeri all’indomani del voto. D’altra parte, come spiega lo stesso Joshua Burge in un’intervista pubblicata su Rapporto Confidenziale: «Gli Stati Uniti sono un luogo enorme, non c’è solo New York, non solo Los Angeles. Ci sono molte persone che hanno perso le loro case, non a causa della guerra, bensì delle banche» (Burge in Rippa 2012). Niente che un film di Michael Moore non abbia già detto, per carità, ma l’operazione di Joel Potrykus è più radicale, sottile e intelligente rispetto a quella del documentarista premio Oscar, perché trascina chi guarda nell’incubo di cui parla senza fornire spiegazioni, interpretazioni o semplici vie d’uscita. In Ape non ci sono né poster né slogan elettorali, nemmeno sbiaditi, ma soprattutto non ci sono quelle bandiere a stelle e strisce che normalmente campeggiano nel cinema Made in USA, a prescindere dal genere o dal tipo. Qui ci sono soltanto personaggi imprigionati nella loro grigia esistenza quotidiana: gente frustrata e incazzata perché raggirata, o peggio, abbandonata e dimenticata dalla classe dirigente e dall’intero establishment (cfr. Portelli 2016). Una condizione triste e drammatica che, se da un lato non può essere considerata la sola causa di quella che qualcuno, già all’indomani del voto, ha giustamente definito «una tragedia americana» (cfr. Remnick 2016), dall’altro ne costituisce senza dubbio una delle ragioni più evidenti e profonde; una realtà problematica e pericolosa che il mondo ha sempre avuto davanti ai suoi occhi, ma che non ha mai saputo – o voluto – riconoscere e considerare in tutta la sua portata, distratto o incantato da quell’immagine (distorta) di benessere, sicurezza e libertà che farebbe degli Stati Uniti d’America «il migliore paese al mondo», per usare le parole di Barack Obama.


Note

1 Cfr. l’ottimo speciale curato da Roberto Rippa, comparso a puntate sulle pagine di Rapporto Confidenziale (vedi bibliografia).

2 Traduzione mia.

3 Joel Potrykus e Alex Ross Perry si sono conosciuti durante il Festival del Film Locarno nel 2012. Quell’anno Ross Perry era nella giuria della sezione “Cineasti del presente”, che assegnò il premio come miglior regista emergente proprio a Potrykus, mentre Ape ottenne una menzione speciale come miglior opera prima.

4 Traduzione mia.


Sitografia

Portelli A. (2016): I lavoratori americani dimenticati dai democratici, in «il manifesto».

Remnick D. (2016): An American Tragedy, in «The New Yorker».

Rippa R. (2012-2014): Joel Potrykus & Sob Noisse, in «Rapporto Confidenziale». In parte pubblicato in precedenza sui numeri 36 (ottobre/novembre 2012) e 39 (luglio/agosto 2013) della rivista.

Ross Perry A. – Potrykus J. (2014): Declarations of Independence. A conversation Between Alex Ross Perry and Joel Potrykus on Film Production, Distribution and Reception, in «Cinema-scope.com». Precedentemente pubblicato sull’edizione cartacea della rivista (numero 59, estate 2014).




Titolo:
Ape
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 86'
Colore: C
Genere: DRAMMATICO
Produzione: SOB NOISSE

Regia: Joel Potrykus

Attori: Joshua Burge, Gary Bosek, Daniel Falicki, Jason Roth, Gary Perrine, Kevin Clancy, Reynaldo Herrera, Jarrod Napierkowski, Benjamin Riley, Michael Saunders
Sceneggiatura: Joel Potrykus
Fotografia: Joel Potrykus
Montaggio: Joel Potrykus

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