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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

La guerra (in)umana per il nomos

Angelo Amoroso d’Aragona

Con il terzo episodio del prequel del Pianeta delle Scimmie si può scherzare. A patto, però, di farlo sul serio, come ogni gioco che si rispetti. È quanto mi accingo a fare, trattandolo come paratesto filosofico.




Dopo un lungo antefatto, inscritto nell’ovvietà seriale dell’operazione di media franchise, il film svela la sua singola natura (“episodica”, al singolare, niente affatto epifenomenica e secondaria, direi invece individuale e sostanziale) con l’incedere lento, a cavallo, di quattro “scimmie-Spietati” in uno scenario da film western (un genere rifugio per molti film seriali, come l’ultimo X-Men Logan). Un villaggio di frontiera, semi abbandonato, dove i quattro, dopo l’uccisione (im)pietosa del padre, prendono con loro l’ultima sopravvissuta, una bambina malata e muta.  Sembrerebbe, per l’appunto, un film di Eastwood (Eastwood 1992), ma presto ci troveremo in un campo di concentramento e penseremo a Spielberg (Spielberg 1993), tranne dover scorgere, subito dopo, il Brando di Coppola (Coppola 1979) nelle fattezze di Woody Harrelson. Soltanto che nessuna di queste citazioni è fuori luogo, perché il luogo dove La Guerra (The War) vuole portarci è il territorio tutto cinematografico (e al contempo filosofico) dello scontro con quella che Emanuele Severino chiama la «Barriera inflessibile degli elementi e dei processi demonico-divino-“naturali”». «Per vivere – scrive Severino –, la volontà dell’uomo deve farsi spazio, impossessarsi di uno spazio che può essere ottenuto solo flettendo l’inflessibilità della Barriera» (Severino 2017, p. 251) come da sempre il cinema fa con il western (il west come Frontiera; il radicalmente Altro e selvaggio; le enormi barriere naturali dei suoi paesaggi) e, in modi meno evidenti, con gli scenari concentrazionari e carcerari.

Per Emanuele Severino, ma con lui una vastissima letteratura sul prossimo futuro, questa Barriera è vicina a essere completamente infranta, con la trasformazione in altro della stessa specie umana. Perché allora parlare di Scimmie e non di Robot? Come ci ricorda Yuval Noah Harari, nel suo saggio bestseller Homo Deus: «la relazione tra umani e animali è il miglior modello che abbiamo per le future relazioni tra superuomini e (semplici) uomini. Volete sapere come androidi super-intelligenti potrebbero trattare umani ordinariamente costituiti di carne e ossa? Meglio cominciare dall’indagare come gli umani trattano i loro meno intelligenti cugini animali» (Harari 2017, p. 109). Questa intuizione fu già di Friedrich Nietzsche: «Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna» (Nietzsche 1988, p. 6). Anche il nostro Colonnello McCullough/Harrelson pensa che in gioco ci sia il destino del Sapiens in quanto “umano, troppo umano”, proprio quel superomismo degli aforismi di Nietzsche in cui Severino vede il “sottosuolo filosofico” del nostro tempo, il destino di una Tecnica finalmente capace di dispiegare tutta la volontà di potenza in quanto «“senso autentico” dell’essere uomo (…) l’uomo come forza cosciente capace di coordinare mezzi in vista della produzione di scopi» (Severino 2017, p. 147).

Il Colonnello ha capito di dover superare ogni limite per restare (o diventare) uomo, ponendosi radicalmente oltre la Barriera che lo separa dal demoniaco-divino-“naturale”. Contro di lui c’è tutto il resto del genere umano, incapace di questo coraggio e destinato a essere risucchiato – secondo lui – dentro quel limite che accomuna uomini, scimmie, animali e natura. Andare “oltre” la Barriera, “super/are” il suo limite, è il significato di oltre-uomo e super-uomo: il compimento di un Destino, la conclusione dell’unica guerra (The War) che l’uomo ha sempre combattuto da quando è umano. Ed è proprio una Barriera che il Colonnello sta facendo costruire alle “quasi-uomo-scimmie”, finalmente da lui catturate, ridotte in schiavitù, e rinchiuse in un grande campo di concentramento. Una Barriera che difenda lui e il suo manipolo di fedelissimi soldati super addestrati dall’esercito degli uomini che lo considerano pazzo.

