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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Ti do i miei occhi di un tempo fa

Vanna Carlucci

«[…] e allora è tempo di tenere degli appunti più piccoli sfalsati di 3 mesi e 3 giorni dalla data di inizio. Con tutta la costanza e tutta la speranza.»
«È tempo» che il tempo inverta le sue coordinate, un tempo in cui le pagine di questo libro vengano sfogliate come si toccano i lembi di pelle prossimi a una lacerazione; perché il più delle volte l’azione che rimanda al gesto di apertura significa proprio questo: generare una ferita o «frantumare qualcosa, quindi, tutt’al più fare un’incisione, lacerare» (Didi-Huberman 2016, p.185) ché questo è un libro che trova la sua unità proprio in un’immagine colpita da frammenti, alla ricerca di un disvelamento sempre più prossimo ad una traccia d’iride, un solco.

Ti do i miei occhi di un tempo fa, ti faccio dono di questo sguardo che si apre, ti cedo la ferita dei miei occhi affinché tu possa guardarci dentro e sentirlo il vuoto, il peso certo di una mancanza: questo sembra voler richiamare il titolo di un libro dedicato a Marco Dinoi, un libro che raccoglie suoi appunti scritti a mano e immagini fotografiche: frammenti che si ricompongono in un vero e proprio montaggio – uno zibaldone ri-montato – se per montaggio intendiamo un tempo che ritorna in vita, la «resurrezione di qualcosa che è passato» dice Godard, «un tempo che è il risultato dell’unione di due immagini-movimento», «una struttura che dovrebbe forzare talmente gli elementi in gioco che questi si decompongono e danno vita ad una superiore unità» scrive Dinoi. Ed è probabilmente in questo inciampo temporale, in questa prossimità al movimento di certe immagini e parole che compongono un presente (la presenza che è dentro questo libro) e, allo stesso tempo, questa interruzione formale che ci fa ripiombare nell’immobilità di una certa assenza, che si rintraccia una linea di demarcazione tra cinema, parola e fotografia.



Ti do i miei occhi di un tempo fa, ti cedo la memoria del mio sguardo, memoria che è una falla, il luogo in cui un tempo, tempo fa, c’erano i miei occhi vivi e testimoni. In effetti, ogni fotografia non può che appartenere ad un “è stato”, ad un altro tempo che non sarà mai più, un tempo morto, la Morte che però torna inevitabilmente a far tremare la propria – riprendendo le parole di Barthes – catastrofe quando il punctum,  la ferita «dà inizio alla temporalità della fotografia» (Belting 2014, p.197)
È a proposito di questo allora che «l’immagine – scrive Dinoi – non solo è irreparabile da un prima e un dopo che le sono propri, […] ma oscilla in un passato e un futuro, di cui il presente è solo il limite estremo» ed è in questo limite che la parola come l’immagine si apre, appare ed è l’«annunciarsi di qualcosa che non si manifesta, mediante qualcosa che si manifesta. L’apparire [di] un non-manifestarsi» (Heidegger 1976, pp. 48-49): è – come si evidenzia nella nota introduttiva dei due curatori – «il non detto dell’assenza. Assenza di un’assenza».

Scorrono le dita sulle pagine, provo a sentire la grana, la trama, cerco di individuarne i fili che intrecciano le immagini con le parole e un pensiero rivolto al cinema come un textus unitario che continui a textere e quelli che, al contrario,  ne svelano il distacco perché,  in questo montaggio, ciò che conta è l’intervallo invisibile depositario di una coscienza perché per Dinoi c’è una necessità di fondo che smuove tutte le cose e allora «Non si sceglie di fare fotografie o di scrivere o di raccontare. Lo si deve fare. Stop.[…]Necessità come defecare».


Le prime fotografie scorrono mute, sono passi sospesi, piedi; la figura è nascosta dietro un cespuglio o tagliata dall’inquadratura o addirittura riflessa; e poi, anfiteatri deserti, acrobati e quando i corpi ci sono, ci spingono oltre costringendoci a guardare insieme a loro la lunga linea dell’orizzonte:
«Da una parte l’immagine tende sempre al cliché (perché non vediamo mai tutto dell’immagine, perché vediamo (Gombrich/Bergson) solo quello che vogliamo vedere); Dall’altra l’immagine tende continuamente a bucare il cliché. Non si sa dove può portare perché il non-visto, il nascosto può sconvolgerci». Ecco l’«importanza di diventare veggenti» e allora ci si rende conto che questo atto privato, questo insieme di attimi rubati a Marco Dinoi in realtà, ci pongono di fronte ad un’unica e continua interrogazione: dove inizia e dove finisce l’immagine se esistono solo linee di fuga?

«[…] un punto dove aprire. No, non aprire, non si tratta di questo. La fuga non apre ma chiude sospende il territorio e il giudizio [...]» la fuga come un movimento che è una sensibilità, viva, erratica come un volto. E sono i volti di certi suoi scatti a puntare l’obiettivo in segno di sfida o interrogazione. Fantasmi nella trappola della luce ed è qui che torno a pensare al cinema, a certi fotogrammi di Chris Marker (regista amato da Dinoi) in cui la riflessione è sul tempo di un’immagine che è il tempo di uno sguardo che dura un 25esimo di secondo (San Soleil, 1983).


Cosicché c’è il continuo presagio di una presenza, come se non ci fosse corpo, come se non ci fosse materia se non nel tempo di posa di un’immagine che costituisce «un’intenzione della lettura» (Barthes 2016, p.79): «che siamo solo “vane forme della materia”, ovvero che non siamo» (Bonnefoy 2015, p.80). Perciò è difficile sfogliare questo libro senza avere come ostacolo proprio la vista: le sue parole sono appunti che costituiscono a priori un atto intimo, anche «il nostro approccio alla fotografia non può che essere privato» (Belting, p.197), ed entrarci significa senza dubbio sentire una certa pressione sulla retina: la lacerazione dunque è necessaria, bisogna imparare a decifrare attraverso uno «sfregamento di occhi o di pelle», stringere le palpebre, consumare le ciglia per poter, forse, riuscire ad impossessarci dei suoi occhi, farli nostri e diventare sguardo dell’assenza. In questo sforzo della vista si sviluppa quel movimento aberrante, linee di fuga che ci permettono di vedere meglio, di vedere altrimenti ciò che è nitido, una specie di mosso dell’immagine, un flou, «la traccia materializzata di un movimento» (Bellour 2010, p.84).



Bibliografia

Barthes R. (2016): La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino.

Bellour R. (2010): Fra le immagini, Bruno Mondadori, Milano.

Belting H. (2014): Facce. Una storia del volto, Carocci editore, Roma.

Bonnefoy Y. (2015): Poesia e fotografia, O barra O edizioni, Milano.

Didi-Huberman G. (2016): Davanti all’immagine, Mimesis, Milano.

Heidegger M. (1976): Essere e tempo, a cura di P. Chiodi, Longanesi, Milano.


Filmografia

Sans Soleil
, (Chris Marker 1983)





Titolo: Marco Dinoi. Ti do i miei occhi di un tempo fa
Curatore: Vincenzo Cascone, Giacomo Tagliani
Anno: 2017
Durata: 128 pagine
N. illustrazioni: 100
Specifiche tecniche: 15 euro
Produzione: Silvana Editoriale


Ho visto cose

 

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