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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Lav Diaz o i colori del lutto. I figli dell’uragano. Libro primo

Alessandro Cappabianca

altC’è colore e colore, ma vedere il mondo a colori (siano pure colori cupi) è una cosa naturale. Lav Diaz non sembra affatto convinto, invece, che sia naturale vedere il mondo a colori (siano pure cupi) attraverso l’occhio della cinepresa, come se lo ritenesse un indebito abbellimento, come se non potesse dimenticare le origini, quelle del bianco e nero, quando il cinema (per dirla con Godard) prendeva il lutto per la realtà. Si dovrebbe riflettere di più su questo fatto: quella del cinema (con la fotografia) è stata la sola arte nata in bianco e nero, e a lungo rimasta tale, anche se quasi da subito si è cercato di darle i colori, magari a mano, fotogramma per fotogramma (esiste il disegno, certo, ma è basato sulla linea, e in genere propedeutico alla pittura).


La fotografia e il cinema in bianco e nero in realtà rivelavano uno dei segreti meglio conservati al mondo – o meglio, ne davano la prova, visto che già ne avevano parlato Goethe e Schopenhauer (contro Newton): i colori sono qualità secondarie della realtà, prodotti dalla contaminazione della luce con le tenebre. Nascono dal versante opaco della luce, si potrebbe dire, ma lo spettacolo della loro fantasmagoria inganna lo sguardo, illude i nostri occhi. Il mondo in bianco e nero è il mondo nudo, decolorato, che non significa privo di sfumature, visto che tra il bianco e il nero si trova l’infinita gamma dei grigi – gamma che Lav Diaz padroneggia mirabilmente. Sono le sfumature del lutto, che emergono dopo le catastrofi (guerre, terremoti, uragani, disastri vari – anche interiori, individuali, oltre che collettivi...). Sono anch’esse colori, in fondo, colori nei quali predomina l’elemento tenebre: luce nera, paradossale, come il latte nero di cui parlava Celan, quello che i perseguitati, i diseredati, gli esuli, sono costretti a bere – ma non per dissetarsi.
Dopo l’invenzione del cinema, insomma, finché è stato in bianco e nero, la realtà stessa è diventata in bianco e nero.

I terremoti (lo sappiamo bene, e Kiarostami si era incaricato di ricordarcelo per sempre) lasciano macerie; gli uragani lasciano macerie e detriti, forse più detriti che macerie. Abbattendosi con impressionante frequenza, e altrettanto impressionante violenza, sulle Filippine, distruggono e uccidono, aggiungono sfascio a sfascio, e ciò che lasciano, dopo il loro passaggio, è un caos informe, dove le strade somigliano a fiumi in piena, e grosse navi, sollevate dalla tempesta, si abbattono sulle bidonvilles, sgretolando case che erano già precari tuguri.

Macerie, liquami, detriti. Affiora l’immondizia, si deposita l’immondo – l’informe, il fango, nel senso di Bataille, l’abietto, nel senso di Kristeva. I ragazzini ci scavano dentro, con bastoni rudimentali, alla ricerca di cose da rivendere eventualmente ai rigattieri. Come formiche, avrebbe detto Alfonso Gatto, vivide di tenacia, intente all’essere. Oppure giocano a palla sotto la pioggia, si divertono a tuffarsi dai ponti delle navi arenate, mentre ogni tanto ricomincia a piovere, tanto per ricordare che siamo solo al Libro Primo, che ci saranno ancora altre catastrofi.

Tra il fango e la sterpaglia, gli eventuali oggetti superstiti sono rari, e per lo più irriconoscibili. La loro funzione non si riconosce più. Frugano i ragazzini, fruga un cane zoppo, tra deiezioni di fogne inesistenti. E, sul piano sonoro, il rombo continuo d’un traffico di automobili scassate e motocicli variopinti, che non vuole saperne di fermarsi neppure per un attimo, sollevando colonne d’acqua sporca nelle strade/fiumi. Passa qualche adulto, ma non sembra neanche incuriosito dalla presenza della cinepresa.

I film di Lav Diaz non sono lunghi: non hanno fine. Assumono a loro soggetto la durata, il lento scorrere del tempo delle avversità. Nulla, o quasi nulla, avviene attraverso il montaggio – tutto, o quasi tutto, avviene nel tempo dell’inquadratura (fissa) o del piano-sequenza. Come già scrissi a proposito di From What Is Before: i segreti di ogni inquadratura sono inesauribili, non è mai troppo il tempo necessario a investigarli – poiché in ogni inquadratura deve avere il tempo di manifestarsi l’anima della terra, deve emergere l’invisibile, sentirsi la presenza di ciò che sembra assente. Ogni immagine è il deposito visuale d’un rito, del rito possiede scansioni e cadenze ieratiche. Certo, ne emerge anche la bellezza (per noi è impossibile non esserne colpiti), ma siamo anche oltre ogni compiacimento estetizzante: tocchiamo il punto in cui i fantasmi di vite fittizie sembrano materializzarsi, per poi sparire, nel grande deposito di ceneri delle esistenze perdute.

L’aspetto dei corpi si amalgama a quello del fango, dei detriti, della caligine – esiste vitalità, malgrado tutto, nei corpi dei figli dell’uragano, ma è una vitalità disperata (avrebbe detto Pasolini). O, più che disperata, senza perché, senza ragione, per il solo fatto di continuare a vivere, nel grande corpo malato delle Filippine, flagellato dagli uragani e dall’insipienza di governanti corrotti.
Il mondo è in grigio, il cinema in bianco e nero – l’occhio che guarda, vede in bianco e nero. Il colore, sembra, deve essere ancora inventato. Forse non sarà mai inventato.

Ma il movimento, il montaggio, il ritmo, la varietà, tutto ciò che ha contribuito da sempre a rendere piacevole il cinema?

Il movimento incessante degli elementi naturali, delle acque, del vento, lo stormire delle foglie sugli alberi, le variazioni minime della luce, prodotte dallo spostamento delle nuvole in cielo, l’affiorare d’una palla tra il fango e i detriti, le gocce di pioggia che a intermittenza, dopo lo sfogo violento e distruttivo, rigano l’oscurità, i gesti cauti dei bambini, ricercatori di tesori senza valore – tutto ciò va riscoperto come dinamismo segreto del cinema, eternamente trascurato, da percepire nuovamente nella sua durata, senza bisogno di movimenti di macchina spettacolari o virtuosismi di montaggio. Anche qui, siamo come di fronte a un ritorno alle origini dimenticate, al tremolare delle foglie sugli alberi, che pure emozionava i primi spettatori dei Lumière, e torna a emozionare nei film di Straub–Huillet.

Colore nel bianco e nero. Movimento nella stasi apparente. Riconquistare la durata, tornare a percepire il passaggio d’un tempo che sembra non passare. Esistenze miracolosamente salvate, ripescate sul punto di scomparire – salvate dall’insistenza dello sguardo: strumento di testimonianza.


Filmografia di Lav Diaz

From What Is Before (Mula sa kung ano ang noon 2014)

I figli dell’uragano. Libro primo (Storm Children. Book One) (Mga anak ng unos) (2014)


Speciale Crossroads 2017




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