Come ci hanno raccontato i due prequel precedenti, lavorando nei suoi laboratori transgenetici gli uomini hanno prodotto un virus letale per tutta la specie Sapiens. Contraendo questo virus, il figlio del Colonnello ha perso la Parola e con essa – lui crede – anche il Pensiero, ciò che cartesianamente siamo abituati a considerare il confine tra noi e gli altri animali, loro sì semplici macchine dentro la macchina (in quanto priva di volontà e regolata solo da leggi, da automatismi) della Natura. Oggi vediamo in Cartesio l’inizio del pensiero moderno, ma lo stesso confine lo ritroviamo in modo ancora più radicale in Aristotele, che separava i veri uomini, i “greci”, dai Barbari solo apparentemente umani, ma in quanto privi di Logos anche privi di quella natura politica basata sulla Legge, intesa qui non come automatismo bensì come scelta condivisa e frutto di discernimento. «Si è definito l’individuo umano come Homo Sapiens, cioè uomo dotato di ragione. Ed è incontestabile che la razionalità si è sviluppata nel corso della storia umana» (Morin 2016, p. 15). Una tradizione di pensiero che sarà rotta per primo da Marx e poi in seguito dalla stessa biologia. Entrambi vedranno il primo stadio dell’umano non nel pensiero ma nel lavoro, che un tempo ne era invece la negazione. Così per la scienza, per la biologia, «ad un certo stadio della sua evoluzione, l’umano è stato definito a partire dalle sue attitudine tecniche: è l’Homo Faber (…) già dal nostro cugino più antico, Neanderthal» (Ivi, p. 16). È questa forse la contraddizione più radicale del pensiero marxiano, evidenziata con forza da Hanna Arendt. Una contraddizione che, sia negli sviluppi tecnologici verso la robotizzazione, sia nel rifiuto del lavoro come alienazione, riporta il conflitto tra Sapiens e Faber dentro la nostra attualità (anche cinematografica, da Blade Runner e Terminator in poi.)

Così, nelle Scimmie fattesi Homo, il nostro Colonnello non vede altro che il Faber, il Neanderthal, macchine naturali, animali, ormai Homo ma non Sapiens, non veramente “umani”, buoni solo per la schiavitù, per il lavoro. Uno scenario questo che in molti futurologi vedono come “nuova lotta di classe” tra una “élite cognitiva transumana” e la moltitudine di uomini della specie Sapiens, tutti ridotti a Faber. In The War abbiamo la prefigurazione concentrazionaria di questo conflitto, con le Scimmie al posto dell’Homo Sapiens. Nel film la nostra specie, il Sapiens, giunta al confine tra umano e divino, rischia di diventare – per effetto del virus – un’Umana Scimmia tra le altre, più o meno parlante ma non più Sapiens. Una logica che impone al Colonnello di uccidere il figlio infetto, prima che si propaghi la malattia. Uno scenario biblico, dove l’Homo Sapiens giunto al termine del suo percorso evolutivo, non ha più Dio per giustificare il suo deicidio. Ogni infrazione di Legge morale naturale è infatti un deicidio e Abramo non lo capiva quando pensava, uccidendo il figlio, di poter obbedire a Dio. Ed è per questo che Dio lo ferma. Ma Dio è morto e il nuovo deicidio-figlicidio obbedisce ormai alla sola Legge possibile, quella (a)morale della necessità. Il Colonnello sa – lui per tutta la specie Sapiens – che per restare “umano” deve infrangere ogni Limite. Il tragico ha trovato compimento: «Dio è morto e quindi sono scomparsi anche i peccatori» (Nietzsche 1992, p. 24).

Il Colonnello sbaglia, come già l’Abramo biblico, ma per ragioni opposte che vedremo più avanti. Invece Cesare – la scimmia che dovrà portare lui la Legge, il Nomos, tra le nuove scimmie “umane” – non può capire dove sia l’errore. Lui obbedisce ancora alla Barriera del demoniaco-divino-“naturale”. Infatti Cesare è lì, in spietata spedizione, solo per farsi vendetta, per uccidere colui – il Colonnello – che, in un’azione militare simile alle tante della nostra storia recente, gli ha sterminato, per errore o per necessità, la sua famiglia (un’analogia per tutte: il raid americano dell’aprile 1986 per uccidere nella sua tenda Gheddafi, in cui lui si salva ma muore la figlia Hana, ancora bambina). Egli è ancora così dentro la Barriera da abbandonare la sua gente e il suo ruolo di condottiero, per compiere una vendetta che non sa mediare con la ragione. Entrambi, sia il Colonnello sia Cesare, sono dominati da quello che Edgar Morin ritiene non potersi mai scindere dal Sapiens, ossia l’Homo demens, l’uomo delirante. «Il delirio, la follia sorgono a ogni furore, a ogni collera, a ogni megalomania, in ciò che gli antichi greci chiamavano hybris, la dismisura, l’ambizione smodata dei conquistatori, come Gengis Khan, Napoleone, Hitler e altri. Fra le due polarità di Sapiens e di Demens, c’è l’affettività, il sentimento. Una scoperta importante (…) ha mostrato che quando c’è un centro razionale in attività si mette simultaneamente in azione un centro dell’emotività. Ciò significa che non c’è ragione senza emozione. (…) Non è la passione a essere delirante, a esserlo è l’assenza del gioco e del controllo fra la ragione e la passione. (…) La vita deve essere una navigazione difficile e pericolosa in questa dialettica» (Morin 2016, pp. 15-16). Né il Colonnello, né Cesare sanno farlo, sono uniti da un eccesso che trasforma nell’uno la ragione e nell’altro la passione in hybris.

Cosa divide, allora, Cesare dal Colonnello? Come Cesare, per millenni anche l’uomo ha sentito il richiamo della Barriera. Ora non più, ed ha ragione il Colonnello a sentirsi d’essere il testimone di un percorso di evoluzione, di un Destino che lo ha portato a “sapere” che non esistono Immutabili (come li chiama Severino) a cui obbedire, ossia verità assolute e leggi morali naturali. La sua hybris è pensare d’essere l’interprete di questo Destino e di saper riconoscere la nuda e razionale necessità. Il campo di concentramento da lui allestito ci rimanda a quelli di Hitler, in cui Horkheimer e Adorno videro infatti il compimento della Dialettica dell’Illuminismo, titolo della loro opera del 1947. Come ci vuole ricordare Morin, l’eccesso di ragione tradisce sempre un eccesso di emozione, e tutta la fisiognomia di Woody Harrelson è costruita per renderci evidente l’incresparsi di questa dialettica.

Di fronte a lui abbiamo un “esercito” di nude Scimmie, a ricordare la nuda origine dell’Uomo, animale tra animali. Un esercito guidato dalla Scimmia parlante Cesare, anche lui ancora nudo, e che per farsi uomo ha bisogno di stringere l’alleanza con la Barriera. Il suo dilemma, se farsi Eroe per la sua gente (il Regno direbbe Hannah Arendt) o per la sua gens (la Famiglia sterminata, da vendicare), è tutto ascrivibile a quella dialettica tra Individuo e Specie che Edgar Morin pone alla base del suo primo e insuperato libro, L’uomo e la morte, del 1950. «Lo stato di guerra è un esempio universale (e contemporaneo) della dissoluzione delle presenza della morte a cagione della predominanza dell’affermazione della società su quella dell’individuo» (Morin 2014, p. 45). È questo uno dei primi modi in cui l’uomo stringe alleanza con la Barriera. Grazie a quest’alleanza, spesso mediata dal divino, «la società in guerra è ridiventata, e non manca di proclamarlo, una sorta di specie biologica» (Ibidem). L’individuo deve sacrificarsi per essa, ma grazie a essa può al contempo riaffermarsi come individuo (è l’essere tale che ti rende eroe) e allontanare da se la Barriera. Cesare dovrà infrangere questa Barriera, e noi sappiamo che l’ha già infranta, senza volerlo e senza saperlo (due qualità ancora “troppo umane”), contraendo quel virus che alle Scimmie dona la Parola e agli Uomini la nega.

Il Colonnello pensa che la perdita della Parola sia la fine per l’uomo, pensa che suo figlio sia stato ributtato indietro, oltre la Barriera, nell’orrore del senza tempo e senza ragione. Non è così. Non sa che suo figlio si sarebbe salvato e sarebbe stato in grado di continuare a comunicare, come accade già tra le Scimmie umane, dove non tutte parlano. Ne è un esempio proprio quella bambina muta che i quattro Spietati-Scimmie della spedizione di Cesare hanno preso a portarsi con loro, non potendola né uccidere né abbandonare a morte certa. È lei la nuova specie umana, che con le Scimmie, la grande famiglia degli ominidi tutta umanizzata, dovrà condividere spazi e destino. Non a caso sarà chiamata Nova dall’orangotango Maurice che l’ha presa in custodia. Tra tante scimmie nude lei è l’unica a indossare vestiti. Come lei solo la Scimmia Cattiva, che parla e ha quindi “imparato” quel suo nome dagli uomini che la tenevano in cattività per quegli stessi esperimenti che hanno condotto al virus.  Alla fine del film le vedremo giocare insieme, ballando un girotondo che prefigura l’inizio di una nuova spirale evolutiva dentro lo spazio finalmente conquistato.

In The War possiamo dire di trovarci di fronte alla Forma originaria del nemico e della guerra, il titolo con cui Severino apre, nel libro già citato, un capitolo finale dedicato al pensiero di Carl Smith in Stato, grande spazio, nómos. Questi nel Nómos vedeva sia il verbo greco Némein sia il tedesco Nehmen, «significanti entrambi il “prendere possesso”, il “conquistare” la terra, lo spazio inizialmente selvaggio, e poi disboscato e reso coltivabile e abitabile» (Severino 2017, p. 250). È quanto Cesare chiede agli uomini di poter fare nella foresta, perché lo lascino in pace. Richiesta ingenua a cui gli uomini rispondono con la guerra ipertecnologica e lo sterminio di massa. Gli uomini sanno per esperienza che ogni spazio conquistato è uno spazio in espansione. È questo l’avvio del film, ma è anche il suo punto di arrivo finale, perché il piano di trovarsi uno spazio oltre la foresta, libero da uomini, è la missione non compiuta ma infine risolta da Cesare, dopo la sconfitta del Colonnello. In fuga verso la “terra promessa”, alla conquista di una “nuova frontiera”, le umane Scimmie prenderanno possesso del loro spazio, un grande spazio aperto oltre la Foresta da cui sono dovute fuggire. Nel finale del film, in una grande valle, alla luce di un sole che non può essere altro che “dell’avvenire”, le immaginiamo prepararsi a dividersi quel grande spazio e utilizzarlo. «Nehmen, Teilen, Weiden, “prendere possesso”, “dividere”, “utilizzare”, sono processi originari della storia dell’umanità» con cui Carl Smith indica «la valorizzazione, la lavorazione e l’utilizzazione di quanto si è ottenuto con la divisione, dunque la produzione e il consumo» (Smith in Severino, p. 250). Carl Smith era inoltre convinto che la parola tedesca per spazio, Raum, fosse associabile al toponimo di Roma. Quale migliore conferma, per questa tesi, se non il nome di Cesare per colui che fonderà questo spazio in nuce del Pianeta che presto sarà impero delle Scimmie. Anche l’artista Lucamaleonte ha felicemente risolto questo accostamento tra i due Cesare, con un maestoso trittico di ben 27 metri intitolato Ave Cesare e realizzato a Roma per la prima del film.

L’idea «secondo cui la bipedizzazione, l’ominizzazione, la cerebralizzazione si sarebbero sviluppate nella savana» (Morin 2016, p. 28), a causa di «un cambiamento climatico che avrebbe fatto ritirare la foresta e progredire la savana» (Ibidem), è stata a lungo condivisa dalla biologia. Recenti scoperte hanno messo in discussione questa teoria. «Di fatto, si può ora dire che questo fenomeno è iniziato nella foresta con alcuni ominidi che hanno utilizzato sempre meglio le mani e sono diventati bipedi» (Ibidem). Anche in The War è la cerebralizzazione a coinvolgere già nella foresta tutti gli ominidi, così come oggi si pensa sia accaduto realmente al genere umano. Ci troveremmo quindi ai primordi dell’evoluzione della nostra specie Sapiens, in un “eterno ritorno” (ancora Friedrich Nietzsche) che a prima vista sarebbe più un ripetersi, un ritorno alla prima delle tre età di Gianbattista Vico. A chiudere e riaprire il cerchio di questa nuova umanità, c’è la morte di Cesare. Mentre la sua gente festeggia il “sole dell’avvenire”, nel grande spazio conquistato, Cesare muore e chiude il suo tempo. Un elemento mitico che ripropone la necessità del Tabù supremo, l’uccisione del Padre, il suo sbranamento (Cfr. Freud, Totem e Tabù). Suo sarà il Regno, come Antenato.

È l’inizio dell’età degli Eroi, la seconda nella catalogazione ternaria di Vico, quella che noi siamo abituati a considerare l’inizio della civiltà umana, della sua Storia. Ma questa “nuova umanità” è già “mortale”, nel senso indicatoci da Edgar Morin, di individui in lotta con la morte, utile invece alla loro specie. Una umanità di nuovo fatta da individui che dovranno dividere, prendere possesso, creare cose, ossia entrare in guerra, innanzitutto con se stessi. Cosa rende infatti “umani” tutti questi ominidi? Cosa li accomuna a Nova, ma con essa, anche se lei è muta, a tutti i Sapiens? Non la Parola ma nemmeno il Pensiero, il Cogito, quanto ciò che il pensiero presuppone: l’essere “in-divi-duo”, ossia al contempo (nel)divino e (non)divino, indivi(so) ma anche duo (il “due-in-uno” di Hannah Arendt), mortale in quanto individuo in lotta con la morte per l’immortalità, perché – tornando a Severino – «pensa (interpreta) la Barriera e se stessa come cose, ossia, rispettivamente, come ciò che può essere trasformato (…) e come ciò che può avere la capacità di trasformare. (…)La legna diventa cenere, il giorno diventa notte, il giovane diventa vecchio; l’uomo accende il fuoco e fa diventare cenere la legna, prendendone possesso fa diventare Raum il bosco selvaggio, raccoglie un esercito e fonda un impero prendendo possesso di grandi spazi. Diventando altro, ogni cosa invade l’altro (…) Ne è distrutta in quanto lo distrugge; e viceversa. La fede nel diventare altro è l’errare estremo. (…) la cosa, in quanto cosa è violenza, è anzi la violenza originaria e l’errare originario. (…) Solo in quanto ci sono cose possono esserci guerre. (…) Ma la cosa, oltre ad essere distruzione dell’altro che essa diventa e invade, è anche distruzione di se stessa, è ostile a se stessa. Dove la cosa è umana, ma non solo in questo caso, essa è essenzialmente suicidio» (Severino 2017, pp. 255-257). Ed è davvero difficile, volendo chiosare con queste parole di Severino, non pensare anche a La Cosa del cinema per eccellenza, quella di Campbell-Hawks-Carpenter, prefiguratrice del diventare Altro per eccellenza, ossia della serie di Alien e dei suoi prequel, un altro caso di media franchise, un’altra Prometeica Barriera. E guardando alla serie di cui fa parte The War, sappiamo come il Pianeta delle Scimmie passerà presto da questo tempo mitico della morte di Cesare a quello tecnologico che conosciamo già per i film della lunga serie ispirata al romanzo distopico di Pierre Boulle. Sconfitta la specie Sapiens, anche per gli ominidi tornerebbe quindi la Tecnica come ineludibile destino «per il quale le grandi epoche della storia del mortale (epoca del mito, della ragione critica, della tecnica) passano necessariamente l’una nell’altra, disponendosi in un certo ordine determinato» (ivi, p.275).

Invece, a guardare meglio questo nuovo “singolare” episodio, questa “nuova umanità” ha qualcosa di davvero nuovo. E ce lo dice proprio l’unica Nuova Sapiens tra loro, la bambina Nova, infetta dal virus, muta, ma niente affatto inferiore alla sua specie. Lei non solo pensa come noi, ma forse pensa diversamente, e comunica anche diversamente, perché s’intende con le altre scimmie che non parlano. A questa “nuova umanità”, composta dagli ominidi tutti, la natura è meno nemica di quanto non fosse al genere umano, il cui esercito ipertecnologico viene travolto e annientato da una valanga. Tutte le Scimmie si salvano, invece, salendo velocemente in cima agli alberi e volando tra una cima e l’altra, sino a trovare l’albero giusto. Fin qui sarebbe semplicemente l’animale a salvarsi, e non l’uomo con la sua Tecnica. Ma non è esattamente o soltanto così. L’errore del Colonnello era stato di non saper vedere la novità cognitiva del “mutismo”, di non riconoscerla in primis nel figlio, tranne poi scoprirla in lui stesso, e cadere nello sconforto per il suo figlicidio. Come nella visione nietzschiana, abbiamo sì un eterno ritorno, ma questo assume ogni volta forme nuove, a spirale anziché a cerchio.

Paragonato ai suoi precedenti seriali questo prequel sembra quindi prendere la strada del reboot, di una riscrittura dagli esiti in chiave meno distopici. Non tanto la fine dell’umanità (si pensi anche al remake di Tim Burton del 2001 Planet of the Apes), punita per la sua follia, quanto un salto evolutivo di segno opposto a quello che gran parte dei futurologi oggi ci racconta e che lo stesso Severino vede come «ciò che è destinato ad accadere» (ivi, p. 8). Diventare Scimmie anziché Robot, ed il Super(uomo) del futuro passerebbe per il meno di oggi, per il diminuito anziché per l’Aumentato bionico, come vorrebbe invece tutta la futurologia. Ed è la stessa teoria evoluzionista a dirci che non ci sono percorsi lineari, bensì continui adattamenti e metamorfosi. Alla catastrofe segue un inizio di altra “natura”, ma il percorso verso livelli di organizzazione sempre più complessi ricomincia, anche se in forme nuove. In questo, a giocare un ruolo non secondario è il caso, l’incidente, il non prevedibile, il fatto accidentale. In The War ne abbiamo persino due: l’errore di laboratorio prima, e la valanga in conclusione. La storia, ci dice Edgar Morin, è letta in modo lineare dai futurologi perché non contemplano la diversità e la complessità. «Le rotture, i cambiamenti d’orientamento, gli eventi, gli incidenti non sono presi in considerazione nel loro futuro. Questo è parassitato dalla ricerca ossessiva della stabilità, è conservatore» (Morin 2016, p. 77). È la stessa osservazione fatta da Popper contro lo storicismo. «Tutti gli eventi importanti del secolo scorso e del nostro inizio di secolo sono stati imprevisti (…). La storia ci insegna a considerare il futuro con vigilanza e inquietudine» (ivi, pp.  82-85). Le valanghe (o lo scoppio di una guerra nucleare con la Corea del Nord quanto la caduta di una nuova, estremamente improbabile, meteorite) sono sempre dietro l’angolo. Non si tratta solo del caso, ma dell’idea stessa di progresso. Nessuno può dirci se meglio o peggio, quello che sappiamo è che sarà diverso. Nova non è né superiore né inferiore a noi, è diversa. Al contempo questa diversità, dove qualcosa va perso - la parola - sembra capace di una maggiore complessità, ingloba una realtà più grande, aumenta quindi anche la capacità di adattamento. L’evoluzione non è un progresso, bensì una metamorfosi, che sposta altrove il proprio limite. «L’uomo di Cro-Magnon ignorava di avere già il cervello di Aristotele, di Leonardo da Vinci, di Mozart e di Einstein. Noi ignoriamo i futuri poteri della mente. Ciò che si può dire è che avranno un limite: l’uomo non sarà né Dio né padrone del mondo, ma la sua avventura spirituale come la sua avventura antropologica è per noi inconcepibile. Ciò che è certo è che questa avventura non obbedisce alla pseudolegge del progresso». I nostri ominidi “umani” non sappiamo ancora, noi spettatori con loro protagonisti, di cosa saranno capaci. Forse di qualcosa che fa pensare a un altro film sulla Barriera e sul futuro, sulla lotta tra diverse specie “sapienti” e l’Homo Sapiens tutto tecnologia e robot, l’Avatar di James Cameron. Per sapere se la serie de Il Pianeta delle Scimmie prenderà questa direzione dovremo aspettare gli altri film.

Intanto esso prende le distanze da quello che Harari chiama il “datismo”, ossia l’idea oggi prevalente che tutto sia algoritmo, in natura come nell’uomo. La stessa Ragione è ridotta a un Processo decisionale, la stessa Volontà, e con essa la casualità e l’arbitrarietà, sono ridotte a processi di calcolo, quindi con prestazioni sicuramente migliorate se affidate a macchine bioniche, a nuovi uomini “aumentati”. A contestare questa visione ci resta solo il cinema e la letteratura cyborg, cominciando da Philip K. Dick e con lui i film di Cameron e Scott, da Alien a Terminator, passando, per l’appunto, da Blade Runner. Ed era proprio quest’ultimo a scardinare la categoria dell’umano nell’androide. Non sappiamo cosa ci vorrà prefigurare di nuovo per i prossimi trent’anni, con il suo sequel (Blade Runner 2049 in uscita ad ottobre). Nel frattempo la macroeconomia del cinema globalizzato produce film come Ghost in the Shell, dove «non avere corpi significa non essere situati, non esistere, non essere sessuati, non morire. Queste sono alcune delle promesse della nuova sacra entità: la macroeconomia e le tecnoscienze. Il desiderio profondo e ancentrale dell’assenza di limiti cade in questa forma ipermoderna; sarà la scienza che si occuperà di portarlo avanti» (Benasayag 2016, p. 166). Ed è questo filosofo argentino, Miguel Benasayag, a ricordarci che invece «organismi e artefatti esistono in due universi totalmente differenti. (…) L’ignoranza di questa differenza di “universi” fa sì che, per il momento, l’ibridazione che si pretende in modo semplicistico e riduzionistico (aumento) implichi un pericolo per la vita stessa. La stessa vita che vorremmo aumentare» (ivi, p. 191). Anziché la superominica sconfitta della Barriera demoniaca-divino-«naturale», sarebbe questa a re-inglobare l’uomo, il quale volendo dominarla come macchina fatta di “cose”, finisce al contrario per suicidarsi. «Nessun “io”, nessuna istanza singolare sembra avere più alcuna attualità: nessuno decide o desidera niente in modo singolare. La realtà della vita umana sarebbe data da una serie di reti e processi fisico-chimici in cui le antiche categorie di responsabilità, libertà, soggettività sembrano obsolete. (…) Questo mondo dei cervelli disvelati e dei cervelli “aumentati” coincide esattamente con quel che Michel Foucault (1969) definiva come “biopotere” o “biopolitica” in cui la gestione dei corpi e della vita rimpiazza, nella sua tecnicità trionfante, qualunque dimensione deliberativa conflittuale delle singolarità» (ivi, pp.189-190). Con The War la saga del Pianeta delle Scimmie sembra aver preso la strada della resistenza a tutto questo. Staremo “a vedere”.


Bibliografia

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Aristotele (2013): Politica, Rizzoli BUR, Milano

Benasayag M. (2016): Il cervello aumentato l’uomo diminuito, Erickson, Trieste

Boulle P. (2016): Il pianeta delle scimmie, Mondadori, Milano

Cartesio (2002): Discorso sul metodo, Bompiani, Milano

Dick P.K. (2015): Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, Roma

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Nietzsche F. (1992): Così parlò Zarathustra, Mondadori, Milano

Nietzsche F. (1979): Umano, troppo umano I, Adelphi, Milano

Nietzsche F. (1981): Umano, troppo umano II, Adelphi, Milano

Popper K. R. (2013): Miseria dello storicismo, Feltrinelli, Milano

Severino E. (2017): Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Rizzoli, Milano

Vico G. (2000): La scienza nuova, Rizzoli BUR, Milano


Filmografia

Alien (Ridley Scott 1979)

Alien³ (David Fincher 1992)

Alien: Covenant (Ridley Scott 2012)

Alien Resurrection (Jean-Pierre Jeunet 1997)

Aliens (James Cameron 1986)

Apocalypse Now, (Francis Ford Coppola 1979)

Avatar (James Cameron 2009)

Blade Runner (Ridley Scott 1982)

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve 2017)

Dawn of the Planet of the Apes (Matt Reeves 2014)

Planet of the Apes (Franklin J. Schaffner 1968)

Planet of the Apes (Tim Burton 2001)

Prometheus (Ridley Scott 2012)

Rise of the Planet of the Apes (Rupert Wyatt, 2011)

Schindler’s List, (Steven Spielberg 1993)

Terminator 2: Judgment Day (James Cameron 1991)

The Terminator (James Cameron 1984)

The Thing (John Carpenter, 1982)

The Thing from Another World (Christian Nyby and Howard Hawks 1951)

Unforgiven (Clint Eastwood 1992)

War for the Planet of the Apes (Matt Reeves 2017)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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